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Cheika: “Celtic grande opportunità per il rugby italiano”. Fra i club veneti impazienza e perplessità
Dal Corriere del Veneto del 6 gennaio 2008
Campione in carica della Magners League è il Leinster allenato da Michael Cheika (nella foto), sulla panchina del Petrarca nel 1999-2000. Per il tecnico australiano l’ingresso nella Celtic è una “great opportunity” che il rugby azzurro non deve lasciarsi sfuggire. “La Nazionale italiana è cresciuta molto con il Sei Nazioni, lo stesso succederà se i club si confronteranno regolarmente con squadre di livello più alto”, spiega Cheika al telefono da Dublino, “è una prospettiva interessante per il rugby europeo e una grande opportunità di crescita per il vostro movimento”.
L’allenatore del Leinster ritiene che le squadre italiane possano essere competitive nel torneo: “Sono già buoni team, con budget adeguati potranno rafforzarsi e credo che in questo caso avranno le stesse chance di vittoria tutte le altre, a lungo andare. La partecipazione alla Celtic League, inoltre, potrebbe attrarre giocatori italiani attualmente all’estero”.
La Federugby ha affidato ad Alfredo Gavazzi e a Fabrizio Gaetaniello il compito di avviare la trattativa con gli organizzatori del torneo anglosassone. Entro la fine del mese il cielo sopra il futuro del rugby italiano, oggi denso di dubbi, dovrebbe così rischiararsi.
Nel frattempo domina fra i club veneti incertezza ed anche nervosismo: impossibile la programmazione se non si conosce alcun dettaglio riguardo le stagioni a venire. Se Rovigo fa sapere la propria avversità al progetto Celtic (ma non ha firmato la lettera contro le selezioni gestite dalla Fir), il Benetton ribadisce la propria volontà di correre da sola. “Siamo pronti ad intraprendere la strada di un torneo europeo, lo diciamo da sempre, e la decisione di Dondi non cambia nulla, visto che la Federugby non ha spiegato come intende arrivare all’ingresso nella Celtic League”, afferma Vittorio Munari, direttore generale di Treviso, “la famiglia Benetton è disposta a mettere in gioco un budget superiore all’attuale se effettivamente il nostro club avrà la possibilità di essere presente regolarmente ad alto livello, con la conseguenza di diventare decisamente più competitivo anche in Heinken Cup. Ma queste restano solo ipotesi: la Federazione elabori un capitolato e lo sottoponga ai club al più presto, chiediamo solo questo”.
In attesa anche il Carrera Padova (nella foto Galatro impegnato contro i Worcester Warriors). Spiega, preoccupato, Fulvio Lorigiola, presidente del Petrarca: “Qualsiasi sarà la decisione finale, i problemi che si prospettano sono moltissimi, a cominciare dagli attuali contratti con i giocatori. Non ci resta che aspettare un protocollo, una volta venuto a conoscenza dei requisiti richiesti convocherò immediatamente il consiglio per decidere l’indirizzo della nostra società”.
Club Italia, selezioni, Celtic League: il rugby azzurro al bivio. Dondi e i club si incontrano a Bologna
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Dal Corriere del Veneto del 10 dicembre 2008
Nessuno sport in Italia presenta oggi tante contraddizioni quante il rugby. Disciplina di moda al punto che nelle tre partite di novembre l’Italia è stata sostenuta da 76.700 tifosi negli stadi di Padova, Torino e Reggio Emilia, e da una media di 690mila spettatori di fronte alla tivù. Una passione per i valori del rugby, non per i risultati: la Nazionale, peraltro imbottita di stranieri, ha vinto solo 8 delle 23 partite giocate negli ultimi due anni (e appena tre volte a livello di Sei Nazioni).
L’interesse per il Super 10 non decolla ed in Heineken Cup i due migliori club, Benetton e Calvisano, continuano a rimediare sconfitte di ampie proporzioni. Eppure, allo stesso tempo, apre le porte ad una partecipazione italiana la Celtic League, terzo torneo europeo che coinvolge attualmente franchigie di Galles, Irlanda e Scozia. Le potenzialità di business del rugby azzurro non sfuggono a Federazione e società. Ma per il movimento, oggi, è come avere una Ferrari in garage e in tasca il patentino per la Vespa.

Giancarlo Dondi (foto a fianco) ha convocato questo pomeriggio a Bologna i presidenti delle società di Super 10. Potrebbe essere la Yalta del rugby italiano. Da anni si parla di macroclub a carattere regionale, ma nelle ultime settimane è circolata più insistentemente l’ipotesi, caldeggiata dallo stesso Dondi, di una selezione finanziata e gestita della Fir per partecipare a Celtic League e Heineken Cup, in grado di schierare i migliori giocatori italiani. “Ma non è l’unico scenario possibile”, frena Carlo Checchinato, manager della Nazionale, “va trovata una soluzione condivisa, i club devono dimostrarsi disponibili a mettersi in discussione”. I tempi sono stretti, la rivoluzione (una rivoluzione dall’alto) potrebbe scattare, secondo Checchinato, “già fin dalla prossima stagione”.
I presidenti veneti vanno a Bologna con uno stato d’animo diviso fra curiosità e perplessità, se non scetticismo tout court. “Il rugby italiano non può perdere l’occasione dell’ingresso in Celtic League”, dice il massimo dirigente del Benetton, Amerino Zatta, “noi abbiamo la presunzione di dichiararci in grado di affrontare la Celtic da soli e da subito, ma attendiamo comunque con interessa la proposta da parte di Dondi. Non credo alle selezioni, alle quali mancherebbe l’identità e la competenza che invece possiede un club con una storia come Treviso”.
Fulvio Lorigiola, presidente del Petrarca Padova: “Temo che non ci sia una proposta precisa quanto a modi e tempi, ciò di cui invece avremmo bisogno come società. Non ho ricette, però mi sarebbe piaciuto che la Fir avesse preso in considerazione di fare un serio investimento sul campionato. Domandiamoci cosa resterà alle società, che hanno pur sempre investito molto nelle ultime stagioni, se i migliori giocatori italiani finiranno alla selezione gestita dalla Federazione”.
I numerosi giocatori emigrati all’estero seguono con attenzione gli sviluppi del progetto. Solo un rilancio in grande stile potrebbe favorire il ritorno nel rugby nazionale dei suoi migliori talenti. “Rientrare in un club italiano? Non ci penso proprio, se non cambiano radicalmente le cose”, ha confessato di recente Fabio Ongaro, veneziano in forza ai londinesi Saracens dal 2006, “impossibile tornare a questa realtà dopo aver conosciuto la dimensione inglese. Semmai andrò a concludere la mia carriera in Francia”.
Da Marco Bortolami (nella foto) arriva un’articolata proposta secondo il modello irlandese. “L’ipotesi di una selezione lascerebbe irrisolto il problema di un campionato poco attraente e indebolirebbe ancor più i club”, spiega il padovano da Gloucester, da tre stagioni sua città (e club) d’adozione, “troverei più interessanti, a più lungo termine, quattro selezioni regionali come le province irlandesi, due al nord Italia, una al centro e una al sud. In questo modo ad essere coinvolto sarebbe davvero tutto il movimento, mentre una sola selezione non farebbe altro che restringere ulteriormente il vertice della piramide”. E Bortolami non esclude, di fronte a nuovi scenari, il ritorno a casa: “La questione non è economica, ma riguarda gli stimoli che l’Italia può offrire quanto a competenze tecniche e competitività internazionale. Se ci fosse la possibilità di giocare ad alto livello prenderei decisamente in considerazione la possibilità di rientrare nel mio paese, una volta chiusa l’esperienza di Gloucester”.
“Che botte i derby con Rovigo!”: i ricordi del petrarchino d’Australia David Knox. “Mallett chiami Gower, farà la differenza”
Dal Corriere del Veneto dell’8 novembre 2008.
Quando arrivò a Padova, nel 1986, David Knox era un biondino di 23 anni, fisico asciutto ma non statuario, estroverso e un po’ sbruffoncello come molti australiani. Alle spalle due presenze nei Wallabies e una solida reputazione come piazzatore: quello che serviva al Petrarca, con una mischia che faceva sfracelli.
Certo il pubblico padovano era ben abituato, da tre anni festeggiava lo scudetto e quanto ad australiani i predecessori di Knox erano stelle come Roger Gould e, un gradino sopra tutti gli altri, David Campese. “Mudande de seda” era l’epiteto rivolto ai tifosi petrarchini da quelli del Rovigo, ricambiato con uno schietto “bifolchi” nello spirito goliardico di allora. Nella città del Santo Knox si sarebbe fatto presto apprezzare, soprattutto a suon di calci.
L’87 è l’anno del quarto scudetto consecutivo, David resta nel Petrarca altre due stagioni e poi avvia una carriera da giramondo fra Livorno, Bristol, Narbonne, Durban e Canberra. Bizzarro il suo rapporto con la Nazionale australiana, per la quale colleziona 15 presenze spalmate fra il 1985 e il 1997 e vince da riserva la Coppa del Mondo 1991, chiuso dalla classe cristallina di Michael Lynagh.
Nelle ultime tre stagioni è stato tecnico dei trequarti nello staff del Leinster, il cui capo-allenatore è Michael Cheika, altro australiano ed ex-Petrarca. “Mi sto prendendo una pausa e in attesa di un nuovo ingaggio insegno educazione fisica alle elementari, con grande soddisfazione”, inizia a spiegare Knox, al telefono da Sidney, “alla mia esperienza a Padova sono legati molti bei ricordi, ero molto giovane e con una gran voglia di vedere il mondo. L’Italia fu un paradiso: un bellissimo paese, uno stile di vita insuperabile, cibo e vini ottimi. Fui accolto molto amichevolmente ed ogni sera ero invitato a cena da una delle famiglie dei miei compagni. Il rugby non era professionistico, non ci allenavamo molto e quindi avevo anche parecchio tempo libero. In Italia ho imparato molto, in campo e fuori. Era un ambiente con molte personalità di grande carisma, dal presidente Geremia e l’allenatore Munari al mio capitano, Marzio Innocenti, che infatti era anche il capitano della Nazionale italiana. La mischia era fortissima e posso dire lo stesso del numero 9 con cui facevo coppia in mediana, Fulvio Lorigiola“.
Le è rimasto impresso un episodio, in particolare, della sua esperienza italiana?
“Derby con il Rovigo, credo fosse l’88. Succede che placco Botha un po’ in ritardo e arrivano in quattro o cinque a prendermi a pugni. Viene fuori una bella rissa (“rissa” Knox lo dice in italiano, ndr), mentre adesso si viene squalificati allora erano cose che succedevano. Fra Petrarca e Rovigo erano partite sentitissime. Era un campionato interessante, perché dopo la prima Coppa del Mondo arrivarono in Italia tanti campioni, a Rovigo i sudafricani Botha e Smal, a Treviso i neozelandesi Green e Kirwan, e a Padova tornò Campese. Lo scudetto dell’87 fu una grande gioia, mi dispiace che sia rimasto l’ultimo conquistato dal Petrarca”.
Come giudica oggi l’Italia di Nick Mallett?
“L’ho seguita attentamente negli ultimi anni, poichè i trequarti del Leinster, che io allenavo, erano anche i trequarti dell’Irlanda che incontrava gli azzurri nel Sei Nazioni. Credo sia una squadra che è cresciuta molto ed è ben allenata da Mallett. Ha una mischia in grado di giocare alla pari con ogni avversario ed una terza centro, Parisse, che è il migliore al mondo nel suo ruolo. I problemi sono dall’apertura all’estremo, fra i quali non vedo qualità di livello assoluto. Consiglierei a Mallett di chiamare Craig Gower (australiano passato dal rugby a XIII al Bayonne quest’anno, eleggibile grazie alla nonna italiana, ndr), è forte e potrebbe giocare come numero 10, risolvendo all’Italia un bel po’ di problemi”.
Anche l’Australia, dopo l’addio di Gregan e Larkham, affronta il rebus della mediana.
“Ma da noi non mancano i talenti. Finora all’apertura è stato privilegiato Matt Giteau, con lui peraltro abbiamo già raccolto successi importanti come quello in Sud Africa ad agosto. Ma io invece schiererei Giteau centro per dare spazio al giovane Barnes in regia”.
Qual è il suo pronostico per Italia-Australia?
“Vinceranno i Wallabies, ma con uno scarto ridotto. Non mi aspetto giocate spettacolari al largo, l’Italia cercherà di mettere pressione agli australiani con la mischia, un reparto che ha perso uomini importanti come Elson e Vickerman e che è reduce dalla battaglia con gli All Blacks sabato scorso. Se usciranno palloni puliti i nostri trequarti possono essere molto pericolosi, ma l’Australia deve comunque aspettarsi una partita decisamente impegnativa”.