Articolo pubblicato su DIGIMAG numero 46 2009
Un fotografo cineasta, Raymond Depardon, a cavallo tra documentario e fiction, vincitore del premio Pulitzer e autore di numerosi reportage in paesi come Biafra, Ciad, Venezuela, conosciuto anche per aver trascorso un periodo nel 1976 presso l’ex ospedale psichiatrico di San Servolo, a Venezia, gira nel 1996 una sorta di docu-fiction su un viaggio in Africa durato tre anni e sul mestiere stesso di film-maker. William Kentridge: nativo del Sud Africa, un artista la cui matrice espressiva è il disegno ma che spazia dalla scultura all’animazione all’installazione video, da sempre si interroga sulla dimensione sociale dell’arte e sulla responsabilità dell’artista.
Questo breve articolo non tenta una comparazione tra due artisti i cui linguaggi espressivi sono diversi, le cui biografie non si incontrano se non per il fatto di avere in comune Lei – l’Africa.
Quel che segue è un raffronto critico, un’esplorazione di due sguardi, quello di Depardon e quello di Kentridge, due artisti accostati non tanto perché ritraggono l’Africa, ma perché l’estetica del loro sguardo è simile.
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