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	<title>Rugbypeople &#187; Frank Hadden</title>
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	<description>Lo sport più bello del mondo, la sua gente</description>
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		<title>L&#8217;esempio scozzese e i nodi Celtic League. Viaggio nel rugby degli highlanders</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Apr 2009 13:18:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elvis</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 2px;" src="http://www.telegraph.co.uk/telegraph/multimedia/archive/01366/scotland-rugby_1366203c.jpg" alt="" width="420" />Fin dal primissimo giorno dell&#8217;era Sei Nazioni, torneo dopo torneo e passando anche per la fatidica notte di <strong>Saint-Étienne</strong> alla <strong>World Cup 2007 </strong><em>(foto sotto, con Troncon e Ongaro in lacrime dopo la sconfitta)</em>, la <strong>Scozia</strong> rappresenta la misura dei progressi del rugby azzurro nella affannosa rincorsa alla competitività internazionale, un po&#8217; l&#8217;ultimo vagone del treno sul quale invano l&#8217;Italia cerca il tempo giusto per saltar su. In quel primo giorno &#8211; era il 5 febbraio 2000 &#8211; l&#8217;<strong>Italia</strong> di <strong>Giovanelli-Troncon-Dominguez</strong> e dell&#8217;eroe per un giorno <strong>Giampiero De Carli</strong> sconfisse a Roma 34-20 una Scozia pur detentrice dell&#8217;ultimo titolo del &#8220;Championship&#8221; nel format a cinque nazioni.</p>
<p>Sembrò allora uno scossone rivoluzionario alle gerarchie del rugby europeo, da sempre affare esclusivo di anglosassoni e francesi. Sembrò che fosse davvero arrivato il momento dell&#8217;ingresso di un inedito protagonista, di una nuova guest star in una recita che vedeva fin dalla fine dell&#8217;Ottocento gli stessi quattro o cinque immutati attori. E che anzi forse proprio dalla ripetizione di quel copione originale traeva il suo irresistibile fascino, come nell&#8217;opera lirica o nei classici del teatro si assaporano le sfumature delle interpretazioni e non la trama, ben sapendo già come finirà.</p>
<p><img class="alignright" style="border: 1px solid black; margin: 2px;" src="http://img299.imageshack.us/img299/6022/19aoir2.jpg" alt="" width="218" height="282" />Non è andata in questo modo, ahinoi, e dieci anni dopo gli azzurri nel <strong>Sei Nazioni</strong> hanno ancora appena una particina di secondo piano, con un solo realistico obiettivo da sempre: battere la Scozia, l&#8217;unica delle avversarie apparsa finora abbordabile in ogni edizione, e non sbracare con gli altri. Oggi intanto il rugby italiano svolta con l&#8217;ingresso nella <strong>Celtic League</strong> e lo fa proprio secondo un modello che assomiglia a quello dei cugini in kilt piuttosto che all&#8217;esperienza di irlandesi e gallesi, basata per i primi sulle realtà territoriali delle province e per i secondi su combinazioni di club forti, comunque con un radicamento profondo nella regione e un organizzato sistema di reclutamento in questo ambito geografico.</p>
<p>Guardando ai risultati della Scozia e delle sue due squadre &#8211; praticamente delle selezioni &#8211; in <strong>Magners League</strong> ed <strong>Heineken Cup</strong>, i critici potrebbero legittimamente avanzare dubbi sulla strada intrapresa dalla Fir. Vale la pena, quindi, di cercare di capire cosa succede lassù, a nord del vallo di Adriano. Anche perchè la questione potrebbe essere affrontata da una opposta prospettiva, se si considera che gli <em>highlanders</em> dispongono di un numero di tesserati largamente inferiore a quello delle altre nazioni ed anche a quello italiano: 33mila, contro i nostri 61mila. Eppure fanno meglio: non molto meglio, ma pur sempre meglio di noi.</p>
<p><img class="alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 2px;" src="http://img.skysports.com/08/02/218x298/chris_paterson_scotland_v_wales_659882.jpg" alt="" width="174" height="238" /><strong>CASA DOLCE CASA?</strong> &#8211; La nascita delle selezioni farà rientrare i giocatori azzurri all&#8217;estero: questa una delle argomentazioni più accalorate fra i sostenitori dell&#8217;ingresso italiano in <strong>Celtic League</strong>. Il caso della Scozia fa però sorgere qualche dubbio, senza pure considerare quanto i suoi atleti siano sensibili alla mistica dell&#8217;orgoglio nazionale.</p>
<p>Nel 2006 <strong>Scott Murray</strong> rifiutò un&#8217;offerta per giocare con i <strong>Natal Sharks</strong> pur di rimanere ad Edimburgo. Come potrebbe funzionare con i nostri che neppure sono italiani di nascita, come i vari Nieto, Aguero, Castrogiovanni? Alla fin fine, come dicono gli inglesi, <em>&#8220;money talks&#8221;</em>.</p>
<p>Certo, attratti da un <strong>Edinburgh</strong> che ha decisamente ritrovato competitività, sono rientrati quest&#8217;anno <strong>Chris Paterson</strong> (dal Gloucester &#8211; <em>foto a fianco</em>) e <strong>Jim Hamilton</strong> (dal Leicester). Ma attualmente parecchi scozzesi fra i migliori giocano nel <strong>Top14</strong> o nella <strong>Premiership</strong>. <strong>Jason White</strong> al Sale, e per la prossima stagione ha già firmato con il Clermont Auvergne. <strong>Simon Taylor</strong> allo Stade Français. <strong>Sean Lamont</strong> al Northampton, con <strong>Euan Murray</strong> e <strong>Scott Gray</strong>. <strong>Nathan Hines</strong> e <strong>Chris Cusiter</strong> (tutti lo ricordano per quei tre assurdi passaggi sparati a Murrayfield nel 2007, ma è un ottimo giocatore) al Perpignan. <strong>Alasdair Strokosch</strong>, con <strong>Dickinson</strong> e <strong>Lawson</strong>, al Gloucester.</p>
<p>Nulla toglie, comunque, che nel primo match del Sei Nazioni 2009 <strong>Frank Hadden</strong> abbia potuto schierare una Nazionale composta da 11 giocatori dell&#8217;Edinburgh e da 5 del Glasgow nei 22 disponibili. In pratica il panorama scozzese di oggi assomiglia a quello italiano degli anni Novanta, quando tutto il meglio del movimento era concentrato a <strong>Milano</strong> e <strong>Treviso</strong>.</p>
<p>L&#8217;inchiesta completa si può leggere nel numero in edicola di <a href="http://www.rugbyclub.it" target="_blank">Rugby Club</a>.</p>
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		<title>I personaggi del Sei Nazioni 2009: Leigh Halfpenny, Jamie Heaslip, Thom Evans</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Feb 2009 14:20:53 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft" src="http://newsimg.bbc.co.uk/media/images/44446000/jpg/_44446688_halfpenny_walu20_300huw.jpg" alt="" width="416" height="300" />Leigh Halfpenny</strong> (<em>foto in alto</em>) magari non porterà un cognome da campione: <em>“Mezzosoldino”</em> &#8211; così si potrebbe tradurre, a spanne – sembra infatti più che altro un personaggio del Signore degli Anelli. Però Mezzosoldino ha talenti e stoffa del campione, l’ennesimo della straordinaria fabbrica gallese di trequarti attiva fin dagli anni Sessanta con alcuni degli interpreti più spettacolari del gioco, da <strong>Barry John</strong> e <strong>Phil Bennett</strong> a <strong>Jpr Williams</strong>.</p>
<p>La meta di Halfpenny sabato contro l’Inghilterra, a conclusione di un’azione da manuale alle voci “riciclo della palla” e “sostegno”, ha messo il sigillo sull’ottavo successo consecutivo dei <strong>Dragoni</strong> nel Sei Nazioni. E prima Mezzosoldino aveva messo dentro anche una punizione. L’ala-estremo del <strong>Cardiff</strong> ha solo vent’anni ed ha debuttato con il Galles appena lo scorso 8 novembre, contro i campioni del mondo del Sud Africa (segnando subito un piazzato). Ne sentiremo parlare ancora. Anche senza <strong>Shane Williams</strong>, il suo miglior giocatore ed uno dei migliori al mondo, anche senza la creatività di <strong>Gavin Henson</strong>, ogni volta che il Galles apre palla al largo l’aria si riempe di elettricità, come se qualcosa stesse per succedere. Anche grazie a Mezzosoldino.</p>
<p><strong><img class="alignleft" style="margin: 2px; border: black 1px solid;" src="http://www.irishrugby.ie/images/news/heaslip.jpg" alt="" width="218" height="233" />Jamie Heaslip </strong>(<em>foto a fianco</em>), nato in Israele dove il padre Richard era in servizio come generale per l’Unifil, potrebbe essere immediatamente citato come il migliore numero 8 del Sei Nazioni, non fosse che il torneo non aveva mai visto una tale concentrazione di star nel ruolo: mettiamo primo fra tutti il nostro <strong>Sergio Parisse</strong>, ma senza dimenticare che il francese <strong>Harinordoquy</strong> è stato semplicemente mostruoso sabato e che il gallese <strong>Andy Powell</strong> ci vuole un camion di traverso per fermarlo.</p>
<p>Il povero Heaslip gli irlandesi se lo erano dimenticato fino a questo inverno. Il tecnico <strong>O’Sullivan</strong> l’aveva lasciato a casa dalla Coppa del Mondo francese del 2007, nonostante le sue otto mete con il Leinster in quella stagione. Heaslip sa cosa fare palla in mano e se non ci fossero i diritti tivù farebbe sfracelli su Youtube la clip della finta con cui si è bevuto <strong>Clerc</strong> per la meta ai francesi (con l’agilità di un ballerino, lui che è un gigante di 1,93 per 110 chili). Inevitabilmente è stato una spina nel fianco anche per gli azzurri.</p>
<p><strong><img class="alignright" style="margin: 2px; border: black 1px solid;" src="http://www.scrum.com/PICTURES/CMS/600/630.jpg" alt="" width="200" height="296" />Thom Evans </strong><em>(foto)</em>, assieme al fratello <strong>Max</strong>, era andato a dare lezione di rugby di movimento ai maestri della materia lo scorso 16 gennaio, quando il <strong>Glasgow</strong> si era preso il lusso di vincere a Tolosa 33-26. Sempre in Heineken Cup aveva combinato al Bath quello che gli inglese chiamano <em>“hat-trick”</em>, il trucco del cappello: tre mete nella stessa partita.</p>
<p>Thom Evans nel Regno Unito era comunque già discretamente famoso. Le ragazzine facevano gli urletti per lui quando, ragazzino, cantava pop con la boy band <em>“Twen2y 4 Se7en”</em>. Ora canta solo sul pullman della squadre e il suo pezzo più richiesto pare sia <em>“Lean on me”</em>. Sabato finalmente il tecnico <strong>Frank Hadden</strong>, un iperconservatore, gli ha dato fiducia e lui ha segnato pure a Parigi. La Scozia ha perso una popstar, ma forse è nata una stella del rugby.</p>
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		<title>Ambizioni, idee chiare e voglia di rivincita. George Graham dalla Scozia al Petrarca</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Sep 2008 16:03:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Dal Corriere del Veneto del 3 settembre, edizione di Padova.
&#8220;Se quel drop di Marcato non fosse finito in mezzo ai pali avremmo vinto a Roma, sicuramente sarei stato confermato nello staff della Scozia e oggi non sarei a Padova&#8221;, dice con un mezzo sorriso George Graham. Invece il calcio dell&#8217;azzurro era ben calibrato, quel giorno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="george graham petrarca" src="http://cache.daylife.com/imageserve/06ES26C9nO1p3/610x.jpg" border="1" alt="george graham petrarca" hspace="4" vspace="4" width="445" height="331" align="left" />Dal Corriere del Veneto del 3 settembre, edizione di Padova.</p>
<p><em>&#8220;Se quel drop di Marcato non fosse finito in mezzo ai pali avremmo vinto a Roma, sicuramente sarei stato confermato nello staff della Scozia e oggi non sarei a Padova&#8221;</em>, dice con un mezzo sorriso <strong>George Graham</strong>. Invece il calcio dell&#8217;azzurro era ben calibrato, quel giorno al <strong>Flaminio</strong>. E così il <strong>Carrera Petrarca</strong> ha un nuovo allenatore: ambizioso come i progetti del club, esperto della mischia come piace qui, da sempre.</p>
<p>Ex pilone in uno staff di ex piloni come <strong>Menapace</strong> e <strong>Presutti</strong>, silhouette tipo Barney dei Flintstones (un metro e 70 per 110 chili&#8230; <em>&#8220;ero un giocatore di quelli piccoli ma cattivi&#8221;</em>, sottolinea), Graham ha alle spalle una duratura carriera internazionale conclusasi a ben 36 anni, in uno Scozia-Galles del Sei Nazioni 2002. Come tecnico della mischia ha lavorato con i <strong>Borders</strong> e per tre stagioni con la <strong>Scozia</strong>, fino all&#8217;epilogo romano dello scorso marzo. <em>&#8220;Mentre il capo allenatore Hadden </em>(i due nella foto in alto)<em> è stato confermato, io sono stato il capro espiatorio del nostro fallimentare Sei Nazioni&#8221;</em>, commenta, <em>&#8220;una delusione enorme, perché sono convinto di avere fatto un buon lavoro con la mischia scozzese&#8221;.</em></p>
<p><em><img title="george graham petrarca" src="http://newsimg.bbc.co.uk/media/images/44674000/jpg/_44674450_grahamhead203.jpg" border="1" alt="george graham petrarca" hspace="4" vspace="4" width="203" height="152" align="right" />&#8220;Ho scelto allora di accettare la proposta di Padova e di fare la mia prima esperienza da professionista come head coach. E&#8217; stato decisivo l&#8217;aver assistito al derby contro <strong>Treviso</strong>: ho visto una squadra di buon livello, un ambiente appassionato e con idee chiare, strutture sportive che hanno pochi confronti anche in Gran Bretagna&#8221;</em>. Padre di quattro figli maschi, tutti sulla via della palla ovale (l&#8217;omonimo George, 18 anni, apertura, è una promessa del rugby scozzese e pratica sia l&#8217;union che il league), Graham vive nella piccola <strong>Carlisle</strong>, Inghilterra del nord, dove si stabilì per fare una esperienza nel XIII. Ha un unico hobby: <em>&#8220;Andare al pub alla domenica pomeriggio, per il resto il rugby e la famiglia sono tutta la mia vita&#8221;</em>.</p>
<p>La prima impressione è di genuinità e franchezza, e così si presenta anche la sua ricetta per il gioco del Petrarca. <em>&#8220;Voglio una squadra in cui ognuno sappia fare cose semplici ma in modo efficace, che sia aggressiva e che corra forte fino all&#8217;ultimo secondo. La rosa è completa, le prime amichevoli hanno dato riscontri positivi e ci sono ogni giorno nuovi miglioramenti. A questo punto non vedo l&#8217;ora che cominci il campionato&#8221;</em>.</p>
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