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Shane Williams, il piccolo principe. A Treviso sfida con l’omonimo Brendan, perchè “size don’t matter”

Dal Corriere del Veneto del 12 dicembre 2008.

Su Shane Williams circolano un sacco di storie. Una è quella che riguarda papà Mike, il quale all’inizio della carriera internazionale dell’ala di Swansea, nel 2000, decise di scommettere 50 sterline sulla possibilità che il suo Shane sarebbe diventato il miglior marcatore di mete della storia del rugby gallese. I bookmaker accettarono la puntata: da quelle parti, si sa, si scommette su tutto. Lo scorso marzo, all’indomani di Galles-Francia e della 41esima meta di Shane con la maglia dei Dragoni Rossi, Mike Williams è dunque andato a ritirare la posta di 25mila sterline, premio per la puntata pagata 500 ad 1.

Di Shane si dice anche che ad un certo punto, costretto a confrontarsi continuamente con avversari più grossi di lui, avesse deciso di piantarla con il rugby. E che qualche dubbio gli fosse venuto anche nella stagione di debutto con il Neath, quando a bordo campo in più di una occasione fu scambiato per il ragazzino raccattapalle.

Oggi invece “Ickle Shane”“Shane il minuscolo” per i fans – ride delle sue misure bonsai, un metro e settanta per un’ottantina di chili: “Ricevo un sacco di lettere da ragazzini che sono i più piccoli della loro classe e a loro rispondo che non importa, bisogna solo andare in campo e divertirsi. Non conta essere grandi, conta solo quanto grande è il tuo sorriso”.

E si capisce allora perché Shane Williams è oggi uno dei giocatori più amati del circo ovale. In uno sport sempre più di Superman, lui quanto a fisico non è nemmeno Batman: solo un Robin qualsiasi, veloce sì ma di taglia terribilmente normale come il suo comunissimo cognome.

Ma Shane ce l’ha fatta. Con la volontà e la passione, oltre che con un cristallino talento. Nella sua storia c’è il sapore della lotta di classe, del riscatto di chi, nato a Lilliput, ha tracciato la propria strada da solo in un mondo di giganti. Nel 2002, tormentato dagli infortuni, aveva praticamente deciso di smettere. Appena cinque anni fa doveva lottare per un posto nel Galles di Steve Hansen: alla World Cup 2003 era stato chiamato solo come terza scelta nel ruolo di mediano di mischia.

Quest’anno Shane Williams, con i suoi side-step e le sue mete, ha condotto il Galles al Grande Slam nel Sei Nazioni. Ed è stato eletto dall’International Board miglior rugbista al mondo. “Gioco soprattutto d’istinto, quando ricevo palla in campo aperto non sto più a domandarmi “e adesso cosa faccio?”", ha spiegato, “ma il rugby non è solo questione di talento, la maggior parte del successo si costruisce attraverso il lavoro e il sacrificio”.

Sabato Shane Williams sarà a Monigo, dove alle 14,35 gli Ospreys sfideranno il Benetton nel quarto turno di Heineken Cup. Di fronte troverà il quasi omonimo Brendan Williams, alias “Dingo”. Un metro e 70 per 76 chili. In fin dei conti, “size don’t matter”.


Club Italia, selezioni, Celtic League: il rugby azzurro al bivio. Dondi e i club si incontrano a Bologna

Dal Corriere del Veneto del 10 dicembre 2008

Nessuno sport in Italia presenta oggi tante contraddizioni quante il rugby. Disciplina di moda al punto che nelle tre partite di novembre l’Italia è stata sostenuta da 76.700 tifosi negli stadi di Padova, Torino e Reggio Emilia, e da una media di 690mila spettatori di fronte alla tivù. Una passione per i valori del rugby, non per i risultati: la Nazionale, peraltro imbottita di stranieri, ha vinto solo 8 delle 23 partite giocate negli ultimi due anni (e appena tre volte a livello di Sei Nazioni).

L’interesse per il Super 10 non decolla ed in Heineken Cup i due migliori club, Benetton e Calvisano, continuano a rimediare sconfitte di ampie proporzioni. Eppure, allo stesso tempo, apre le porte ad una partecipazione italiana la Celtic League, terzo torneo europeo che coinvolge attualmente franchigie di Galles, Irlanda e Scozia. Le potenzialità di business del rugby azzurro non sfuggono a Federazione e società. Ma per il movimento, oggi, è come avere una Ferrari in garage e in tasca il patentino per la Vespa.

Giancarlo Dondi

Giancarlo Dondi (foto a fianco) ha convocato questo pomeriggio a Bologna i presidenti delle società di Super 10. Potrebbe essere la Yalta del rugby italiano. Da anni si parla di macroclub a carattere regionale, ma nelle ultime settimane è circolata più insistentemente l’ipotesi, caldeggiata dallo stesso Dondi, di una selezione finanziata e gestita della Fir per partecipare a Celtic League e Heineken Cup, in grado di schierare i migliori giocatori italiani. “Ma non è l’unico scenario possibile”, frena Carlo Checchinato, manager della Nazionale, “va trovata una soluzione condivisa, i club devono dimostrarsi disponibili a mettersi in discussione”. I tempi sono stretti, la rivoluzione (una rivoluzione dall’alto) potrebbe scattare, secondo Checchinato, “già fin dalla prossima stagione”.

I presidenti veneti vanno a Bologna con uno stato d’animo diviso fra curiosità e perplessità, se non scetticismo tout court. “Il rugby italiano non può perdere l’occasione dell’ingresso in Celtic League”, dice il massimo dirigente del Benetton, Amerino Zatta, “noi abbiamo la presunzione di dichiararci in grado di affrontare la Celtic da soli e da subito, ma attendiamo comunque con interessa la proposta da parte di Dondi. Non credo alle selezioni, alle quali mancherebbe l’identità e la competenza che invece possiede un club con una storia come Treviso”.

Fulvio Lorigiola, presidente del Petrarca Padova: “Temo che non ci sia una proposta precisa quanto a modi e tempi, ciò di cui invece avremmo bisogno come società. Non ho ricette, però mi sarebbe piaciuto che la Fir avesse preso in considerazione di fare un serio investimento sul campionato. Domandiamoci cosa resterà alle società, che hanno pur sempre investito molto nelle ultime stagioni, se i migliori giocatori italiani finiranno alla selezione gestita dalla Federazione”.

I numerosi giocatori emigrati all’estero seguono con attenzione gli sviluppi del progetto. Solo un rilancio in grande stile potrebbe favorire il ritorno nel rugby nazionale dei suoi migliori talenti. “Rientrare in un club italiano? Non ci penso proprio, se non cambiano radicalmente le cose”, ha confessato di recente Fabio Ongaro, veneziano in forza ai londinesi Saracens dal 2006, “impossibile tornare a questa realtà dopo aver conosciuto la dimensione inglese. Semmai andrò a concludere la mia carriera in Francia”.

Da Marco Bortolami (nella foto) arriva un’articolata proposta secondo il modello irlandese. “L’ipotesi di una selezione lascerebbe irrisolto il problema di un campionato poco attraente e indebolirebbe ancor più i club”, spiega il padovano da Gloucester, da tre stagioni sua città (e club) d’adozione, “troverei più interessanti, a più lungo termine, quattro selezioni regionali come le province irlandesi, due al nord Italia, una al centro e una al sud. In questo modo ad essere coinvolto sarebbe davvero tutto il movimento, mentre una sola selezione non farebbe altro che restringere ulteriormente il vertice della piramide”. E Bortolami non esclude, di fronte a nuovi scenari, il ritorno a casa: “La questione non è economica, ma riguarda gli stimoli che l’Italia può offrire quanto a competenze tecniche e competitività internazionale. Se ci fosse la possibilità di giocare ad alto livello prenderei decisamente in considerazione la possibilità di rientrare nel mio paese, una volta chiusa l’esperienza di Gloucester”.