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I personaggi del Sei Nazioni 2009: Brian O’Driscoll

Brian O’Driscoll è un capitano vero, un vero leader. Quello che manca ad una squadra pur piena di talento come l’Inghilterra, sconfitta a Dublino 14-13 nell’ultima partita degli irlandesi al Croke Park prima del ritorno al Lansdowne Road, ricostruito a tempo di record. E non può essere una vittoria qualsiasi, quella dei verdi del Trifoglio: a Croke Park si consumò uno dei più drammatici episodi del “Bloody Sunday” del 1920, con 14 morti sotto i colpi dei soldati inglesi durante un match di football gaelico.

E con la vittoria di sabato l’Irlanda può continuare a sognare quel Grande Slam ormai sfuggito a tutti gli altri e vinto una sola volta nella sua storia, nel lontano 1948. Nonostante una superiorità piuttosto netta, la sfida con l’Inghilterra era inchiodata sul 3-3 ancora ad inizio ripresa, complice la giornata-no di O’Gara, solitamente puntuale come un Intercity svizzero negli appuntamenti dalla piazzola.

A quel punto il biondo O’Driscoll ha preso in mano l’inerzia della giornata: prima un drop (6-3), poco dopo una meta per finalizzare un assedio degli avanti sull’area ospite (11-3). Partita risolta, per “BOD” 35esima segnatura in 91 partite, delle quali 54 da capitano.

Da un paio di stagioni lui e la sua generazione vengono ritenuti ormai in parabola discendente. O’Driscoll, a 30 anni, continua ad incazzarsi con i media per difendere la sua privacy (ma la sua relazione con l’attrice Amy Huberman è ormai ufficiale, nella foto) e continua ad essere decisivo in campo. “Quando ero giovane consideravo l’esperienza qualcosa di sopravvalutato”, ha detto O’Driscoll, “oggi penso che l’esperienza sia un valore molto sottovalutato, invece”. Hanno ragione gli irlandesi a venerare il loro capitano, esponendo cartelli con scritto “In BOD we trust”…


I personaggi del Sei Nazioni 2009: Leigh Halfpenny, Jamie Heaslip, Thom Evans

Leigh Halfpenny (foto in alto) magari non porterà un cognome da campione: “Mezzosoldino” – così si potrebbe tradurre, a spanne – sembra infatti più che altro un personaggio del Signore degli Anelli. Però Mezzosoldino ha talenti e stoffa del campione, l’ennesimo della straordinaria fabbrica gallese di trequarti attiva fin dagli anni Sessanta con alcuni degli interpreti più spettacolari del gioco, da Barry John e Phil Bennett a Jpr Williams.

La meta di Halfpenny sabato contro l’Inghilterra, a conclusione di un’azione da manuale alle voci “riciclo della palla” e “sostegno”, ha messo il sigillo sull’ottavo successo consecutivo dei Dragoni nel Sei Nazioni. E prima Mezzosoldino aveva messo dentro anche una punizione. L’ala-estremo del Cardiff ha solo vent’anni ed ha debuttato con il Galles appena lo scorso 8 novembre, contro i campioni del mondo del Sud Africa (segnando subito un piazzato). Ne sentiremo parlare ancora. Anche senza Shane Williams, il suo miglior giocatore ed uno dei migliori al mondo, anche senza la creatività di Gavin Henson, ogni volta che il Galles apre palla al largo l’aria si riempe di elettricità, come se qualcosa stesse per succedere. Anche grazie a Mezzosoldino.

Jamie Heaslip (foto a fianco), nato in Israele dove il padre Richard era in servizio come generale per l’Unifil, potrebbe essere immediatamente citato come il migliore numero 8 del Sei Nazioni, non fosse che il torneo non aveva mai visto una tale concentrazione di star nel ruolo: mettiamo primo fra tutti il nostro Sergio Parisse, ma senza dimenticare che il francese Harinordoquy è stato semplicemente mostruoso sabato e che il gallese Andy Powell ci vuole un camion di traverso per fermarlo.

Il povero Heaslip gli irlandesi se lo erano dimenticato fino a questo inverno. Il tecnico O’Sullivan l’aveva lasciato a casa dalla Coppa del Mondo francese del 2007, nonostante le sue otto mete con il Leinster in quella stagione. Heaslip sa cosa fare palla in mano e se non ci fossero i diritti tivù farebbe sfracelli su Youtube la clip della finta con cui si è bevuto Clerc per la meta ai francesi (con l’agilità di un ballerino, lui che è un gigante di 1,93 per 110 chili). Inevitabilmente è stato una spina nel fianco anche per gli azzurri.

Thom Evans (foto), assieme al fratello Max, era andato a dare lezione di rugby di movimento ai maestri della materia lo scorso 16 gennaio, quando il Glasgow si era preso il lusso di vincere a Tolosa 33-26. Sempre in Heineken Cup aveva combinato al Bath quello che gli inglese chiamano “hat-trick”, il trucco del cappello: tre mete nella stessa partita.

Thom Evans nel Regno Unito era comunque già discretamente famoso. Le ragazzine facevano gli urletti per lui quando, ragazzino, cantava pop con la boy band “Twen2y 4 Se7en”. Ora canta solo sul pullman della squadre e il suo pezzo più richiesto pare sia “Lean on me”. Sabato finalmente il tecnico Frank Hadden, un iperconservatore, gli ha dato fiducia e lui ha segnato pure a Parigi. La Scozia ha perso una popstar, ma forse è nata una stella del rugby.


Dal 2010 Sei Nazioni sul Sky. Movimento in rivolta: “Italia in chiaro o fine del boom”

Dal Corriere del Veneto del 18 febbraio 2009

Con l’inizio del Sei Nazioni 2009 la febbre è cominciata a salire per gli appassionati di rugby che assisteranno alle sfide degli azzurri nel torneo, alcuni di persona negli stadi di Roma, Londra ed Edinburgo ed altri – molti di più – che assaporeranno lo spettacolo di fronte alla tivù. Per l’ultima volta, almeno nella versione in chiaro: Sky Italia si è infatti aggiudicata (per 13 milioni di euro) i diritti della più prestigiosa manifestazione europea dal 2010 al 2014, “scippando” quindi La7 che tanto aveva investito sullo sport dell’ovale negli ultimi quattro anni.

Notizia di marketing sportivo, che tuttavia non lascia indifferente il movimento. Il passaggio alla pay-tv priva il rugby di una straordinaria vetrina, da cui deriva il boom della disciplina nelle recenti stagioni.

Le partite del Sei Nazioni su La7 hanno peraltro ottenuto ottimi riscontri di audience (superati spesso il milione di contatti, con punte di share del 14%), mentre su Sky la partita decisiva degli ultimi Mondiali, Italia-Scozia, era stata vista appena da 365mila telespettatori. “Il rugby rischia uno stop del suo sviluppo”, ha dichiarato preoccupato il presidente della Federugby Giancarlo Dondi, il quale prospetta una trattativa con Sky per ottenere la trasmissione in chiaro delle gare dell’Italia. Improbabile però che la rete satellitare scenda a patti proprio sul principio che la sostiene, l’esclusività degli avvenimenti sportivi per attrarre abbonati.

“E’ una notizia che preoccupa tutti noi del mondo del rugby”, sottolinea il trevigiano Francesco “Cocco” Mazzariol (nella foto), miglior marcatore del Super 10 con la maglia dell’Overmach Parma e brillante commentatore per i microfoni di La7, “Sky saprà di sicuro confezionare un ottimo prodotto e la Federugby incasserà la propria quota di diritti, ma la visibilità offerta dalla trasmissione delle partite in chiaro è importantissima per tutto il movimento: per far conoscere il nostro sport, per attrarre sponsor, pubblico e giocatori. Il riscontro ottenuto dal Sei Nazioni su La7, con oltre un milioni di telespettatori per ogni match, è davvero sorprendente se si pensa qual era l’attenzione per il rugby anche solo dieci anni fa”.

E scherza, ma non troppo, Mazzariol: “Vengo riconosciuto per strada più ora come commentatore che in vent’anni di carriera da giocatore. Significativo, no?”. Malumori anche tra i tifosi. “Spero che si trovi una soluzione, molti degli appassionati che non hanno l’abbonamento si ritroverebbero privi della possibilità di seguire l’Italia”, spiega Marco Malerba degli OFM, gruppo organizzato di tifosi azzurri ora in partenza per Londra (nella foto in occasione di Irlanda-italia), “il rugby ha grandi potenzialità di crescita, non è giusto che finisca relegato in una televisione a pagamento”.


2009, l’anno della Celtic. Al Rovigo e a Massimo Brunello gli oscar del 2008

Si apre un anno fondamentale per lo sviluppo del rugby italiano, proiettato verso inediti orizzonti professionistici con la decisione della Federugby di aderire alla Celtic League. Modalità e tempi restano da definire, ma a nove anni dall’ingresso nel Cinque Nazioni, divenuto appunto Sei Nazioni con gli azzurri, il padre padrone della palla ovale nazionale Giancarlo Dondi imprime al movimento una nuova decisiva svolta, pur circondata da polemiche e perplessità del tutto legittime.

Una fase di passaggio che invita anche a riflettere sui modelli adottati dai club della nostra regione, sempre comunque protagonisti non solo nel Super Ten ma anche nella produzione di talenti: a fianco dell’Argentina il Veneto resta tuttora il serbatoio principale della Nazionale azzurra, come dimostra il dato dei cinque padovani in campo all’Euganeo contro l’Australia lo scorso 8 novembre.

Il 2008 si conclude con un Treviso sempre al vertice del campionato ma privo dello scudetto (perso a Monza lo scorso 7 giugno contro Calvisano) e ancora bastonato in Heineken Cup, anche se con la giustificazione del girone-monstre con Leicester, Ospreys e Perpignan. Se Brendan Williams (foto) resta l’uomo in più per il Benetton, perlomeno contro gli avversari dei campi nostrani, pesano ancora sul rendimento dei biancoverdi infortuni gravi come quelli recenti a Picone e al capitano De Jager.

Ma al di là dei risultati, tuttavia, mai come oggi è sembrata smarrita l’identificazione fra città e squadra che ha costituito per decenni il sostrato culturale del rugby biancoverde (e prima ancora biancazzurro). Basterà un’eventuale Celtic League a risvegliare la passione dei trevigiani?

Quasi all’opposto di un modello che stenta ad affermarsi come quello del Benetton della troika Munari-Zatta-Smith si ritrova il pensiero marcatamente “made in Polesine” del Rovigo, con un attaccamento purista alle radici e dei risultati che sul fronte del Super Ten continuano a sorprendere, soprattutto in relazione alle risorse economiche disponibili.

Se esistesse nel nostro rugby un premio per l’allenatore dell’anno, difficilmente l’edizione 2008 sfuggirebbe a Massimo Brunello (nella foto, assieme all’assistant Flaviano Brizzante), capace di condurre i “bersaglieri” ad un passo dai playoff nel passato torneo e di mantenerne la competitività anche in quello in corso, valorizzando allo stesso tempo giovani come Bacchetti, Favaro e De Marchi.

Nel mezzo, forse ancora alla ricerca di un modello per far fronte alle sfide del professionismo, Petrarca e VeneziaMestre, che hanno sì raggiunto i rispettivi obiettivi nella stagione scorsa (semifinale e salvezza) ma che continuano a dibattersi in un’altalena di risultati e a rinviare l’esame di maturità.

(foto da www.rovigooggi.it, www.benettonrugby.it e da bloggers.it-viscardini)


Shane Williams, il piccolo principe. A Treviso sfida con l’omonimo Brendan, perchè “size don’t matter”

Dal Corriere del Veneto del 12 dicembre 2008.

Su Shane Williams circolano un sacco di storie. Una è quella che riguarda papà Mike, il quale all’inizio della carriera internazionale dell’ala di Swansea, nel 2000, decise di scommettere 50 sterline sulla possibilità che il suo Shane sarebbe diventato il miglior marcatore di mete della storia del rugby gallese. I bookmaker accettarono la puntata: da quelle parti, si sa, si scommette su tutto. Lo scorso marzo, all’indomani di Galles-Francia e della 41esima meta di Shane con la maglia dei Dragoni Rossi, Mike Williams è dunque andato a ritirare la posta di 25mila sterline, premio per la puntata pagata 500 ad 1.

Di Shane si dice anche che ad un certo punto, costretto a confrontarsi continuamente con avversari più grossi di lui, avesse deciso di piantarla con il rugby. E che qualche dubbio gli fosse venuto anche nella stagione di debutto con il Neath, quando a bordo campo in più di una occasione fu scambiato per il ragazzino raccattapalle.

Oggi invece “Ickle Shane”“Shane il minuscolo” per i fans – ride delle sue misure bonsai, un metro e settanta per un’ottantina di chili: “Ricevo un sacco di lettere da ragazzini che sono i più piccoli della loro classe e a loro rispondo che non importa, bisogna solo andare in campo e divertirsi. Non conta essere grandi, conta solo quanto grande è il tuo sorriso”.

E si capisce allora perché Shane Williams è oggi uno dei giocatori più amati del circo ovale. In uno sport sempre più di Superman, lui quanto a fisico non è nemmeno Batman: solo un Robin qualsiasi, veloce sì ma di taglia terribilmente normale come il suo comunissimo cognome.

Ma Shane ce l’ha fatta. Con la volontà e la passione, oltre che con un cristallino talento. Nella sua storia c’è il sapore della lotta di classe, del riscatto di chi, nato a Lilliput, ha tracciato la propria strada da solo in un mondo di giganti. Nel 2002, tormentato dagli infortuni, aveva praticamente deciso di smettere. Appena cinque anni fa doveva lottare per un posto nel Galles di Steve Hansen: alla World Cup 2003 era stato chiamato solo come terza scelta nel ruolo di mediano di mischia.

Quest’anno Shane Williams, con i suoi side-step e le sue mete, ha condotto il Galles al Grande Slam nel Sei Nazioni. Ed è stato eletto dall’International Board miglior rugbista al mondo. “Gioco soprattutto d’istinto, quando ricevo palla in campo aperto non sto più a domandarmi “e adesso cosa faccio?”", ha spiegato, “ma il rugby non è solo questione di talento, la maggior parte del successo si costruisce attraverso il lavoro e il sacrificio”.

Sabato Shane Williams sarà a Monigo, dove alle 14,35 gli Ospreys sfideranno il Benetton nel quarto turno di Heineken Cup. Di fronte troverà il quasi omonimo Brendan Williams, alias “Dingo”. Un metro e 70 per 76 chili. In fin dei conti, “size don’t matter”.