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Il gigante Lawes e la storia del Franklin’s Garden. Missione (quasi) impossibile per il Benetton
Al Franklin’s Garden di Northampton giocarono, naturalmente vincendo, i primi All Blacks neozelandesi in tournèe in Europa, i cosidetti “Original”. Era il 1905 e la storia viene raccontata da Lloyd Jones nel “Libro della gloria”, una delle opere più suggestive sulla palla ovale. In un luogo così impregnato di tradizione e di passione per il rugby il Benetton disputa oggi il terzo turno di Heineken Cup, di fronte a 13mila tifosi per l’ultimo appuntamento annuale dei “Saints” in maglia verde, nero ed oro, protagonisti finora di una stagione ricca di soddisfazioni (terzo posto in Premiership, una vittoria sul Munster in Europa prima della sconfitta a Perpignan).
L’impegno è durissimo, quasi proibitivo per i biancoverdi, i quali si trovano ad affrontare l’intensità di gioco internazionale dopo una lunga astinenza e due match non pienamente convincenti nel Super Ten, contro Venezia e L’Aquila. Ma dopo l’exploit di Heineken Cup contro il Perpignan – e con la Celtic League all’orizzonte – Treviso è oggi chiamata a dimostrare la sua competitività su qualsiasi terreno straniero. L’allenatore Franco Smith (foto) da parte sua si ritrova finalmente con una squadra al completo, o quasi: in un organico di 40 atleti mancano all’appello solo Williams, Orlando, Costanzo e Neethling, mentre sono ormai vicini al rientro importanti pedine a lungo out come Marcato, Sbaraglini e De Jager.
Lo schieramento per la partita del Franklin’s Garden prevede Marius Goosen in cabina di regia e Tobie Botes all’ala (quasi un secondo estremo, per fronteggiare al meglio il gioco al piede degli inglesi), con il rientro a tutti gli effetti di sette nazionali nel XV titolare. Il Northampton è una squadra priva di grandi finisseur ma dal gioco terribilmente efficace, soprattutto sul campo di casa, dove nei 7 match di questa stagione non ha mai perso.
Ad attrarre l’attenzione dei tifosi delle Midlands è stato di recente il seconda linea Courtney Lawes (201 cm per 115 chili – foto in alto, sotto il video di un suo placcaggio su Thomas del Montpellier), cresciuto a 100 metri dallo stadio, titolare ad appena vent’anni e già celebre per i suoi placcaggi devastanti. “Ma il loro giocatore migliore è probabilmente l’altra seconda linea, Jaundre Kruger, molto fisico e allo stesso tempo tecnico”, sottolinea Smith, dando inevitabilmente credito al conterraneo sudafricano che tuttavia oggi parte in panchina.
“Nel complesso Northampton e Benetton si assomigliano, io e il loro allenatore (Jim Mallinder, ndr) abbiamo la stessa visione del rugby”, commenta Smith, “a differenza di Perpignan e Munster sono una squadra senza grandi stelle ma molto bene organizzata, nella quale ogni giocatore sa bene cosa fare in campo. Sono molto aggressivi nei punti di incontro, dovremo essere disciplinati e pazienti per rispettare il nostro piano di gioco”. Motivazioni supplementari per Andy Vilk, con la maglia dei Saints dal 2003 al 2006.
Mischia super, difesa e grande cuore. Treviso stende il Perpignan campione di Francia
Il Benetton ferma a Monigo i campioni di Francia del Perpignan tornando al successo in Heineken Cup con la più bella e emozionante prestazione degli ultimi anni. Ed è uno schiaffo per chi, nella Fir e nel rugby italiano, sostiene strumentalmente che il movimento possa fare a meno di Treviso o che il suo staff siano inadeguati al massimo livello europeo.
A Monigo, alla fine, una gioia che non si vedeva da anni (l’ultima vittoria europea in casa risaliva al 2005). “Si tratta del frutto del lavoro svolto sull’arco di tre stagioni, grazie alla fiducia della società, dello staff tecnico e della squadra per il mio sistema di gioco”, commenta l’allenatore Franco Smith.
Nel primo tempo il Benetton aveva messo in mostra l’abito della festa, rispetto ad un Super Ten affrontato evidentemente in tuta da operaio. Rigore tattico, disciplina, solidità del pacchetto, la giusta aggressività in difesa da parte dei biancoverdi (con una nuova maglia “vintage” dello scudetto 1978): ne risultavano sorpresi i “sang et or”, che pure avevano schierato un formazione di titolari senza sottovalutare l’impegno.
Una insistita maul al primo possesso strappa gli applausi entusiasti del pubblico biancoverde, che poi inizia ad accarezzare il sogno quando al cambio di campo il tabellone segna 6-0 grazie a due piazzati di Marius Goosen, peraltro non ineccepibile in regia (ma il 35enne “Gus”, pur perso lo smalto fisico della giovinezza, resta sempre un autorevole punto di riferimento per i compagni). I francesi non osano e pensano prudentemente a controllare, affidandosi anche al mestiere dei loro avanti.
Il Benetton tiene basso il ritmo con la complicità del campo pesante, Garcia e Sgarbi sono ermetici in difesa contro le stelle Marty e Mermoz, Emiliano Mulieri si rivela ancora una volte come un uomo per
tutte le stagioni affidabilissimo (con Williams in panchina). Nella ripresa, quando ci si aspetta la reazione dei catalani, sono ancora i trevigiani ad occupare il campo avversario anche con un uso appropriato del piede di Goosen e McLean.
Il Perpignan accorcia al 14′ (6-3), Treviso ristabilisce il distacco sei minuti più tardi (9-3) e poi finisce in apnea per la stanchezza nonostante i cambi (applausi al momento della sostituzione soprattutto per il sorprendente Michele Rizzo). Nell’ultimo quarto di partita è soprattutto un enorme cuore che sostiene Goosen e compagni, che ritrovano anche il calore dei loro tifosi.
Positiva la prova di “Mozzarella” Semenzato di fronte allo staff tecnico azzurro in tribuna. Da monumento il sacrificio degli avanti, Kingi e Van Zyl (nella foto in alto la sua presa in touche) su tutti. “Il miglior giocatore della partita è stata l’intera mischia”, hanno sottolineato all’unisono Smith e capitan Pavanello. I francesi trovano la meta a 8′ dalla fine, ma la trasformazione di Porical per il sorpasso fa la barba all’esterno del palo.
Ancora brividi prima del fischio finale dell’arbitro inglese Dave Pearson, quello che negò all’Italia il successo a Dublino nel Sei Nazioni 2005 (ha sostituito all’ultimo minuto Small, dirottato a Llanelli). Il tempo è scaduto e Semenzato calcia fuori l’ovale per chiudere il match, ma la palla colpisce in faccia Sgarbi e il rimpallo incredibilmente favorisce il contrattacco dei francesi. Per fortuna c’è un in-avanti che fa tirare un sospiro di sollievo a tutto il pubblico di Monigo.
Anche Luciano Benetton viene compreso nel cerchio dei giocatori, quando i trevigiani si radunano sul campo ad impresa raggiunta, mentre il tecnico giallorosso Jacques Brunel vaga sconsolato a bordo del terreno: il Perpignan voleva una Heineken Cup di alto livello ma con la loro supponenza, perdendo a Treviso, i francesi vedono già allontanarsi la qualificazione.
La Celtic League a Viadana e Roma. La Fir umilia il Benetton e cancella il Veneto dal rugby che conta
Dal Corriere del Veneto del 19 luglio 2009.
Bocciata, a favore di Roma e Viadana, la candidatura del Benetton alla Celtic League. Il Veneto, regione storicamente leader del movimento e principale serbatoio della Nazionale azzurra (assieme all’Argentina), cancellato con un solo colpo di spugna dalla cartina geopolitica del rugby che conta: non parteciperà nel 2010-11 al torneo anglosassone ne’ alla Heineken Cup, la Champions League dell’ovale di cui pure Treviso è stata pioniera fin dalle prime edizioni.
Con una decisione destinata a suscitare vasta eco e contromosse anche clamorose da parte dei club veneti, il presidente della Fir Giancarlo Dondi (foto sotto) ha indicato ieri nelle candidature denominate “Preatorians” e “Aironi” le più adatte a rappresentare l’Italia di fronte al Board della Magners Celtic League, che ora ne valuterà l’ammissione.
L’amarezza del presidente biancoverde Amerino Zatta (nella foto, con Luciano Benetton): «Non ce l’aspettavamo, è una sconfitta per Treviso ma anche per tutto il movimento veneto, di cui eravamo capofila in un progetto che non è di sicuro meno accreditato di quelli prescelti. Ci piacerebbe sapere in cosa abbiamo sbagliato: abbiamo risposto in modo esauriente a tutte le richieste del capitolato. E siamo disposti a rendere pubblici i dettagli della copertura finanziaria che garantiamo, vediamo se gli altri possono produrre condizioni altrettanto credibili».
Sorprende soprattutto che Dondi abbiama scelto Roma, che già ospita il Sei Nazioni. Il progetto Praetorians, che è guidato dall’imprenditore immobiliare Paolo Abbondanza e coinvolge anche l’avvocato veneziano Alfredo Biagini (consulenze presso Regione Veneto, Consorzio Venezia Nuova e Biennale, presidente della Lazio), godeva di un ampio supporto politico nella capitale ma appariva poco consistente sotto l’aspetto delle risorse economiche a disposizione. Quanto a Viadana, è noto lo sforzo della Lega Nord sul fronte lombardo.
Ieri a Bologna la proposta di Dondi è stata ratificata, seppur di misura e con voto segreto, dal consiglio federale, nel quale pure siedono sette rappresentanti del triveneto (Bagatin, Zanandrea, Trevisiol, Rinaldo, Checchinato, Mazzariol, Torretti). A nulla sono valsi ne’ la tradizione della regione e i cinque scudetti vinti da Treviso nelle ultime sette edizioni, ne’ l’impegno trentennale nel rugby di un mecenate come Benetton, pronto peraltro a garantire un investimento di 8,5 milioni di euro a stagione per i prossimi cinque anni.
«Non credo siano stati decisivi gli interventi dei partiti», commenta Zatta, «credo piuttosto che una crescita di potere del Veneto all’interno della Fir abbia fatto paura a Dondi. Certo ora vengono meno i presupposti per continuare ad investire». E se ora, dopo Capitolina e Calvisano, anche Treviso decidesse di non partecipare al campionato? Ma dalla Ghirada assicurano di volere onorare l’impegno.
Il mondo del rugby veneto è frastornato. «Incredulo e demoralizzato» si dichiara il presidente del Venezia, Tommaso Pipitone, che esprime anche i suoi dubbi sul futuro: «si tratta di una scelta sbagliata, che può travolgere l’intero movimento. Se anche Benetton sceglierà di ridimensionare, il campionato perderà ulteriormente di valore mettendo in dubbio gli investimenti di tutti». «Molto coraggiosa» giudica la decisione Enrico Toffano. «La Fir ignora così 50 anni di storia del rugby veneto costruita prima da Padova e Rovigo e quindi più recentemente da Treviso», dice il presidente del Petrarca, «il Benetton è sempre stato esempio di serietà in tutti i settori e il progetto di una franchigia in Celtic League, con il movimento regionale impegnato ad allevare giocatori per una vetrina di alto livello, aveva affascinato tutti i club della regione, Petrarca compreso».
Treviso, lo scudetto del pack. Capitan Pavanello: “Gruppo e maturità fanno la differenza”
“Working class hero” canterebbe John Lennon per celebrare, nel rugby, gli uomini della mischia, ovvero quelli che fanno il lavoro più ruvido e infame, che non segnano mai (beh, quasi mai) ed anzi a volte neanche toccano palla, quelli di cui i giornalisti si dimenticano al momento di comporre il titolo o di nominare il man of the match.
Eppure sono loro gli operai che, lontani dai riflettori, costruiscono le fondamenta di ogni vittoria. Così sabato a Roma per lo scudetto numero 14 del Benetton: è soprattutto ai suoi uomini con la maglia XXXL che Treviso deve questo titolo, contro un Viadana nell’occasione forse superiore per calibro tecnico complessivo. Se il pack biancoverde si era già dimostrato superiore ad ogni avversario nel corso del Super Ten, la finale ha esaltato la predisposizione al combattimento, il rigore e la compattezza del reparto avanzato di Treviso, impeccabile anche quando i titolari di partenza hanno lasciato il campo per fatica.
Giusto che il capitano dello scudetto sia Antonio Pavanello, che da seconda linea gioca proprio nel cuore della mischia, protagonista di un’ottimo campionato e laureatosi per la seconda volta nella stagione dopo il titolo di dottore in Architettura conquistato a Ca’ Foscari lo scorso ottobre. “Non avrei potuto chiedere nulla di più a quest’anno”, spiega raggiante il 27enne, cresciuto nel Rovigo e approdato al Benetton nel 2005, “lo scudetto era l’obiettivo di inizio torneo, ma vincerlo da capitano è un regalo speciale. Ero fra i sei cosiddetti “leader” della squadra anche prima dell’infortunio di De Jager, nel finale di stagione è emersa la possibillità che la responsabilità toccasse a me. Certo non è facile essere capitano in una squadra come Treviso, con tante personalità forti e giocatori ben più esperti di me. A volte ho chiesto di essere aiutato, è successo anche sabato, ed in quelle situazioni ho capito quanto questo gruppo sia unito e maturo”.
I biancoverdi, alle prese con una lunga lista di infortunati, partivano sfavoriti contro un Viadana motivatissimo e dopo un primo tempo dominato si erano ritrovati ad inseguire nel punteggio con soli 10′ da giocare. Eppure è finita come altre quattro volte nei sette anni della gestione Zatta-Munari, cioè con il Benetton in festa sotto lo sguardo divertito di Giovanni Storti, pur senza gli inseparabili Aldo e Giacomo. “Rispetto a tutti gli altri, ciò che fa la differenza è la nostra forza mentale”, commenta Pavanello, “ognuno è capace di dare il massimo nel momento che conta, senza farsi fermare dalla pressione psicologica. Faccio un paio di esempi. Sabato Horak era stato chiamato a giocare in extremis, era reduce da un lungo infortunio alla spalla e lontano dal ritmo partita, ma ha fatto un’ottima finale, sacrificandosi in difesa. Sartoretto aveva giocato pochissimo in questa stagione, è entrato negli ultimi minuti, ha salvato il risultato con un placcaggio devastante su Robertson e poi ha quasi segnato una meta. Viadana ha come noi ottime individualità, ma da noi c’è anche un gruppo solido. Quello che forse era mancato l’anno scorso”.
In questa stagione, come nella passata, la squadra ad un certo punto dava l’impressione di non comprendere i dettami di Franco Smith e di accusare la disastrosa campagna di Heineken Cup. La svolta della stagione del Benetton avviene dopo il derby perso a Padova, racconta il capitano: “Non c’è dubbio, abbiamo anche conosciuto momenti difficili durante l’annata. All’inizio del girone di ritorno giocammo una brutta partita in casa del Petrarca. Alla fine, nello spogliatoio, ci siamo guardati in faccia e ci siamo domandati se volevamo buttare via due anni di sacrifici. E’ venuta fuori ancora una volta la forza del gruppo e da quel momento ho iniziato a credere che lo scudetto sarebbe tornato a Treviso. E sabato è successo lo stesso: dopo essere andati sotto nel punteggio ci siamo riuniti in cerchio e ci siamo chiesti se veramente volevamo questa vittoria. Come risposta, siamo andati ad occupare il campo del Viadana per il resto della partita, assicurandoci lo scudetto con il calcio di Goosen e la meta di Barbieri“.
Da sempre Treviso lamenta scarsa tutela da parte degli arbitri. Non in questa volta occasione, però. “Faccio davvero i complimenti a Mancini, che ha ottimamente arbitrato la finale”, dice Pavanello, “in particolare ha diretto bene il gioco a terra, rendendo più veloce l’uscita del pallone. Inoltre, da capitano, ho potuto avere con lui un proficuo dialogo. Ed alla fine ne è venuta fuori anche una bella partita, mi sembra”.
Ora Antonio Pavanello si aggrega all’Italia A con la quale parteciperà alla Nations Cup in Romania. A detta di qualcuno il seconda linea biancoverde meriterebbe qualcosa di più, ma forse, stante il dissidio “politico” fra la Fir e il club trevigiano, oggi a differenza del passato vestire la maglia del Benetton è più un ostacolo in prospettiva azzurra. “Non spetta a me dire se merito la Nazionale. Da parte mia cerco solo di dare sempre il massimo e credo di avere raggiunto in questa stagione una certa maturità di giocatore. In finale non mi sembra di avere sfigurato contro gli avversari diretti (Geldenhuys è stato convocato da Mallett per il tour estivo, ndr). Ciò che mi fa più piacere, in ogni caso, è sentire la fiducia dei compagni e sentirmi dire da loro che sarei all’altezza della Nazionale maggiore”.
La cronaca della partita si trova qui.
L’esempio scozzese e i nodi Celtic League. Viaggio nel rugby degli highlanders
Fin dal primissimo giorno dell’era Sei Nazioni, torneo dopo torneo e passando anche per la fatidica notte di Saint-Étienne alla World Cup 2007 (foto sotto, con Troncon e Ongaro in lacrime dopo la sconfitta), la Scozia rappresenta la misura dei progressi del rugby azzurro nella affannosa rincorsa alla competitività internazionale, un po’ l’ultimo vagone del treno sul quale invano l’Italia cerca il tempo giusto per saltar su. In quel primo giorno – era il 5 febbraio 2000 – l’Italia di Giovanelli-Troncon-Dominguez e dell’eroe per un giorno Giampiero De Carli sconfisse a Roma 34-20 una Scozia pur detentrice dell’ultimo titolo del “Championship” nel format a cinque nazioni.
Sembrò allora uno scossone rivoluzionario alle gerarchie del rugby europeo, da sempre affare esclusivo di anglosassoni e francesi. Sembrò che fosse davvero arrivato il momento dell’ingresso di un inedito protagonista, di una nuova guest star in una recita che vedeva fin dalla fine dell’Ottocento gli stessi quattro o cinque immutati attori. E che anzi forse proprio dalla ripetizione di quel copione originale traeva il suo irresistibile fascino, come nell’opera lirica o nei classici del teatro si assaporano le sfumature delle interpretazioni e non la trama, ben sapendo già come finirà.
Non è andata in questo modo, ahinoi, e dieci anni dopo gli azzurri nel Sei Nazioni hanno ancora appena una particina di secondo piano, con un solo realistico obiettivo da sempre: battere la Scozia, l’unica delle avversarie apparsa finora abbordabile in ogni edizione, e non sbracare con gli altri. Oggi intanto il rugby italiano svolta con l’ingresso nella Celtic League e lo fa proprio secondo un modello che assomiglia a quello dei cugini in kilt piuttosto che all’esperienza di irlandesi e gallesi, basata per i primi sulle realtà territoriali delle province e per i secondi su combinazioni di club forti, comunque con un radicamento profondo nella regione e un organizzato sistema di reclutamento in questo ambito geografico.
Guardando ai risultati della Scozia e delle sue due squadre – praticamente delle selezioni – in Magners League ed Heineken Cup, i critici potrebbero legittimamente avanzare dubbi sulla strada intrapresa dalla Fir. Vale la pena, quindi, di cercare di capire cosa succede lassù, a nord del vallo di Adriano. Anche perchè la questione potrebbe essere affrontata da una opposta prospettiva, se si considera che gli highlanders dispongono di un numero di tesserati largamente inferiore a quello delle altre nazioni ed anche a quello italiano: 33mila, contro i nostri 61mila. Eppure fanno meglio: non molto meglio, ma pur sempre meglio di noi.
CASA DOLCE CASA? – La nascita delle selezioni farà rientrare i giocatori azzurri all’estero: questa una delle argomentazioni più accalorate fra i sostenitori dell’ingresso italiano in Celtic League. Il caso della Scozia fa però sorgere qualche dubbio, senza pure considerare quanto i suoi atleti siano sensibili alla mistica dell’orgoglio nazionale.
Nel 2006 Scott Murray rifiutò un’offerta per giocare con i Natal Sharks pur di rimanere ad Edimburgo. Come potrebbe funzionare con i nostri che neppure sono italiani di nascita, come i vari Nieto, Aguero, Castrogiovanni? Alla fin fine, come dicono gli inglesi, “money talks”.
Certo, attratti da un Edinburgh che ha decisamente ritrovato competitività, sono rientrati quest’anno Chris Paterson (dal Gloucester – foto a fianco) e Jim Hamilton (dal Leicester). Ma attualmente parecchi scozzesi fra i migliori giocano nel Top14 o nella Premiership. Jason White al Sale, e per la prossima stagione ha già firmato con il Clermont Auvergne. Simon Taylor allo Stade Français. Sean Lamont al Northampton, con Euan Murray e Scott Gray. Nathan Hines e Chris Cusiter (tutti lo ricordano per quei tre assurdi passaggi sparati a Murrayfield nel 2007, ma è un ottimo giocatore) al Perpignan. Alasdair Strokosch, con Dickinson e Lawson, al Gloucester.
Nulla toglie, comunque, che nel primo match del Sei Nazioni 2009 Frank Hadden abbia potuto schierare una Nazionale composta da 11 giocatori dell’Edinburgh e da 5 del Glasgow nei 22 disponibili. In pratica il panorama scozzese di oggi assomiglia a quello italiano degli anni Novanta, quando tutto il meglio del movimento era concentrato a Milano e Treviso.
L’inchiesta completa si può leggere nel numero in edicola di Rugby Club.