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La decima finale di Vittorio Munari. “Uno scudetto al quale il Benetton tiene particolarmente”
Per il rugby regionale giunge un’altra soddisfazione nell’anno delle tre venete in semifinale: ad arbitrare il match decisivo della stagione è stato infatti designato l’emergente fischietto padovano Alan Falzone, 34 anni il prossimo 11 giugno. Mentre dovrebbe essere confermata la mediana Botes-McLean dopo la bella prova di sabato scorso, contro Viadana al tecnico Franco Smith mancheranno l’ex Rouyet e Mulieri, ancora in condizioni fisiche imperfette, oltre all’infortunato Garcia ed al giovane Benvenuti, impegnato con l’Italia under 20 ai Mondiali di categoria in Russia.
Per Vittorio Munari, general manager dei biancoverdi, si tratta della decima finale se si includono le due perse (contro Treviso) da allenatore del Petrarca, e l’ottava consecutiva da quando assunse l’incarico in Ghirada. A Munari chiediamo dunque come si affronta un impegno così delicato. «Non ci sono formule, ad essere decisivo è come viene gestita la tensione nervosa», spiega, «la squadra è oggi molto serena: lo sportivo professionista sa spendere la giusta dose di pressione per giungere all’appuntamento consapevole ma non “bruciato” dall’aspettativa. Per questa maturità il merito è dell’ambiente creato dalla società e soprattutto da Franco Smith, un tecnico non solo all’avanguardia in Italia per competenze, ma anche di grande spessore personale».
Che partita sarà?
«Decideranno come al solito gli episodi. Il Montepaschi ha ottime individualità e può metterci in difficoltà. Da parte nostra riteniamo di avere un gruppo completo, capace di sopperire alle assenze e di adattarsi alle diverse situazioni di gioco, ad esempio schierando piloni più pesanti e potenti oppure più leggeri e dinamici».
Quale giocatore del Montepaschi Viadana vorrebbe avere nella sua squadra?
«Per il loro attaccamento al club ho sempre stimato moltissimo il pilone Savi e la seconda linea Bezzi, che però non giocano più».
Come giudica la designazione di Falzone?
«Non ho nessun commento da fare, e non invidio i designatori italiani il cui lavoro non deve essere affatto facile. Vorrei solo sottolineare che la componente arbitrale è fondamentale per lo sviluppo del movimento: il rugby italiano può crescere complessivamente solo attraverso la crescita individuale di tutti i suoi attori».
Sarà l’ultima finale prima del passaggio di Treviso e Viadana nella Celtic League. Cosa resterà del campionato italiano e delle passioni di campanile che l’hanno animato?
«A questo scudetto teniamo particolarmente, proprio perchè il Benetton ha da sempre amato e onorato il campionato italiano. Aneddoti dei derby infuocati fra Padova, Rovigo e Treviso vengono ricordati ad ogni cena con i compagni di avventura e con gli avversari di allora. Se la scelta della Celtic League è stata giusta lo dirà il tempo, intanto per il campionato italiano è ahimè difficile prevedere un futuro roseo».
La squadra biancoverde vince e gioca bene, eppure non riesce ancora ad appassionare il pubblico.
«A Treviso, con club di vertice in diversi sport e Cortina ed Jesolo ad un’ora di macchina, c’è una sproporzione fra domanda e offerta. Dalla prossima stagione il Benetton vuole rappresentare l’intero rugby veneto e per questo auspichiamo che vengano permesse regole di interscambio tecnico fra società che sono già in vigore nella Celtic League».
Semifinale, poche chance per il Petrarca. A Monigo passerella per l’ultimo match di Goosen e Kingi
La prima semifinale al Plebiscito si è conclusa con entrambe le squadre scontente per l’arbitraggio del milanese Stefano Pennè. “O l’arbitro era in malafede oppure era un incompetente”, accusava a fine partita un arrabbiatissimo Enrico Toffano, presidente del Petrarca, “non ci stiamo ad essere presi in giro in questo modo”. Con lo stesso vigore protestava anche lo staff del Benetton. “Possibile che nonostante il netto predominio del gioco a Treviso e Padova siano stati fischiati lo stesso numero di calci di punizione”, domandava ironico il direttore generale biancoverde, Vittorio Munari.
Ed anche a Viadana Rovigo ha contestato duramente la direzione di gara, tanto che l’allenatore Umberto Casellato ha ricevuto una squalifica di quattro mesi in seguito alle parole rivolte a Damasco a fine gara. In questo weekend le due semifinali di ritorno. Il Montepaschi troverà al “Battaglini” un clima caldissimo.
A Monigo invece il +12 nello score finale ed il +4 nella classifica combinata frutto del successo di Padova mettono il Benetton in una serena posizione psicologica. Peraltro il Petrarca visto in garauno non sembra in grado di impensierire i campioni in carica e di metterne in discussione il ritorno il 29 giugno nello stadio padovano, sede dell’ultima finale del “vero” campionato italiano prima del distacco in Celtic League di Treviso e Viadana. Anche se Smith dovrà rinunciare a “Nacho” Rouyet ed Emiliano Mulieri, infortunati.
Sarà l’occasione di un’autentica passerella per due giocatori dei più rappresentativi dell’ultimo lustro di storia biancoverde come Marius Goosen e Dion Kingi (foto), all’ultima uscita sul terreno di Monigo. Due limpidi esempi di professionalità ed abnegazione.
“Gus”, 36 anni, ha annunciato da tempo l’intenzione di chiudere con il rugby giocato per dedicarsi solamente al mestiere di allenatore (attualmente cura i trequarti a fianco di Franco Smith). Intanto anche sabato scorso il sudafricano è risultato decisivo, non solo per i 18 punti segnati nel 28-16 finale ma soprattutto per le consuete capacità di leadership nella gestione del gioco.
Kingi a 34 anni e dopo 5 splendide stagioni chiude giocoforza il capitolo con Treviso, al quale le direttiva Fir impongono un limite di cinque stranieri in Celtic League a tutela degli atleti di interesse per la Nazionale. Anche se le mosse di mercato del Benetton restano ancora top secret, è chiaro che il maori di Waiuki rientrerà nel cospicuo gruppo di atleti sacrificati nella ristrutturazione per lo sbarco sul palcoscenico anglosassone.
Fra questi, con tutta probabilità, anche gli oriundi argentini Allori, Vidal (foto) e Mulieri, divenuti improvvisamente “stranieri” (assieme ad un altro centinaio di naturalizzati) in seguito alla nuova norma salva-vivai introdotta dalla Federugby. Non sarà facile per il Benetton trovare dei degni sostituti sul mercato italiano ed europeo.
Foto in alto di Elena Barbini, da www.petrarcarugby.it
Club italiani nel caos. Celtic League per due squadre, ma che ne sarà di tutto il resto?
Il caso Celtic League è giunto a conclusione con quell’happy end che Treviso e molti appassionati veneti attendevano con ansia (e qualche timore) da un paio di settimane. E’ trascorso quasi un anno dal primo comunicato ufficiale del torneo sulla disponibilità a vagliare la candidatura italiana, un’idea che risale comunque al 2004 quando a lanciarla fu John Kirwan, allora allenatore della Nazionale azzurra.
Fra il 26 marzo 2009 e l’8 marzo 2010, data dell’ammissione ufficiale di Benetton ed Aironi Viadana, abbiamo assistito ad una serie di clamorosi colpi di scena frutto delle lotte di potere che, dietro le quinte, si sono incrociate per una svolta così rilevante sui futuri equilibri del movimento. Dopo che la decisione era ormai presa, la battaglia è scoppiata all’interno della Celtic League stessa, con gli scozzesi a chiedere un peso maggiore nella stanza dei bottoni ed irlandesi e gallesi ad un certo punto pronti addirittura – secondo la Bbc – ad estromettere Glasgow e Edimburgo a favore delle due franchigie italiane.
L’approdo nel torneo di Treviso e Viadana di fatto aggancia le due realtà di vertice ad una competizione professionistica di alto livello, così come accadde nel 2000 con l’ingresso dell’Italia nel Sei Nazioni per merito della mediazione di Giancarlo Dondi (con francesi e anglosassoni ben consapevoli, allora come oggi, dell’importanza di accogliere un mercato di 60 milioni di abitanti per espandere il proprio business). Quanto al Veneto si tratta di un preziosa occasione di promozione del territorio, con sicure ricadute positive in una fase economica che certo non invita all’ottimismo.
L’ingresso nella Celtic League non risolve di certo tutti i problemi del rugby italiano, ponendone semmai di nuovi ed inediti. Non si è giunti a questo passaggio epocale con un progetto condiviso, quanto invece con passi incerti ed improvvisati ed a costo di un lungo braccio di ferro fra Treviso e Fir. “Chi gà vinto?”, si domanderebbe Ulisse Trevisin, il ruspante pilone messo in scena da Marco Paolini. Il Benetton gioisce: approda in uno scenario europeo e dà un senso così al mecenatismo che la famiglia ha avviato nel rugby già nel 1978, prima di basket e volley. Ma il club trevigiano, già umiliato dall’esclusione della sua candidatura nel Consiglio federale dello scorso 18 luglio, ha pagato un conto salatissimo pur di ottenere a fine gennaio la riapertura delle trattative.
Giancarlo Dondi, presidente-padrone della Fir, ha dovuto obtorto collo insistere per l’ingresso in Celtic League, idea che non ha mai amato troppo come dichiarato anche pubblicamente (ad esempio lo scorso 10 settembre in occasione della presentazione del campionato all’Hotel Gallia di Milano). Ma Dondi non ha perso: la concentrazione degli azzurri in due sole franchigie ed il confronto continuo con le corazzate d’oltremanica non potranno che giovare alla Nazionale di Nick Mallett, sulla quale poggia il boom presso il grande pubblico ed il budget federale. Ad uscirne decisamente appannata, dopo 13 anni di potere sempre più assoluto nelle mani del presidente parmense, è l’immagine della Fir. I pasticci della vicenda Celtic League hanno messo in una lente di ingrandimento la pochezza della politica federale e l’incapacità di abbozzare una qualsiasi progettazione a lungo termine.
A tutt’oggi non si sa come si realizzerà la piramide che deve condurre i giocatori fino al livello internazionale di vertice, ne’ che ne sarà della prossima stagione, da chi e come verrà giocato un campionato italiano per il quale trovare investitori sarà sempre più difficile. Con gran parte delle società attanagliate dai debiti, anzi, vien da chiedersi se qualcuno non deciderà di mollare già dal Super Ten in corso. Dietro la copertina patinata della Nazionale e della Celtic League, c’è ora il rischio del caos.
Nella foto, Vittorio Munari e David Campese ai tempi del Petrarca. La Celtic League riporterà in Italia i grandi big stranieri?
Celtic League, il rugby veneto sconfitto dai giochi di potere. Ma è un harakiri per tutto il movimento
Dal Corriere del Veneto del 21 luglio 2009.
Quella del rugby veneto è stata, a partire dal dopoguerra, una splendida avventura sportiva e sociale, con ingredienti di epica e poesia e protagonisti di alta statura morale: si pensi al segno indelebile lasciato a Padova da una personalità come “Memo” Geremia. Le vicende della palla ovale, relegata in Italia al ruolo di disciplina minore fino a pochi anni fa, si intrecciavano profondamente nel tessuto cittadino delle tre piazze storiche ma anche in molti centri più piccoli – “squadre piccole, ma cattive”, dice Marco Paolini nel suo spettacolo ispirato al rugby – mentre il Rovigo (foto) e il Petrarca facevano collezione di scudetti, lanciando la volata al dominio più recente del Treviso con il marchio Benetton.
Complessivamente dal 1950 ad oggi sono 35 i titoli tricolori che arrivano in Veneto, dove il rugby scrive le sue pagine più belle (la prima volta degli All Blacks, i 20mila dell’Appiani nel ‘77, i successi dell’Italia di Georges Coste) e coltiva i suoi campioni più dotati. Passano per esperienze con questo sport ragazzi che diventeranno poi fra le forze migliori della società veneta nei rispettivi campi professionali, serbandone sempre con sé i modelli di sacrificio, solidarietà, rispetto delle regole.
Con la decisione da parte della Federugby di favorire la candidatura alla Celtic League di Roma e di Viadana, un paese di 18 mila abitanti sulla riva mantovana del Po, il viaggio del rugby veneto giunge al capolinea, escluso dagli scenari internazionali e dai futuri progetti di sviluppo. Clamorosa occasione persa per un territorio che non gode certo di buona salute sul piano economico e per il quale la partecipazione ad un importante torneo anglosassone sarebbe stato un preziosissimo spot turistico. E harakiri per il movimento della palla ovale nazionale, che così si amputa del suo organo vitale, la regione dalla quale ha inizio la filiera dei giocatori azzurri con oltre 10 mila tesserati e un centinaio di società.
La candidatura di Treviso, irreprensibile per solidità economica-organizzativa e per palmares sportivo, è stata bocciata dal consiglio federale di sabato, a Bologna. I sette consiglieri della regione, grandi accusati del giorno dopo, assicurano all’unisono di avere votato a favore del Benetton. E giura di avere fatto lo stesso anche il presidente Giancarlo Dondi, che pure ha sempre visto nel club biancoverde, nel suo general manager Vittorio Munari, nella crescita di potere del Veneto gli avversari politici più insidiosi. E che pure ha subìto le pressioni delle forze politiche che governano la capitale.
Certo l’iter che ha portato alla votazione è stato poco chiaro, ma questa non è una novità quanto alle politiche della Fir. Adesso sono lacrime di coccodrillo quelle del presidente, che per l’assolutezza del potere all’interno della Fir viene chiamato da molti “l’imperatore”? La verità rimarrà per sempre nel segreto delle urne. Ma è possibile che questa volta l’Imperatore, e con lui soprattutto il Veneto, siano effettivamente vittime di una manovra bizantina fra i consiglieri della Lombardia e del Centro Sud, orchestrata dal bresciano Alfredo Gavazzi. Nominato anche nel comitato del Sei Nazioni, l’ex patron del Calvisano avrebbe così vinto la prima battaglia nella guerra alla successione di Dondi alla guida di una Fir con un budget ormai di oltre 25 milioni di euro a stagione.
Da sempre quello della rappresentanza politica è uno dei grandi problemi del Nord Est, e non solo nel rugby. Anche questa volta il Veneto – che spesso vince nello sport – viene sconfitto nel gioco del potere.
Sempre più crisi nel Super Ten, ma il Rovigo prova a rilanciare con Pagano general manager
La calda estate del rugby attende la decisione della Federazione, annunciata “entro luglio”, della due franchigie designate a rappresentare l’Italia nella Celtic League. La candidatura del Benetton è in pole position ma l’assegnazione a Treviso non è affatto scontata, considerato l’insanabile dualismo politico Dondi-Munari (nella foto, particolare da AllRugby in edicola).
Il club della Ghirada si è presentato da solo alla corsa per la Celtic ma assicura che una volta ottenuta la partecipazione al torneo anglosassone coinvolgerà l’intero territorio veneto, studiando sinergie con le altre piazze. Intanto la Fir deve incassare la bocciatura della sua candidatura alla Coppa del Mondo e la crisi – economica ma anche “di vocazioni” – che sta stravolgendo il Super Ten alla vigilia della riforma complessiva dei campionati al via dalla stagione 2010-2011.
Il Calvisano, unica società in grado di interrompere l’egemonia del Benetton con gli scudetti 2005 e 2008, non si iscriverà al massimo campionato, seguendo l’esempio della Capitolina (già ripescata L’Aquila).
E se si instaurasse un effetto domino prima della scadenza delle iscrizioni al torneo, il 10 luglio? Oggi peraltro i giocatori sotto contratto con il Calvisano, fra i quali una decina del giro della Nazionale, si ritrovano senza club, mentre il mercato francese è già chiuso e quello inglese attanagliato dalla crisi economica.
Altri club che avevano investito molto nel futuro come il VeneziaMestre pensano a formule ormai di semi-professionismo, con una riduzione del budget del 50 per cento. Un ridimensionamento ampiamente generalizzato, con la sola eccezione di Benetton e Viadana (ma anche i mantovani hanno operato tagli nei contratti).
Il neo-allenatore Marzio Innocenti ha previsto un solo allenamento quotidiano, concentrato nella pausa pranzo, per permettere ai giocatori una parallela carriera nel lavoro o nello studio. “Il professionismo nel rugby italiano è un esperimento fallito”, sottolinea il tecnico, da sempre su posizioni dissidenti rispetto al potere federale. Intanto riduzioni di ingaggio per tutti e taglio degli stranieri, mentre l’addio di Giovanni Boccalon (Rovigo) e Paolo Frasson (Riviera) impone ai veneziani di ripensare lo schieramento di prima linea.
A Rovigo si lavora per una ristrutturazione della società. «Il ritiro del Calvisano è causa di nuove incertezze per tutto il movimento», commenta la presidentessa rossoblù Susanna Vecchi, «comprendo le ragioni della società lombarda e sono stupita che dalla Federazione non sia giunto un solo commento ufficiale. Fatto sta che il prodotto-campionato viene ulteriormente svilito e cercare investitori diviene ancora più difficile. Lo scorso anno non siamo riusciti a coprire il bilancio e credo l’abbiano fatto solo un paio di società del Super Ten. Per la prossima stagione il nostro bugdet si assesterà attorno al milione e 300 mila euro, con una riduzione del 30 per cento circa».
Mentre è giunta la conferma dello sponsor Femi-Cz (Francesco Zambelli aveva precedentemente annunciato l’abbandono), la novità a Rovigo è l’arrivo di Antonio Pagano, ex direttore marketing del Viadana (nella foto con il team manager Andrea Scanavacca e la presidentessa Vecchi), con funzioni di general manager. «Abbiamo preferito sacrificare qualcosa per la squadra e consolidare invece l’assetto societario», dice Susanna Vecchi, «con il lavoro di Pagano, un dirigente di provate capacità e con l’esperienza di Viadana alle spalle, puntiamo ad un maggiore radicamento nel territorio».
Estate di grandi manovre anche a Padova, con il Petrarca che deve delineare i progetti per la nuova stagione. Per il nuovo presidente Enrico Toffano si prospetta un difficile compito, anche alla luce degli impegni contrattuali presi ancora prima della perdita dello sponsor Carrera e dei nuovi e più modesti panorami aperti dalla riforma dei campionati.
Ed intanto, dove finiranno ora i giocatori del Calvisano? All’estero non c’è più mercato per gli azzurri. Solo per Simone Favaro ci sono stati gli interessamenti di alcuni club francesi, che possono ancora tesserare un jolly. “Lo scenario è apocalittico”, confessa un procuratore.