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Più o meno Italia-Inghilterra. Al Flaminio finalmente gli azzurri che vogliamo

Più più più Flaminio. Sembra passata una vita da quando lo stadio romano si presentava con ampie porzioni vuote e sulle tribune si sentivano solo i cori dei tifosi delle squadre anglosassoni. Nel Flaminio (ora ampliato, ed in attesa di un ulteriore allargamento) c’erano ieri 32mila spettatori che non hanno fatto mancare il loro sostegno agli azzurri, sovrastando nettamente la voce dei 6mila inglesi presenti. Complimenti agli autori del geniale striscione “W la FI… R”.

Mettici anche le dolcezze climatiche, artistiche e gastronomiche della capitale e la trasferta a Roma è ormai diventata un must per il popolo del Sei Nazioni. Possibile, però, che al Flaminio non ci sia un tabellone con punti e cronometro?

Meno meno Martin Johnson. L’Inghilterra gioca con il fantasma del suo allenatore in campo. A metà gara contro il Galles Johnson (nella foto sotto, in conferenza-stampa a Roma) aveva detto ai suoi di smetterla di osare. Contro l’Italia ancora una strategia iperprudente, anche quando l’Inghilterra era in superiorità numerica. Eppure era evidente che al largo la velocità di Ugo Monye, Mark Cueto ed Delon Armitage avrebbe potuto mettere in grossa difficoltà gli azzurri. Invece Johnson ha tenuto in campo Wilkinson, pur malconcio, e chiesto a lui di risolvere il match nello stesso modo in cui il XV della Rosa vinse la finale dei Mondiali 2003… Difficile oggi pensare ad un’Inghilterra competitiva nella World Cup neozelandese.

Più più gli azzurri. Bravi un po’ tutti, ma una spanna più in alto Alessandro Zanni e Salvatore Perugini (foto). Il rientro di Marco Bortolami, che è comunque apparso ancora in ritardo quanto a tenuta atletica, ha rimesso a posto la touche. Leonardo Ghiraldini è stato vivace anche nel gioco aperto, il “sergente Garcia” ha chiuso i varchi nel midfield. Mirco Bergamasco ha messo dentro 4 calci su 5, cosa si può chiedergli di più?

Meno la mediana Tebaldi-Gower. Resta il maggiore punto interrogativo della nostra Nazionale. Craig Gower – che non dimentichiamo arriva dal League – sarebbe più un centro ed il suo gioco al piede non convince mai. Tito Tebaldi è giovane e fa bene Mallett a dargli fiducia.

Più Jonny Wilkinson. In una giornata-no risolve comunque la partita con un drop. E lancia il gioco, placca, si getta nelle ruck. Un campione punto e basta.


RP podcast, verso il Sei Nazioni. Tre equiparati per l’Inghilterra, talenti dal XIII per Martin Johnson

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Negli ultimi mesi non riuscivo ad aggiornare il blog con contributi scritti. Ho scoperto che raccontare in un file audio mi viene più facile e mi costa meno tempo e fatica. Quindi propongo da oggi degli interventi in podcast. Si comincia parlando delle scelte controverse di Martin Johnson, tecnico dell’Inghilterra, in vista del Sei Nazioni 2010.

Il XV della Rosa è in crisi di risultati, mentre la crisi (quella vera, la crisi economica) ha depauperato la Premiership di alcuni dei migliori giocatori. Il solo Northampton, fra le squadre inglesi, è riuscito a qualificarsi ai playoff di Heineken Cup, risultando come migliore seconda nel girone vinto dal Munster e che comprendeva anche Benetton e Perpignan.

Johnson, che c’eravamo abituati a vedere assieme al padre a Monigo quando il fratello Will giocava in biancoverde, aveva in passato dichiarato che non avrebbe convocato atleti emigrati fuori dall’Inghilterra. Ormai ci ha ripensato, non potendo rinunciare a gente come Jonny Wilkinson (Toulon) e James Haskell (Stade Français). Anzi, sta cominciando a ricorrere sempre più agli equiparati neozelandesi, come il centro del Bath Shontayne Hape, ultimo talento convertito dal rugby a XIII (nella foto).

Clicca sul link ad inizio dell’articolo per ascoltare il podcast


Rovigo e Toulon nel Challenge. Battaglini e l’antico legame fra due città innamorate del rugby

I sorteggi per la Challenge Cup 2009/2010 hanno designato Rovigo nel girone 3 assieme ai londinesi Saracens ed ai francesi del Castres e del Toulon. E proprio la sfida con quest’ultimi rappresenta un appuntamento speciale nell’ultima stagione dei club italiani nelle Coppe europee prima della Celtic League e della discussa riforma dei campionati interni.

Fra Rovigo e Toulon, infatti, esistono antichi legami, sullo sfondo di una analogia di carattere fra le due città: entrambe città di classi popolari, entrambe follemente innamorate del rugby tanto da farlo diventare senza dubbio il primo sport. Indimenticabile l’esperienza di una partita allo stadio Félix Mayol, a due passi dal mare, sempre gremito di indemoniati tifosi rossoneri. L’arrivo del magnate dei fumetti Mourad Boudjellal ha portato ad una rinascita del “brin de muguet”, oggi uno dei club con il maggiore budget in Europa. Quindi i tifosi del Rovigo potranno vedere all’opera al Battaglini gente come Jonny Wilkinson, Felipe Contempomi o Pierre Mignoni.

Ma ad inaugurare il legame fra il rugby rodigino e tolonese fu Mario Battaglini, che con la maglia dei francesi disputò la stagione 1948/49. La figura di “Maci” trova ancora ampio spazio nello splendido libro “Le Rugby Club Toulounnais 1908-2008″ dello scrittore Gaelle Nohant, che racconta l’epopea della palla ovale rossonera. Dal testo è tratta la foto qui a fianco, in cui Battaglini disputa la semifinale a Béziers fra Rct e Vienne (11-6 per i rossoneri, nella foto in alto da notare la gente letteralmente appesa alla tettoia dello stadio).

Poi il Toulon accolse un altro rodigino, Giancarlo Malosti, che lì finì per passare tutta la vita. Il terza linea, vincitori di 4 scudetti con Rovigo e 7 volte nazionale azzurro, è morto proprio nella città del Var tre anni fa. Nella foto veste la magia del Rct della stagione 1957/58 (è il terzo in piedi partendo da destra). In tempi più recenti ha invece avuto l’onore di esibirsi al Mayol il roccioso centro Stefano Bordon, passato al Toulon assieme ad Orazio Arancio nel ‘97 (foto sotto).

Ad allenare i rossoneri sono stati anche allenatori ben noti al rugby italiano, come Gilbert Doucet, Alain Teixidor, Tim Lane e Philippe Sauton (che a dire il vero non ha lasciato un gran ricordo ne’ a Tolone ne’ al Petrarca…).