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I derby veneti, quando i pali erano sempre troppo corti. Un racconto di Franco Paludetto
Franco Paludetto ci ha lasciato pochi giorni fa. Classe 1940, mediano di mischia, era stato un giocatore del Treviso, dell’Amatori Milano e del Rovigo, giungendo fino alle porte della Nazionale. Franco era una persona di modi squisiti e di grande sensibilità, che come molti della sua generazione faticava ad accettare il rugby nella sua versione “moderna” e professionistica. Aveva scritto un paio di libri di memorie sulla sua esperienza nel mondo della palla ovale (“I sogni e le mischie” e “Oltre la linea bianca”). Lo disturbavo spesso, facendomi regalare ricordi dei suoi anni rugbistici pieni di sapore. I miei preferiti erano quelli riguardanti Maci Battaglini e i derby veneti. Ogni tanto mi aveva spedito delle mail con i suoi racconti. Ne ripropongo uno qui, con la certezza che a Franco avrebbe fatto piacere condividere le sue emozioni con altri appassionati di questo sport.
(Nella foto il Treviso del 1964, primo anno della sponsorizzazione Metalcrom. L’allenatore era Lollo Levorato, il primo in piedi da sinistra. Franco Paludetto è il terzo degli accosciati da sinistra).
I DERBY VENETI – di Franco Paludetto
La settimana che precedeva la partita con il Rovigo, il Petrarca e le Fiamme Oro, noi trevisani ci allenavamo con più impegno del solito. Il derby creava una grande attesa anche in città, con la gente che parlava di rugby in piazza dei Signori, nelle osterie, tra le bancarelle del mercato. Gli appassionati che incontravamo il sabato sera al bar Biffi ci battevano una mano sulla spalla dicendo: “Domani dovete vincere anche per noi.” La domenica le tribune erano stracolme, con sventolare di bandiere biancocelesti, bianconere e rossoblù. Le partite erano sempre battaglie dure, senza esclusioni di colpi, specialmente con il Petrarca. “In amore e in guerra tutto è lecito”, dice un proverbio che non mi sembra il massimo della saggezza.
Con il Rovigo avevamo un rapporto diverso, sempre grintoso e combattivo, ma basato sul rispetto e la stima reciproca. Rovigo e Treviso erano province povere e ci sentivamo un poco cugini. Con le Fiamme Oro non c’era molto antagonismo. Era una squadra nata da poco, formata da giocatori-poliziotti provenienti da tutte le regioni. Dal 1958 cominciarono a vincere scudetti a ripetizione e a fornire undici giocatori alla Nazionale, ma non avevano una storia, una tradizione radicata nel Veneto, ed erano guardati come estranei, fortunati a prendere dei soldi per giocare a rugby.
I derby più caldi, alle volte bollenti, erano tra Padova e Rovigo, città diverse per condizioni sociali e idee politiche. Il Polesine era una zona depressa e aveva subìto la terribile alluvione del 1951 con conseguente disoccupazione ed emigrazione. Alcuni rugbisti rossoblù avevano perso il lavoro. Il pilone Gabanella fu costretto a trasferirsi a Milano, dove i dirigenti degli Amatori gli avevano trovato un’occupazione. I rodigini erano stati campioni d’Italia negli anni 1951, 52, 53 e 54. Nel 1955 vinse il Parma, nel 1956 noi di Treviso, e nel 1957 nuovamente il Parma.
I polesani avevano una grande voglia di ritornare ad essere i protagonisti del campionato e di ricucirsi sulle maglie lo scudetto tricolore. Giocavano con grinta specialmente con il Petrarca, una squadra molto forte con Ponchia, Comin, Luise I, Danieli e Silini, titolari in Nazionale. Il colore politico dei rodigini tendeva al rosso, come quello della vicina Emilia. Faceva grandi incassi il film “Don Camillo”, tratto da un romanzo di Guareschi, che racconta le rivalità tra un prete e un sindaco comunista.
Padova era una ricca città industriale, considerata la Milano del Veneto. I rugbisti padovani appartenevano a famiglie abbienti ed erano quasi tutti studenti universitari del Collegio Antonianum dei Padri Gesuiti. Giocavano in maglia nera ed erano circondati da numerosi preti in tonaca nera. Tutto quel nero faceva pensare che anche le idee politiche tendessero a quel colore. Questa contrapposizione sociale e politica esplodeva nei derby, sia al campo Tre Pini di Padova che al Tre Martiri di Rovigo. Bastava un piccola scintilla, un placcaggio in ritardo, una parola, per scatenare la rissa. Molto spesso le partite si vincevano o si perdevano con lo scarto minimo di tre punti, e gli arbitri e i segnalinee erano sempre in pericolo.
Una grande conquista del rugby moderno sono i pali alti delle porte. Una volta erano corti, della misura minima permessa dal regolamento, ed era difficile per i guardalinee e l’arbitro decidere se un calcio di punizione, un drop o una trasformazione sparati alti avevano centrato la porta. La loro decisione di convalidare o annullare un calcio era spesso contestata dai giocatori e dagli spettatori sistemati in posizioni diverse, con altri orizzonti. Ognuno vedeva il pallone dentro o fuori secondo la propria convenienza. Allora si accendevano proteste e risse furibonde in campo, con l’arbitro costretto a sospendere la partita e a rifugiarsi in spogliatoio, quando ci riusciva. Era difficile schivare un pugno, una sberla o una pedata dei giocatori più feroci. In questi casi il risultato era deciso a tavolino assegnando la vittoria per 6 a 0 alla squadra senza colpe.
“Un bimbotto di cinque chili”: Mauro Bergamasco futuro pilone secondo All Rugby del 1983
Sfogliando vecchie riviste mi cade l’occhio su un ritratto di Arturo Bergamasco, pubblicato dalla gloriosa All Rugby nell’aprile del 1983. Si tratta di un pezzo di Erasto Borsatto, il direttore del giornale, in occasione del ritiro dalle scene dal roccioso terza linea del Petrarca, rispettato su tutti i campi italiani e noto fra gli avversari anche per una certa propensione ai “colpi proibiti” nei raggruppamenti. Ma il rugby di quegli anni era così e nonostante la retorica del fair-play di cui si sente sempre più spesso parlare, chi conosce il gioco sa bene che pugni e furberie sono stati a lungo la normalità, soprattutto fra gli avanti.
L’episodio dei fischi del pubblico di Rovigo contro Arturo Bergamasco riportano all’atmosfera appassionata ed irripetibile dei derby veneti di quegli anni. Ma la cosa più curiosa del pezzo che riproduciamo qui sotto è il riferimento al figlio del giocatore, “un bimbotto di più di cinque chili”. Si tratta nient’altro che di Mauro Bergamasco. Già Erasto Borsatto profetizzava che sarebbe diventato un rugbista. Sbagliando però ruolo…
Quarant’anni fa la scomparsa di Maci Battaglini, simbolo del Rovigo e del primo rugby italiano
Quaranta anni fa, alle 6,45 del 1° gennaio 1971, moriva all’ospedale di Padova Mario Battaglini, il più grande protagonista della prima stagione del rugby italiano nel dopoguerra. Il rodigino “Maci” era stato vittima qualche settimana prima di una banale caduta dalla bicicletta (mezzo da cui non si separava mai, poichè non aveva la patente), derivando un trauma che l’avrebbe portato al coma e quindi alla tragica fine.
Alla funzione funebre Don Mario Bisaglia cita la parabola di Sansone: «Tu sei stato questo, Maci, un forte e un dolce, tutti ti ricorderanno così». Ad assistere alla cerimonia ci sono migliaia di cittadini, perchè di Rovigo Battaglini è stato uno dei figli più amati. «In fondo al suo cuore durava l’immagine della piccola città di nebbie spinose e di soli cocenti, dove anche lontano dallo stadio teatro delle sue gesta, continuava ad essere protagonista», ha scritto Gian Antonio Cibotto.
Gli ultimi anni di vita di Maci sono intrisi di dolore e nostalgia: resta vedovo della moglie Gabriella nel ’66, dopo una lunga malattia, e nel ‘70 viene allontanato dalla panchina del Rovigo, rimanendo orfano del rugby, sinonimo di una passione assoluta. Dedicati a Battaglini restano oggi uno stadio ed un monumento, ma soprattutto gli affettuosi ricordi che ancora si rincorrono in città. Come quando Maci fece uno stringato ma efficacissimo discorso alla squadra, prima della sfida fra una selezione veneta e i temibili sudafricani della Stellenbosch University. «Loro sono fortissimi, ma se giochiamo come sappiamo li ciavemo». E infatti i sudafricani, reduci da una trionfale tournèe in Francia, persero quella partita 15-8.
Era il 1955 e per la prima volta gli italiani si imponevano ad una squadra di una nazione rugbisticamente avanzata. Pioniere, per il rugby azzurro, Battaglini lo era stato da sempre. Prima della guerra – dopo avere fatto nascere il Rovigo, col fratello Checco, e averlo condotto al titolo nazionale della Gil – Maci era stato il primo “professionista” di uno sport allora ancora ai primissimi passi, ottenendo un ingaggio dall’Amatori Milano (subito uno scudetto nel ‘39-’40). Classe 1919, di umilissime origini, viene arruolato nel Genio e spedito prima in Yugoslavia e quindi sul fronte russo.
Dopo la guerra è il primo rugbista italiano a giocare ed affermarsi in Francia, dove diventa un popolare eroe sportivo grazie soprattutto ai suoi calci da lunghissima distanza e alle sue straordinarie doti fisiche, da cui deriva il soprannome “Maciste” e per apocope “Maci”. Tre stagioni fra Vienne e Toulon fino a che “le mal du pays”, irresistibile, lo riporta a Rovigo. Giusto in tempo per la drammatica alluvione del novembre 1951 ma anche per l’esaltante ciclo di quattro scudetti dei bersaglieri rossoblù, nei quali una terra povera come il Polesine trova identificazione e riscatto. Di quella squadra Maci è giocatore, allenatore, simbolo.
Di carattere effervescente, non va molto d’accordo con arbitri, giornalisti, dirigenti di club e di Federazione: saranno molti i “casi Battaglini” negli anni della sua carriera, spesa anche a Treviso, Padova e Bologna. Battaglini è l’interprete più rappresentativo della prima stagione del rugby in Italia, di uno sport che nasce aristocratico ed universitario per scoprirsi poi contadino e popolano, radicandosi in provincia e dove antichi sono i legami con la terra, la fatica, il sacrificio; un rugby che non conosceva mode e retoriche del terzo tempo ma parlava la lingua vivacissima e autentica del campanile. Gli ultimi successi per Battaglini (tre scudetti dal ’57 al ’60) giunsero da allenatore delle Fiamme Oro, la polisportiva della Polizia di Stato che è quasi una Nazionale grazie al reclutamento dei migliori atleti nel reparto padovano della Celere.
Escluso da un rugby che cambiava velocemente quanto la società italiana, alla fine degli anni Sessanta Maci accetterà un lavoro di bidello ed un posto nella memoria di tutti i bambini di quella generazione. Nella stagione seguente al divorzio con Battaglini, il Rovigo avrà il primo sponsor di maglia – Tosimobili – ed uno straordinario straniero, Alex Penciu. Era già tutto un altro rugby.
Nelle foto Maci Battaglini con la maglia dell’Amatori Milano (per gentile concessione di Umberto Miani, che ringraziamo) ed il Rovigo del secondo scudetto nella stagione dell’alluvione 1951-52.
Sei Nazioni, quando gli allenatori scendevano in campo. Nick Mallett e la Sanson Rovigo
Di recente il sito Planet Rugby ha dedicato una delle sue gallerie fotografiche agli allenatori del Sei Nazioni, ricordando in una serie di scatti quando questi erano giocatori.
La carrellata includeva diverse immagini di Martin Johnson (a fianco), il tecnico con il palmares più prestigioso fra tutti e sei essendo stato capitano dell’Inghilterra campione del mondo, e di Marc Lièvremont, attuale coach della Francia (foto in basso, con la maglia dello Stade Français). In più l’ex All Black Warren Gatland, ora guida del Galles, impegnato nel lancio in touche (al centro).
Per ovviare alla mancanza del sito inglese proponiamo qui una fotografia che ritrae l’attuale allenatore dell’Italia, il sudafricano Nick Mallett, ai tempi della sua esperienza da giocatore nella Sanson Rovigo.
In Polesine Mallett è ricordato come una combattiva e concreta terza linea. Era la stagione 1982-83. Il sudafricano da parte sua ha sempre ricordato con affetto il tempo trascorso a Rovigo e gli infuocati derby con il Petrarca (vedi qui un altro post su RP). “Non posso dimenticare la febbre dei rodigini per il rugby, a cominciare dal derby contro Padova”, ha dichiarato in passato il tecnico azzurro.
Bettarello: “Benetton isolata, ma decisione assurda della Fir. I consiglieri veneti si dimettano”
Dal Corriere del Veneto del 2 agosto 2009.
Da sempre Stefano Bettarello è una delle figure più controverse del rugby italiano. Fin da quando, giovanissimo, emergeva nel Rovigo come uno dei talenti più cristallini che la palla ovale abbia mai avuto ed intraprendeva però poi una carriera da genio incompreso, ottenendo prestigiosi riconoscimenti internazionali come la convocazione con i Barbarians ma finendo anche in “purgatorio” a Mogliano prima di approdare nel Benetton.
Nel corso dell’assemblea del rugby triveneto a Mestre, giovedì sera, Bettarello è stato ancora a suo modo protagonista. Alla richiesta di intervento del rodigino è seguito il distinguo del presidente del Civ Roberto Bortolato (l’ex azzurro non aveva diritto di parola in quanto non tesserato, secondo le regole prefissate per la riunione) e quindi la rinuncia polemica di Bettarello a parlare, nonostante il sostegno della platea e le immediate scuse dello stesso Bortolato.
“Escludere dalla Celtic League il Benetton Treviso e quindi tutto il rugby veneto è una delle decisioni più scandalose della storia di tutto lo sport italiano, visto l’importanza della regione nella palla ovale”, commenta Bettarello. “Credo che i consiglieri federali veneti, di fronte a quanto successo, avrebbero avuto il dovere di rimettere il loro mandato”.
Ma l’ex piede d’oro azzurro considera anche gli errori del Benetton nel formulare la propria candidatura. “Peccato che quelli della Federazione non mi abbiano lasciato parlare”, scherza il rodigino, che poi puntualizza: “Secondo me non ha sbagliato solo la Fir. Credo che Treviso, da un punto di vista di politica federale, abbia scelto da tempo di isolarsi, o comunque di non impegnarsi per fare opposizione al presidente Dondi. Ed alla fine ecco ciò che ha ottenuto”.
Nella foto Stefano Bettarello con la maglia dei Barbarians nel 1987.


