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Verso il Benetton 2012-13, reparto per reparto. Mediana, anno della verità (anche in chiave azzurra)

Pochi ritocchi in casa Benetton per quanto riguarda il reparto della mediana, che ha visto un solo sostanziale avvicendamento con l’ingaggio del giovane australiano James Ambrosini (foto sotto) quale vice-Burton nel ruolo di numero 10, al posto di Willem De Waal. Il sudafricano aveva fatto intravedere notevoli qualità nella sua prima stagione in biancoverde, soprattutto per potenza e precisione al piede, ma l’anno scorso si è del tutto smarrito, soffrendo lo scarso minutaggio in parte obbligato dalle regole Fir su uso e ruoli degli stranieri.

Ambrosini è un’atleta tutto da scoprire. Lo staff trevigiano chiede di dare al ventunenne James il tempo per crescere e maturare, libero da pressioni; da vedere se la Nazionale rispetterà questa esigenza o se, come successo con altri giocatori, l’australiano sarà subito provato sugli scenari internazionali (con il rischio di “bruciare” il ragazzo). La filosofia munariana è sempre stata invece molto prudente sui giovani: Mauro Bergamasco fu fatto debuttare da titolare da Georges Coste in Nazionale prima di ancora di trova un posto stabile nella prima squadra nel Petrarca. In altre realtà l’apertura anche inesperta viene buttata in campo come i lapponi buttavano i bambini neonati nella neve: se sopravvive è adatto, sennò amen. Così abbiamo visto all’opera quest’anno aperture di 19 anni come Matthew Morgan degli Ospreys (un suo calcio a tempo scaduto è valso il pari ai gallesi a Monigo) e Harry Leonard dell’Edinburgh, o di 22 anni come Ian Madigan del Leinster.

Il numero 10 titolare del Benetton resta Kris Burton. Ha ancora qualche limite, soprattutto in difesa, ma di è molto cresciuto da quando è arrivato a Treviso. In attesa della maturazione di Ambrosini l’alternativa principale all’apertura è Toby Botes, appoggiando così anche il progetto azzurro di Brunel. Botes e Burton peraltro si dividono la responsabilità nei piazzati (a meno che non cominci a calciare Tommy Benvenuti, al quale il piede buono non manca). Ma Franco Smith ha inoltre l’opzione McLean, mentre non è escluso – ma poco probabile – che anche a Iannone e Morisi prima o poi venga offerta l’occasione per dimostrarsi all’altezza in posizione di regia. E’ un dato di fatto che i giocatori che in Italia emergono come apertura nelle categorie giovanili non si rivelano poi in grado di sostenere ritmi e pressione del rugby internazionale “adulto”. Si pensi a Marcato e Bocchino.

Quanto ai mediani di mischia, il Benetton può contare su Botes come primissima scelta (il sudafricano è però oggi alle prese con la doppia operazione). Sarà la stagione della verità per “Ugo” Gori, che la fiducia dello staff biancoverde l’ha sempre avuta ma che nel suo primo anno trevigiano era stato limitato da un infortunio e nello scorso aveva cominciato la preparazione con il club in ritardo, essendo impegnato nei Mondiali.

Il toscano è sbocciato a primavera con una serie di ottime prestazioni, dimostrando di avere talento e personalità da vendere (anche giocando all’ala, come può fare lo stesso Botes). Di certo Gori avrà ampio minutaggio nella prossima stagione. Le combinazioni di mediana più gettonate dovrebbero dunque essere Burton-Botes, Burton-Gori, Botes-Gori. Presumibilmente ci sarà meno spazio per Fabio Semenzato, mentre hanno un passato come mediani di mischia sia Toniolatti che La Grange e quindi dovrebbe essere finito il tempo delle “invenzioni” durante i periodi di emergenza per gli impegni della Nazionale. Treviso infine non ha ancora deciso sul rinnovo di Di Bernardo. Vero che ha giocato poco, ma la sua esperienza potrebbe pur sempre tornare utile.


Celtic League, il rugby veneto sconfitto dai giochi di potere. Ma è un harakiri per tutto il movimento

Dal Corriere del Veneto del 21 luglio 2009.

Quella del rugby veneto è stata, a partire dal dopoguerra, una splendida avventura sportiva e sociale, con ingredienti di epica e poesia e protagonisti di alta statura morale: si pensi al segno indelebile lasciato a Padova da una personalità come “Memo” Geremia. Le vicende della palla ovale, relegata in Italia al ruolo di disciplina minore fino a pochi anni fa, si intrecciavano profondamente nel tessuto cittadino delle tre piazze storiche ma anche in molti centri più piccoli – “squadre piccole, ma cattive”, dice Marco Paolini nel suo spettacolo ispirato al rugby – mentre il Rovigo (foto) e il Petrarca facevano collezione di scudetti, lanciando la volata al dominio più recente del Treviso con il marchio Benetton.

Complessivamente dal 1950 ad oggi sono 35 i titoli tricolori che arrivano in Veneto, dove il rugby scrive le sue pagine più belle (la prima volta degli All Blacks, i 20mila dell’Appiani nel ‘77, i successi dell’Italia di Georges Coste) e coltiva i suoi campioni più dotati. Passano per esperienze con questo sport ragazzi che diventeranno poi fra le forze migliori della società veneta nei rispettivi campi professionali, serbandone sempre con sé i modelli di sacrificio, solidarietà, rispetto delle regole.

Con la decisione da parte della Federugby di favorire la candidatura alla Celtic League di Roma e di Viadana, un paese di 18 mila abitanti sulla riva mantovana del Po, il viaggio del rugby veneto giunge al capolinea, escluso dagli scenari internazionali e dai futuri progetti di sviluppo. Clamorosa occasione persa per un territorio che non gode certo di buona salute sul piano economico e per il quale la partecipazione ad un importante torneo anglosassone sarebbe stato un preziosissimo spot turistico. E harakiri per il movimento della palla ovale nazionale, che così si amputa del suo organo vitale, la regione dalla quale ha inizio la filiera dei giocatori azzurri con oltre 10 mila tesserati e un centinaio di società.

La candidatura di Treviso, irreprensibile per solidità economica-organizzativa e per palmares sportivo, è stata bocciata dal consiglio federale di sabato, a Bologna. I sette consiglieri della regione, grandi accusati del giorno dopo, assicurano all’unisono di avere votato a favore del Benetton. E giura di avere fatto lo stesso anche il presidente Giancarlo Dondi, che pure ha sempre visto nel club biancoverde, nel suo general manager Vittorio Munari, nella crescita di potere del Veneto gli avversari politici più insidiosi. E che pure ha subìto le pressioni delle forze politiche che governano la capitale.

Certo l’iter che ha portato alla votazione è stato poco chiaro, ma questa non è una novità quanto alle politiche della Fir. Adesso sono lacrime di coccodrillo quelle del presidente, che per l’assolutezza del potere all’interno della Fir viene chiamato da molti “l’imperatore”? La verità rimarrà per sempre nel segreto delle urne. Ma è possibile che questa volta l’Imperatore, e con lui soprattutto il Veneto, siano effettivamente vittime di una manovra bizantina fra i consiglieri della Lombardia e del Centro Sud, orchestrata dal bresciano Alfredo Gavazzi. Nominato anche nel comitato del Sei Nazioni, l’ex patron del Calvisano avrebbe così vinto la prima battaglia nella guerra alla successione di Dondi alla guida di una Fir con un budget ormai di oltre 25 milioni di euro a stagione.

Da sempre quello della rappresentanza politica è uno dei grandi problemi del Nord Est, e non solo nel rugby. Anche questa volta il Veneto – che spesso vince nello sport – viene sconfitto nel gioco del potere.


Ivan Francescato e la fine del rugby dei campanili, dieci anni dopo

Dal Corriere del Veneto del 21 gennaio 2009.

Il 30 gennaio 1999 l’Italia del rugby affrontava la Francia a Genova. Furono molti gli appassionati della palla ovale che quel giorno programmarono di arrivare presto nel capoluogo ligure, così da poter visitare in mattinata il cimitero di Staglieno e lasciare un fiore a Fabrizio, che con la sua musica aveva regalato loro tante emozioni.

Nel pomeriggio, a Marassi, gli azzurri si presentarono svuotati ed irriconoscibili. La Francia ci travolse 49-24, nonostante il carattere di Troncon, due volte a segno. Era l’Italia che aveva guadagnato l’ingresso al Sei Nazioni e che allora faceva paura a tutti. Ma quel giorno a Genova fra i ragazzi di Georges Coste c’erano un dolore in fondo al petto e un’immagine negli occhi che non se ne andavano via.

Nella notte fra il 18 e il 19 gennaio Ivan Francescato, a soli trentun anni, aveva lasciato il rugby e la vita, che per lui erano la stessa cosa. Una partita durissima da giocare per gli azzurri, orfani di quell’amico fragile, alcuni di loro – come Tronky, Cristofoletto, Checchinato, Mazzariol – inseparabili compagni anche fuori dal campo, nelle notti di Treviso, in terzi e quarti tempi infiniti. “Quella Italia aveva due capi branco eccezionali, Giovanelli in partita e Ivan nel dopo partita”, ricorda Georges Coste.

Se ne andava un giocatore che con il suo talento aveva regalato tante emozioni al pubblico di Treviso. La finta secca ed imprevedibile, il placcaggio puntuale, la fantasia della scelta di gioco che non ti aspetti: sempre, però, al servizio della squadra. Arrivava da una famiglia di semplici origini, che alla Nazionale azzurra aveva già dato Nello, Rino e Bruno. Era cresciuto nella Tarvisium, magliette rosse non per caso, fucina di giocatori e uomini straordinari. Incompreso nel suo ruolo naturale di mediano di mischia, aveva percorso in direzione ostinata e contraria tutta la salita fino ai successi dell’Italia e al riconoscimento internazionale.

Con Ivan Francescato se ne andava un intero mondo: il rugby dei campanili nel quale il Veneto si era specchiato dal dopoguerra, trovandovi un’identificazione sociale senza eguali nel paese. Uno sport di poche cose e tanta fatica, di fango e botte in nome di una maglia, di un gruppo, di un insieme di valori. In questi dieci anni il professionismo avrebbe sbiadito i colori di questa passione, indebolito le idee, annacquato anche le accese rivalità che dividevano Rovigo, Padova e Treviso, pur con toni sempre goliardici.

Uno con il talento cristallino di Ivan oggi sarebbe rincorso già a a sedici anni dai procuratori, con un contratto da firmare, o finirebbe a fare rugby dalla mattina alla sera all’accademia federale di Tirrenia (che si chiama “Ivan Francescato”). Lui, appena maggiorenne, aveva smesso col rugby per gestire un distributore di benzina.

Il cuore di Ivan, vittima di una aterioslerosi coronarica impossibile da diagnosticare, è stato studiato dal professor Gaetano Thiene, direttore dell’unità di patologia cardiovascolare dell’Università di Padova, all’avanguardia nello studio delle “morti improvvise”. I ricercatori padovani nel 2004 hanno anche individuato un nuovo gene responsabile della patologia, che in Italia provoca ogni anno 500 decessi fra i giovani, soprattutto sportivi.