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Sei Nazioni, quando gli allenatori scendevano in campo. Nick Mallett e la Sanson Rovigo
Di recente il sito Planet Rugby ha dedicato una delle sue gallerie fotografiche agli allenatori del Sei Nazioni, ricordando in una serie di scatti quando questi erano giocatori.
La carrellata includeva diverse immagini di Martin Johnson (a fianco), il tecnico con il palmares più prestigioso fra tutti e sei essendo stato capitano dell’Inghilterra campione del mondo, e di Marc Lièvremont, attuale coach della Francia (foto in basso, con la maglia dello Stade Français). In più l’ex All Black Warren Gatland, ora guida del Galles, impegnato nel lancio in touche (al centro).
Per ovviare alla mancanza del sito inglese proponiamo qui una fotografia che ritrae l’attuale allenatore dell’Italia, il sudafricano Nick Mallett, ai tempi della sua esperienza da giocatore nella Sanson Rovigo.
In Polesine Mallett è ricordato come una combattiva e concreta terza linea. Era la stagione 1982-83. Il sudafricano da parte sua ha sempre ricordato con affetto il tempo trascorso a Rovigo e gli infuocati derby con il Petrarca (vedi qui un altro post su RP). “Non posso dimenticare la febbre dei rodigini per il rugby, a cominciare dal derby contro Padova”, ha dichiarato in passato il tecnico azzurro.
Bettarello: “Benetton isolata, ma decisione assurda della Fir. I consiglieri veneti si dimettano”
Dal Corriere del Veneto del 2 agosto 2009.
Da sempre Stefano Bettarello è una delle figure più controverse del rugby italiano. Fin da quando, giovanissimo, emergeva nel Rovigo come uno dei talenti più cristallini che la palla ovale abbia mai avuto ed intraprendeva però poi una carriera da genio incompreso, ottenendo prestigiosi riconoscimenti internazionali come la convocazione con i Barbarians ma finendo anche in “purgatorio” a Mogliano prima di approdare nel Benetton.
Nel corso dell’assemblea del rugby triveneto a Mestre, giovedì sera, Bettarello è stato ancora a suo modo protagonista. Alla richiesta di intervento del rodigino è seguito il distinguo del presidente del Civ Roberto Bortolato (l’ex azzurro non aveva diritto di parola in quanto non tesserato, secondo le regole prefissate per la riunione) e quindi la rinuncia polemica di Bettarello a parlare, nonostante il sostegno della platea e le immediate scuse dello stesso Bortolato.
“Escludere dalla Celtic League il Benetton Treviso e quindi tutto il rugby veneto è una delle decisioni più scandalose della storia di tutto lo sport italiano, visto l’importanza della regione nella palla ovale”, commenta Bettarello. “Credo che i consiglieri federali veneti, di fronte a quanto successo, avrebbero avuto il dovere di rimettere il loro mandato”.
Ma l’ex piede d’oro azzurro considera anche gli errori del Benetton nel formulare la propria candidatura. “Peccato che quelli della Federazione non mi abbiano lasciato parlare”, scherza il rodigino, che poi puntualizza: “Secondo me non ha sbagliato solo la Fir. Credo che Treviso, da un punto di vista di politica federale, abbia scelto da tempo di isolarsi, o comunque di non impegnarsi per fare opposizione al presidente Dondi. Ed alla fine ecco ciò che ha ottenuto”.
Nella foto Stefano Bettarello con la maglia dei Barbarians nel 1987.
Celtic League, il rugby veneto sconfitto dai giochi di potere. Ma è un harakiri per tutto il movimento
Dal Corriere del Veneto del 21 luglio 2009.
Quella del rugby veneto è stata, a partire dal dopoguerra, una splendida avventura sportiva e sociale, con ingredienti di epica e poesia e protagonisti di alta statura morale: si pensi al segno indelebile lasciato a Padova da una personalità come “Memo” Geremia. Le vicende della palla ovale, relegata in Italia al ruolo di disciplina minore fino a pochi anni fa, si intrecciavano profondamente nel tessuto cittadino delle tre piazze storiche ma anche in molti centri più piccoli – “squadre piccole, ma cattive”, dice Marco Paolini nel suo spettacolo ispirato al rugby – mentre il Rovigo (foto) e il Petrarca facevano collezione di scudetti, lanciando la volata al dominio più recente del Treviso con il marchio Benetton.
Complessivamente dal 1950 ad oggi sono 35 i titoli tricolori che arrivano in Veneto, dove il rugby scrive le sue pagine più belle (la prima volta degli All Blacks, i 20mila dell’Appiani nel ‘77, i successi dell’Italia di Georges Coste) e coltiva i suoi campioni più dotati. Passano per esperienze con questo sport ragazzi che diventeranno poi fra le forze migliori della società veneta nei rispettivi campi professionali, serbandone sempre con sé i modelli di sacrificio, solidarietà, rispetto delle regole.
Con la decisione da parte della Federugby di favorire la candidatura alla Celtic League di Roma e di Viadana, un paese di 18 mila abitanti sulla riva mantovana del Po, il viaggio del rugby veneto giunge al capolinea, escluso dagli scenari internazionali e dai futuri progetti di sviluppo. Clamorosa occasione persa per un territorio che non gode certo di buona salute sul piano economico e per il quale la partecipazione ad un importante torneo anglosassone sarebbe stato un preziosissimo spot turistico. E harakiri per il movimento della palla ovale nazionale, che così si amputa del suo organo vitale, la regione dalla quale ha inizio la filiera dei giocatori azzurri con oltre 10 mila tesserati e un centinaio di società.
La candidatura di Treviso, irreprensibile per solidità economica-organizzativa e per palmares sportivo, è stata bocciata dal consiglio federale di sabato, a Bologna. I sette consiglieri della regione, grandi accusati del giorno dopo, assicurano all’unisono di avere votato a favore del Benetton. E giura di avere fatto lo stesso anche il presidente Giancarlo Dondi, che pure ha sempre visto nel club biancoverde, nel suo general manager Vittorio Munari, nella crescita di potere del Veneto gli avversari politici più insidiosi. E che pure ha subìto le pressioni delle forze politiche che governano la capitale.
Certo l’iter che ha portato alla votazione è stato poco chiaro, ma questa non è una novità quanto alle politiche della Fir. Adesso sono lacrime di coccodrillo quelle del presidente, che per l’assolutezza del potere all’interno della Fir viene chiamato da molti “l’imperatore”? La verità rimarrà per sempre nel segreto delle urne. Ma è possibile che questa volta l’Imperatore, e con lui soprattutto il Veneto, siano effettivamente vittime di una manovra bizantina fra i consiglieri della Lombardia e del Centro Sud, orchestrata dal bresciano Alfredo Gavazzi. Nominato anche nel comitato del Sei Nazioni, l’ex patron del Calvisano avrebbe così vinto la prima battaglia nella guerra alla successione di Dondi alla guida di una Fir con un budget ormai di oltre 25 milioni di euro a stagione.
Da sempre quello della rappresentanza politica è uno dei grandi problemi del Nord Est, e non solo nel rugby. Anche questa volta il Veneto – che spesso vince nello sport – viene sconfitto nel gioco del potere.
Via allo spettacolo del Sei Nazioni. Italia a Twickenham con 7mila tifosi
Il titolo di un bel film del tempo che fu era A man for all seasons: tocca ancora a Mauro Bergamasco, novello Charlton Heston nei panni di uomo per tutte le stagioni, rammendare i “buchi” nella coperta corta del rugby azzurro. A Twickenham, contro l’Inghilterra nel match che apre il Sei Nazioni 2009, giocherà nell’inedito e delicato ruolo di mediano di mischia.
Era un’idea alla quale Nick Mallett stava lavorando “in prospettiva dei Mondiali del 2011”, prima che l’infortunio a Canavosio privasse lo staff della Nazionale di una terza opzione per il numero 9 (Picone e Travagli già out da tempo). Il romano Giulio Toniolatti è bravino, ma a 25 anni non ha ancora nessuna esperienza su palcoscenici internazionali: farlo esordire da titolare di fronte agli 82 mila spettatori di uno dei tempi del rugby mondiale presentava troppe incognite.
Ecco allora Mauro Bergamasco, il più eclettico dei nostri giocatori, che da bambino cominciò con la ginnastica artistica (e non ne ha mai negato l’utilità per la sua coordinazione motoria), quindi crebbe apertura fra Selvazzano e Petrarca, divenne infine terza linea di standard assoluto, esordendo in azzurro a soli 19 anni e affermandosi poi a Parigi con lo Stade Français, sempre con papà Arturo come punto di riferimento. John Kirwan lo volle all’ala e non era un’idea sbagliata, non fosse che a Mauro, sensibile alla mistica del combattimento, quella posizione così defilata non piaceva proprio. Ed altri ancora fra gli addetti ai lavori, come Vittorio Munari, sono convinti che sarebbe stato un ottimo centro.
Ed oggi invece mediano di mischia, sotto l’ala protettrice di Alessandro Troncon a cui inevitabilmente finirà per somigliare quanto a stile di gioco (non si è sempre detto che Tronky era una terza linea aggiunta?). “La squadra cercherà di mettere Mauro nelle condizioni migliori per potersi esprimere”, ha detto ieri Sergio Parisse, “noi avanti, in particolare, faremo in modo di garantirgli i migliori palloni possibili”.
Quanto all’Inghilterra, Martin Johnson rinuncia al suo migliore talento, Danny Cipriani, ancora troppo “sbrindolo” secondo l’etica del sacrificio dell’allenatore perfettamente incarnata dal nuovo capitano Steve Borthwick (nella foto), compagno di squadra di Ongaro ai Saracens, che ha una laurea in Economia e che ai tempi del Bath si danneggiò un testicolo in uno scontro di gioco ma non abbandonò il terreno fino alla fine della partita. Gli inglesi non hanno certo problemi di coperta corta: persi per infortunio tre mediani di mischia (Care degli Harlequins lunedì è scivolato sul ghiaccio appena fuori dall’hotel della squadra), non hanno fatto altro che richiamare Harry Ellis del Leicester, un signor giocatore.
Sono attesi a Londra per sostenere gli azzurri ben 7mila tifosi (fonte Federugby). Ormai classica la presenza degli Ofm veneziani, con gli inconfondibili tabarro e tricorno. Quest’ultimo portò fortuna a Murrayfield, finendo per essere indossato dagli azzurri nel giro d’onore. Appuntamento alle 15 – le 16 in Italia – nello stadio sorto nel 1909 su un campo di cavoli, il cui terreno è coperto da venerdì scorso in difesa di ghiaccio e neve. Previsti per oggi due gradi e vento gelido. “Nessun problema”, diceva a Piccadilly Circus un tifoso con il giubbino della Rugby Rovigo, “la mamma mi ha messo in valigia le mutande di lana”.
“Che botte i derby con Rovigo!”: i ricordi del petrarchino d’Australia David Knox. “Mallett chiami Gower, farà la differenza”
Dal Corriere del Veneto dell’8 novembre 2008.
Quando arrivò a Padova, nel 1986, David Knox era un biondino di 23 anni, fisico asciutto ma non statuario, estroverso e un po’ sbruffoncello come molti australiani. Alle spalle due presenze nei Wallabies e una solida reputazione come piazzatore: quello che serviva al Petrarca, con una mischia che faceva sfracelli.
Certo il pubblico padovano era ben abituato, da tre anni festeggiava lo scudetto e quanto ad australiani i predecessori di Knox erano stelle come Roger Gould e, un gradino sopra tutti gli altri, David Campese. “Mudande de seda” era l’epiteto rivolto ai tifosi petrarchini da quelli del Rovigo, ricambiato con uno schietto “bifolchi” nello spirito goliardico di allora. Nella città del Santo Knox si sarebbe fatto presto apprezzare, soprattutto a suon di calci.
L’87 è l’anno del quarto scudetto consecutivo, David resta nel Petrarca altre due stagioni e poi avvia una carriera da giramondo fra Livorno, Bristol, Narbonne, Durban e Canberra. Bizzarro il suo rapporto con la Nazionale australiana, per la quale colleziona 15 presenze spalmate fra il 1985 e il 1997 e vince da riserva la Coppa del Mondo 1991, chiuso dalla classe cristallina di Michael Lynagh.
Nelle ultime tre stagioni è stato tecnico dei trequarti nello staff del Leinster, il cui capo-allenatore è Michael Cheika, altro australiano ed ex-Petrarca. “Mi sto prendendo una pausa e in attesa di un nuovo ingaggio insegno educazione fisica alle elementari, con grande soddisfazione”, inizia a spiegare Knox, al telefono da Sidney, “alla mia esperienza a Padova sono legati molti bei ricordi, ero molto giovane e con una gran voglia di vedere il mondo. L’Italia fu un paradiso: un bellissimo paese, uno stile di vita insuperabile, cibo e vini ottimi. Fui accolto molto amichevolmente ed ogni sera ero invitato a cena da una delle famiglie dei miei compagni. Il rugby non era professionistico, non ci allenavamo molto e quindi avevo anche parecchio tempo libero. In Italia ho imparato molto, in campo e fuori. Era un ambiente con molte personalità di grande carisma, dal presidente Geremia e l’allenatore Munari al mio capitano, Marzio Innocenti, che infatti era anche il capitano della Nazionale italiana. La mischia era fortissima e posso dire lo stesso del numero 9 con cui facevo coppia in mediana, Fulvio Lorigiola“.
Le è rimasto impresso un episodio, in particolare, della sua esperienza italiana?
“Derby con il Rovigo, credo fosse l’88. Succede che placco Botha un po’ in ritardo e arrivano in quattro o cinque a prendermi a pugni. Viene fuori una bella rissa (“rissa” Knox lo dice in italiano, ndr), mentre adesso si viene squalificati allora erano cose che succedevano. Fra Petrarca e Rovigo erano partite sentitissime. Era un campionato interessante, perché dopo la prima Coppa del Mondo arrivarono in Italia tanti campioni, a Rovigo i sudafricani Botha e Smal, a Treviso i neozelandesi Green e Kirwan, e a Padova tornò Campese. Lo scudetto dell’87 fu una grande gioia, mi dispiace che sia rimasto l’ultimo conquistato dal Petrarca”.
Come giudica oggi l’Italia di Nick Mallett?
“L’ho seguita attentamente negli ultimi anni, poichè i trequarti del Leinster, che io allenavo, erano anche i trequarti dell’Irlanda che incontrava gli azzurri nel Sei Nazioni. Credo sia una squadra che è cresciuta molto ed è ben allenata da Mallett. Ha una mischia in grado di giocare alla pari con ogni avversario ed una terza centro, Parisse, che è il migliore al mondo nel suo ruolo. I problemi sono dall’apertura all’estremo, fra i quali non vedo qualità di livello assoluto. Consiglierei a Mallett di chiamare Craig Gower (australiano passato dal rugby a XIII al Bayonne quest’anno, eleggibile grazie alla nonna italiana, ndr), è forte e potrebbe giocare come numero 10, risolvendo all’Italia un bel po’ di problemi”.
Anche l’Australia, dopo l’addio di Gregan e Larkham, affronta il rebus della mediana.
“Ma da noi non mancano i talenti. Finora all’apertura è stato privilegiato Matt Giteau, con lui peraltro abbiamo già raccolto successi importanti come quello in Sud Africa ad agosto. Ma io invece schiererei Giteau centro per dare spazio al giovane Barnes in regia”.
Qual è il suo pronostico per Italia-Australia?
“Vinceranno i Wallabies, ma con uno scarto ridotto. Non mi aspetto giocate spettacolari al largo, l’Italia cercherà di mettere pressione agli australiani con la mischia, un reparto che ha perso uomini importanti come Elson e Vickerman e che è reduce dalla battaglia con gli All Blacks sabato scorso. Se usciranno palloni puliti i nostri trequarti possono essere molto pericolosi, ma l’Australia deve comunque aspettarsi una partita decisamente impegnativa”.
