
Articolo di Silvia Casini per Digimag numero 47, 2009
Nonostante le promesse di una maggior attenzione alle arti figurative e in particolar modo alla pittura, la 53° Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia è ancora una volta concentrata sull’installazione video e sul cinema espanso – che non significa, necessariamente, sperimentale. Nella maggior parte dei casi si tratta di rivisitazioni dello spazio espositivo alla luce dell’esperienza tipica del cinematografo. Lo schermo diventa parete o televisore al plasma e l’installazione assume le caratteristiche di una vera e propria sala di proiezione in cui i dispositivi tipici del film vengono decostruiti – si pensi al moto rotatorio (loop) enfatizzato da Douglas Gordon o alla decomposizione dei propri film in video monitor disposti in successione (Chantal Akerman).
Il cinema inteso come spazio oscurato in cui vengono proiettate immagini in movimento accoglie lo spettatore al suo ingresso nel padiglione della Polonia. L’esperienza che ne risulta, tuttavia, è alternativa a quella della sala cinematografica e mostra le possibilità creative proprie delle installazioni video, come cercherò di illustrare, possibilità troppo spesso negate dalla video arte che affolla gli spazi delle gallerie. Go?cie/Guests è il titolo della mostra allestita con le video proiezioni dell’artista ebreo-polacco Krzysztof Wodiczko. Gli ospiti del titolo sono ombre, silhouettes di immigrati da paesi diversi, rappresentati (proiettati per meglio dire) nell’atto di lavorare, riposarsi, condividere a voce alta ognuno la propria storia così come la preoccupazione collettiva per l’ottenimento del permesso di soggiorno.
La dimensione politica dell’opera di Wodiczko, tuttavia, non è soltanto legata al soggetto dell’installazione, cioè agli immigrati-ombra, al loro essere presenze quasi invisibili ma al tempo stesso reali e vicine al nostro vivere quotidiano. Questa installazione è politica per il tipo di esperienza che crea: un’esperienza radicalmente alternativa a quella passiva del cinema hollywoodiano da blockbuster e alternativa anche a quella del visitatore flâneur che alla Biennale girovaga da un padiglione all’altro in un crescendo di noia bulimica dovuta al fatto che, spesso, i padiglioni-contenitori contengano il nulla, lasciando fuori il mondo. Wodiczko è uno dei pochi artisti presenti alla Biennale Arti Visive che risponde in modo creativo e consapevole all’invito del direttore Birnbaum che chiede di “Fare mondi/Making worlds”. A differenza di quanto avviene per la maggioranza degli altri padiglioni nazionali, infatti, protagonista del padiglione polacco è il padiglione stesso, la messa in questione dell’edificio e della sua funzione espositiva, così come la presa di distanza da un certo tipo di cinema sia esso su supporto analogico che digitale.
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