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Benetton, nuovo harakiri nonostante un superbo Gori. Glasgow passa a Monigo con un meta nel finale
Stesso – o quasi – copione visto contro l’Ulster: il Benetton domina per lunghi tratti della partita ma si ritrova nel finale con uno striminzito vantaggio, poi subisce la meta decisiva ad una manciata di minuti dalla fine. Un suicidio tattico, ma anche la dimostrazione dei limiti della panchina biancoverde rispetto agli avversari di Pro12. E la sconfitta contro Glasgow ha pure uno strascico pesante sul fronte degli infortuni. Manoa Vosawai ha subito la lussazione della spalla sinistra (stesso problema, precedentemente in questa stagione, sulla sinistra – sotto un’immagine delle impressionanti condizioni della spalla all’uscita dal campo), Antonio Pavanello una distorsione della caviglia sulla quale però lo staff medico dovrà fare i dovuti accertamenti. Pessima notizia anche per la Nazionale, visto che Jacques Brunel rischia di perdere altre due pedine per il tour estivo, oltre ai già fermi Derbyshire, Ghiraldini e Botes.
Treviso ha sprecato tantissimo, sbagliando anche touche importanti nei momenti topici. «Siamo stati, senza segnare, per otto volte dentro i loro 5 metri», si rammaricava alla fine Franco Smith. Aveva fatto ben sperare la bella meta in avvio firmata da “Dingo” Williams, ma ispirata da un brillante spunto di Tommaso Iannone.
Gli scozzesi erano riusciti a sorpassare con due piazzati, ottenendo il massimo nelle rare puntate nella metà campo trevigiana. Al minuto numero 71 finalmente il Benetton vinceva una rimessa, impostava la maul e otteneva il calcio di punizione a favore, trasformato da Kris Burton per l’8-6.
Nel finale scandalosa decisione arbitrale a favore di Glasgow, per il piazzato di Ruaridh Jackson che però si stampava sul palo. Ma la doccia fredda arrivava con la meta di D.T.H. Van Der Merwe, il sudafricano apprezzato all’ultima World Cup con la maglia del Canada.
Pochi dubbi sul man of the match, poichè Edoardo Gori è stato certamente il migliore in campo (menzioni per Minto, Iannone e Cittadini). Il ragazzo toscano, che pure può ancora crescere molto sul piano della gestione, sta emergendo per talento atletico e per personalità. Ha pure sfidato a boxe Alastair Kellock, 2 metri e 4 per 110 chili. «In questo finale di stagione mi sento finalmente a posto fisicamente, anche grazie al lavoro assieme ai preparatori Intoppa e Benvenuto», ha commentato il mediano di mischia, «sto giocando di più e questo mi dà fiducia, partita dopo partita mi sento sempre più sicuro».
La sfida Gori-Kellock è stata fermata da un doppio cartellino giallo. «Stavo recuperando un pallone e mi ha pestato volontariamente un braccio, mi sono così lasciato prendere dalla rabbia: reazione sbagliata, è stato un errore mio», ha spiegato Gori. Il Glasgow in ogni caso è sembrata squadra brutale fino ai limiti del regolamento. Visti almeno un paio di clamorosi stamping (Barclay sopra Cittadini, Kellock sopra Burton) e qualche malumore è affiorato anche nell’ambiente del Benetton, stufo di non ricevere adeguata tutela rispetto alle squadre britanniche. Il club biancoverde, che in queste due stagioni non ha mai citato gli avversari, potrebbe questa volta rivolgersi all’istituzione giudicante.
Nella foto in alto, il cerchio del Benetton saluta alla fine del match Simon Picone, all’ultima partita a Monigo in maglia biancoverde.
Monigo scopre Willem De Waal. Un Benetton brutto e stanco trova contro Glasgow l’ottava vittoria
Il Benetton non ritrova se stesso ma assapora il gusto della vittoria ad oltre due mesi dall’exploit con il Munster: 19-16 al Glasgow per l’ottavo successo stagionale ed il sorpasso in classifica ai danni degli stessi scozzesi. Partita vinta soprattutto con il cuore e con il sacrificio in difesa, mentre decisivo nello score finale risulta il drop inventato al 62’, sul 16-16, da Willem De Waal (nella foto, da www.marcosartori.net). Al di là della prodezza da 40 metri, il sudafricano è stato protagonista sia per la sapiente regia che per la precisione dalla piazzola (3 su 3, e 10 centri negli ultimi 10 tentativi).
Non fosse per il mancino di scuola Stellenbosch gli sforzi del Benetton difficilmente avrebbero partorito quattro punti. Se vincere giocando male può essere interpretato anche come un segnale di maturità, il successo sul Glasgow al contempo non cancella gli attuali problemi di Treviso, primo fra tutti una evidente stanchezza mentale a questo punto di un’annata con inedite pressioni. E resta di fatto anche una sterile prevedibilità offensiva, svanito l’effetto-sorpresa dei match autunnali, mentre la mischia chiusa biancoverde non sembra più essere così dominante. «E’ una stagione molto dura dal punto di vista mentale, abbiamo commesso molti errori per il nervosismo ma ora il successo ci leva di sicuro un po’ di stanchezza dalle nostre teste», spiega Franco Smith nel dopogara.
Per tutto il primo tempo è il Benetton a dettare il ritmo, mentre gli scozzesi, attendisti a dispetto del nome “Warriors”, sembrano predisporsi soprattutto a controllare. I trevigiani sono impazienti e arruffoni, sciupando diverse occasioni. De Waal e Ruaridh Jackson pareggiano il conto nei piazzati e si cambia campo sul 6-6, dopo che un lungo assedio dei padroni di casa era stato fermato dagli scozzesi a ridosso dell’area.
La meta che arriva ad inizio ripresa non è costruita ma si deve ad uno spunto estemporaneo di Robert Barbieri, quando il Benetton produce in superiorità numerica un notevole volume di gioco con i drive degli avanti. Ma passano 6‘ e già il Glasgow – ancora in 14! – agguanta il pareggio con il velenoso Graeme Morrison (foto), il migliore dei suoi. Per il pubblico di Monigo il finale è da cuore in gola, con i biancoverdi che si immolano in una serie infinita di placcaggi. Ci si mette anche il guardialinee padovano Alan Falzone con un una incredibile decisione che scatena gli ululati dell’intero stadio (splendido cross-kick di De Waal con 40 metri di guadagno territoriale, che Falzone vede però rimbalzare fuori), ma la diga regge fino alla fine.
I migliori di Treviso sono Alessandro Zanni e Ludovico Nitoglia, mentre bisogna sottolineare la nuova prova positiva di Michele Sepe, solido soprattutto in difesa: senza dare troppo nell’occhio, l’ala romana in questa stagione ha saputo ritagliarsi un suo spazio in squadra, giocando già nove partite da titolare. Quanto a De Waal la prova contro il Glasgow varrebbe già come ipoteca per la riconferma. «Mi piacerebbe rimanere a Treviso, dopo la breve esperienza a Narbonne mi ero ripromesso di tornare in Europa ma per restarci più a lungo e poter così dimostrare il mio valore», ha detto il numero 10 sudafricano, «per me non è stato semplice passare direttamente dalla Currie Cup alla Magners League, dove il livello è molto alto, vicino a quello del Super 15. Un paio di infortuni hanno tardato il mio inserimento ma adesso spero di chiudere la stagione nel modo migliore. Mi piace giocare su campi asciutti, come in Sud Africa».
Ma per definire la rosa degli stranieri il Benetton dovrà fare i conti con l’ultima cervellotica norma della Fir, che limita anche il ruolo: dall’anno prossimo ammessi solo 5 non-eleggibili per franchigia, dei quali uno rispettivamente in prima, seconda e terza linea, uno in mediana o estremo, un centro/ala. A meno che non arrivi la convocazione in Nazionale e pertanto l’equiparazione di Tobie Botes, Treviso dovrà sceglierne dunque sceglierne due fra questi cinque: Botes, De Waal, Maddock, Williams, Vilk… La nuova regola, tuttavia, non sembra essere andata giù ad Aironi e Benetton.
Galthié, tiè!
Venerdì scorso su L’Equipe due pagine dedicate all’inizio dell’Heineken Cup. Leggo con interesse il commento di Fabien Galthié che riporto qui a fianco. L’ex mediano di mischia dello Stade Français e della Francia ci spiega quanto siano duri ed eccitanti gli scenari della Heineken Cup dominato l’anno scorso dai francesi.
Mi colpisce però l’ultima frase del pezzo, in cui Galthié sostiene che la presenza delle squadre italiane e scozzesi falsa la competizione “per le squadre che non hanno la fortuna di incrociarle nel loro girone”. Beh, si sa come sono i nostri cugini francesi: l’umiltà non è la loro principale qualità. Visti i risultati del rugby italiano, non è che neppure possiamo chiedere particolare considerazione. Però che il Benetton “falsi” la Heineken Cup sembra davvero un po’ troppo…
L’anno scorso Treviso piuttosto ha falsato la stagione del Perpignan campione di Francia, caduto a Monigo proprio nell’esordio di Heineken Cup, a quel punto già compromessa. Sabato scorso i biancoverdi stavano per compiere un’altra storica impresa: erano in vantaggio sul Leicester fino a 3′ dal termine e non fosse stato per una follia di Joe Maddock anche i campioni di Inghilterra, in quel momento frastornati dalla mostruosa prova del Benetton, sarebbero tornati a casa con una sconfitta.
Tra l’altro neppure le scozzesi si sono dimostrate nel primo turno delle squadre materasso: il Cardiff in casa ha superato di un solo punto l’Edinburgh (18-17), mentre nel derby di Magners League il Glasgow ha battuto i Dragons 21-13. Ma non dimentichiamo che i Warriors nel gennaio 2009 erano stati capaci di andare a vincere a Toulouse.
L’esempio scozzese e i nodi Celtic League. Viaggio nel rugby degli highlanders
Fin dal primissimo giorno dell’era Sei Nazioni, torneo dopo torneo e passando anche per la fatidica notte di Saint-Étienne alla World Cup 2007 (foto sotto, con Troncon e Ongaro in lacrime dopo la sconfitta), la Scozia rappresenta la misura dei progressi del rugby azzurro nella affannosa rincorsa alla competitività internazionale, un po’ l’ultimo vagone del treno sul quale invano l’Italia cerca il tempo giusto per saltar su. In quel primo giorno – era il 5 febbraio 2000 – l’Italia di Giovanelli-Troncon-Dominguez e dell’eroe per un giorno Giampiero De Carli sconfisse a Roma 34-20 una Scozia pur detentrice dell’ultimo titolo del “Championship” nel format a cinque nazioni.
Sembrò allora uno scossone rivoluzionario alle gerarchie del rugby europeo, da sempre affare esclusivo di anglosassoni e francesi. Sembrò che fosse davvero arrivato il momento dell’ingresso di un inedito protagonista, di una nuova guest star in una recita che vedeva fin dalla fine dell’Ottocento gli stessi quattro o cinque immutati attori. E che anzi forse proprio dalla ripetizione di quel copione originale traeva il suo irresistibile fascino, come nell’opera lirica o nei classici del teatro si assaporano le sfumature delle interpretazioni e non la trama, ben sapendo già come finirà.
Non è andata in questo modo, ahinoi, e dieci anni dopo gli azzurri nel Sei Nazioni hanno ancora appena una particina di secondo piano, con un solo realistico obiettivo da sempre: battere la Scozia, l’unica delle avversarie apparsa finora abbordabile in ogni edizione, e non sbracare con gli altri. Oggi intanto il rugby italiano svolta con l’ingresso nella Celtic League e lo fa proprio secondo un modello che assomiglia a quello dei cugini in kilt piuttosto che all’esperienza di irlandesi e gallesi, basata per i primi sulle realtà territoriali delle province e per i secondi su combinazioni di club forti, comunque con un radicamento profondo nella regione e un organizzato sistema di reclutamento in questo ambito geografico.
Guardando ai risultati della Scozia e delle sue due squadre – praticamente delle selezioni – in Magners League ed Heineken Cup, i critici potrebbero legittimamente avanzare dubbi sulla strada intrapresa dalla Fir. Vale la pena, quindi, di cercare di capire cosa succede lassù, a nord del vallo di Adriano. Anche perchè la questione potrebbe essere affrontata da una opposta prospettiva, se si considera che gli highlanders dispongono di un numero di tesserati largamente inferiore a quello delle altre nazioni ed anche a quello italiano: 33mila, contro i nostri 61mila. Eppure fanno meglio: non molto meglio, ma pur sempre meglio di noi.
CASA DOLCE CASA? – La nascita delle selezioni farà rientrare i giocatori azzurri all’estero: questa una delle argomentazioni più accalorate fra i sostenitori dell’ingresso italiano in Celtic League. Il caso della Scozia fa però sorgere qualche dubbio, senza pure considerare quanto i suoi atleti siano sensibili alla mistica dell’orgoglio nazionale.
Nel 2006 Scott Murray rifiutò un’offerta per giocare con i Natal Sharks pur di rimanere ad Edimburgo. Come potrebbe funzionare con i nostri che neppure sono italiani di nascita, come i vari Nieto, Aguero, Castrogiovanni? Alla fin fine, come dicono gli inglesi, “money talks”.
Certo, attratti da un Edinburgh che ha decisamente ritrovato competitività, sono rientrati quest’anno Chris Paterson (dal Gloucester – foto a fianco) e Jim Hamilton (dal Leicester). Ma attualmente parecchi scozzesi fra i migliori giocano nel Top14 o nella Premiership. Jason White al Sale, e per la prossima stagione ha già firmato con il Clermont Auvergne. Simon Taylor allo Stade Français. Sean Lamont al Northampton, con Euan Murray e Scott Gray. Nathan Hines e Chris Cusiter (tutti lo ricordano per quei tre assurdi passaggi sparati a Murrayfield nel 2007, ma è un ottimo giocatore) al Perpignan. Alasdair Strokosch, con Dickinson e Lawson, al Gloucester.
Nulla toglie, comunque, che nel primo match del Sei Nazioni 2009 Frank Hadden abbia potuto schierare una Nazionale composta da 11 giocatori dell’Edinburgh e da 5 del Glasgow nei 22 disponibili. In pratica il panorama scozzese di oggi assomiglia a quello italiano degli anni Novanta, quando tutto il meglio del movimento era concentrato a Milano e Treviso.
L’inchiesta completa si può leggere nel numero in edicola di Rugby Club.


