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L’esempio scozzese e i nodi Celtic League. Viaggio nel rugby degli highlanders

Fin dal primissimo giorno dell’era Sei Nazioni, torneo dopo torneo e passando anche per la fatidica notte di Saint-Étienne alla World Cup 2007 (foto sotto, con Troncon e Ongaro in lacrime dopo la sconfitta), la Scozia rappresenta la misura dei progressi del rugby azzurro nella affannosa rincorsa alla competitività internazionale, un po’ l’ultimo vagone del treno sul quale invano l’Italia cerca il tempo giusto per saltar su. In quel primo giorno – era il 5 febbraio 2000 – l’Italia di Giovanelli-Troncon-Dominguez e dell’eroe per un giorno Giampiero De Carli sconfisse a Roma 34-20 una Scozia pur detentrice dell’ultimo titolo del “Championship” nel format a cinque nazioni.

Sembrò allora uno scossone rivoluzionario alle gerarchie del rugby europeo, da sempre affare esclusivo di anglosassoni e francesi. Sembrò che fosse davvero arrivato il momento dell’ingresso di un inedito protagonista, di una nuova guest star in una recita che vedeva fin dalla fine dell’Ottocento gli stessi quattro o cinque immutati attori. E che anzi forse proprio dalla ripetizione di quel copione originale traeva il suo irresistibile fascino, come nell’opera lirica o nei classici del teatro si assaporano le sfumature delle interpretazioni e non la trama, ben sapendo già come finirà.

Non è andata in questo modo, ahinoi, e dieci anni dopo gli azzurri nel Sei Nazioni hanno ancora appena una particina di secondo piano, con un solo realistico obiettivo da sempre: battere la Scozia, l’unica delle avversarie apparsa finora abbordabile in ogni edizione, e non sbracare con gli altri. Oggi intanto il rugby italiano svolta con l’ingresso nella Celtic League e lo fa proprio secondo un modello che assomiglia a quello dei cugini in kilt piuttosto che all’esperienza di irlandesi e gallesi, basata per i primi sulle realtà territoriali delle province e per i secondi su combinazioni di club forti, comunque con un radicamento profondo nella regione e un organizzato sistema di reclutamento in questo ambito geografico.

Guardando ai risultati della Scozia e delle sue due squadre – praticamente delle selezioni – in Magners League ed Heineken Cup, i critici potrebbero legittimamente avanzare dubbi sulla strada intrapresa dalla Fir. Vale la pena, quindi, di cercare di capire cosa succede lassù, a nord del vallo di Adriano. Anche perchè la questione potrebbe essere affrontata da una opposta prospettiva, se si considera che gli highlanders dispongono di un numero di tesserati largamente inferiore a quello delle altre nazioni ed anche a quello italiano: 33mila, contro i nostri 61mila. Eppure fanno meglio: non molto meglio, ma pur sempre meglio di noi.

CASA DOLCE CASA? – La nascita delle selezioni farà rientrare i giocatori azzurri all’estero: questa una delle argomentazioni più accalorate fra i sostenitori dell’ingresso italiano in Celtic League. Il caso della Scozia fa però sorgere qualche dubbio, senza pure considerare quanto i suoi atleti siano sensibili alla mistica dell’orgoglio nazionale.

Nel 2006 Scott Murray rifiutò un’offerta per giocare con i Natal Sharks pur di rimanere ad Edimburgo. Come potrebbe funzionare con i nostri che neppure sono italiani di nascita, come i vari Nieto, Aguero, Castrogiovanni? Alla fin fine, come dicono gli inglesi, “money talks”.

Certo, attratti da un Edinburgh che ha decisamente ritrovato competitività, sono rientrati quest’anno Chris Paterson (dal Gloucester – foto a fianco) e Jim Hamilton (dal Leicester). Ma attualmente parecchi scozzesi fra i migliori giocano nel Top14 o nella Premiership. Jason White al Sale, e per la prossima stagione ha già firmato con il Clermont Auvergne. Simon Taylor allo Stade Français. Sean Lamont al Northampton, con Euan Murray e Scott Gray. Nathan Hines e Chris Cusiter (tutti lo ricordano per quei tre assurdi passaggi sparati a Murrayfield nel 2007, ma è un ottimo giocatore) al Perpignan. Alasdair Strokosch, con Dickinson e Lawson, al Gloucester.

Nulla toglie, comunque, che nel primo match del Sei Nazioni 2009 Frank Hadden abbia potuto schierare una Nazionale composta da 11 giocatori dell’Edinburgh e da 5 del Glasgow nei 22 disponibili. In pratica il panorama scozzese di oggi assomiglia a quello italiano degli anni Novanta, quando tutto il meglio del movimento era concentrato a Milano e Treviso.

L’inchiesta completa si può leggere nel numero in edicola di Rugby Club.


I personaggi del Sei Nazioni 2009: Leigh Halfpenny, Jamie Heaslip, Thom Evans

Leigh Halfpenny (foto in alto) magari non porterà un cognome da campione: “Mezzosoldino” – così si potrebbe tradurre, a spanne – sembra infatti più che altro un personaggio del Signore degli Anelli. Però Mezzosoldino ha talenti e stoffa del campione, l’ennesimo della straordinaria fabbrica gallese di trequarti attiva fin dagli anni Sessanta con alcuni degli interpreti più spettacolari del gioco, da Barry John e Phil Bennett a Jpr Williams.

La meta di Halfpenny sabato contro l’Inghilterra, a conclusione di un’azione da manuale alle voci “riciclo della palla” e “sostegno”, ha messo il sigillo sull’ottavo successo consecutivo dei Dragoni nel Sei Nazioni. E prima Mezzosoldino aveva messo dentro anche una punizione. L’ala-estremo del Cardiff ha solo vent’anni ed ha debuttato con il Galles appena lo scorso 8 novembre, contro i campioni del mondo del Sud Africa (segnando subito un piazzato). Ne sentiremo parlare ancora. Anche senza Shane Williams, il suo miglior giocatore ed uno dei migliori al mondo, anche senza la creatività di Gavin Henson, ogni volta che il Galles apre palla al largo l’aria si riempe di elettricità, come se qualcosa stesse per succedere. Anche grazie a Mezzosoldino.

Jamie Heaslip (foto a fianco), nato in Israele dove il padre Richard era in servizio come generale per l’Unifil, potrebbe essere immediatamente citato come il migliore numero 8 del Sei Nazioni, non fosse che il torneo non aveva mai visto una tale concentrazione di star nel ruolo: mettiamo primo fra tutti il nostro Sergio Parisse, ma senza dimenticare che il francese Harinordoquy è stato semplicemente mostruoso sabato e che il gallese Andy Powell ci vuole un camion di traverso per fermarlo.

Il povero Heaslip gli irlandesi se lo erano dimenticato fino a questo inverno. Il tecnico O’Sullivan l’aveva lasciato a casa dalla Coppa del Mondo francese del 2007, nonostante le sue otto mete con il Leinster in quella stagione. Heaslip sa cosa fare palla in mano e se non ci fossero i diritti tivù farebbe sfracelli su Youtube la clip della finta con cui si è bevuto Clerc per la meta ai francesi (con l’agilità di un ballerino, lui che è un gigante di 1,93 per 110 chili). Inevitabilmente è stato una spina nel fianco anche per gli azzurri.

Thom Evans (foto), assieme al fratello Max, era andato a dare lezione di rugby di movimento ai maestri della materia lo scorso 16 gennaio, quando il Glasgow si era preso il lusso di vincere a Tolosa 33-26. Sempre in Heineken Cup aveva combinato al Bath quello che gli inglese chiamano “hat-trick”, il trucco del cappello: tre mete nella stessa partita.

Thom Evans nel Regno Unito era comunque già discretamente famoso. Le ragazzine facevano gli urletti per lui quando, ragazzino, cantava pop con la boy band “Twen2y 4 Se7en”. Ora canta solo sul pullman della squadre e il suo pezzo più richiesto pare sia “Lean on me”. Sabato finalmente il tecnico Frank Hadden, un iperconservatore, gli ha dato fiducia e lui ha segnato pure a Parigi. La Scozia ha perso una popstar, ma forse è nata una stella del rugby.


Ambizioni, idee chiare e voglia di rivincita. George Graham dalla Scozia al Petrarca

george graham petrarcaDal Corriere del Veneto del 3 settembre, edizione di Padova.

“Se quel drop di Marcato non fosse finito in mezzo ai pali avremmo vinto a Roma, sicuramente sarei stato confermato nello staff della Scozia e oggi non sarei a Padova”, dice con un mezzo sorriso George Graham. Invece il calcio dell’azzurro era ben calibrato, quel giorno al Flaminio. E così il Carrera Petrarca ha un nuovo allenatore: ambizioso come i progetti del club, esperto della mischia come piace qui, da sempre.

Ex pilone in uno staff di ex piloni come Menapace e Presutti, silhouette tipo Barney dei Flintstones (un metro e 70 per 110 chili… “ero un giocatore di quelli piccoli ma cattivi”, sottolinea), Graham ha alle spalle una duratura carriera internazionale conclusasi a ben 36 anni, in uno Scozia-Galles del Sei Nazioni 2002. Come tecnico della mischia ha lavorato con i Borders e per tre stagioni con la Scozia, fino all’epilogo romano dello scorso marzo. “Mentre il capo allenatore Hadden (i due nella foto in alto) è stato confermato, io sono stato il capro espiatorio del nostro fallimentare Sei Nazioni”, commenta, “una delusione enorme, perché sono convinto di avere fatto un buon lavoro con la mischia scozzese”.

george graham petrarca“Ho scelto allora di accettare la proposta di Padova e di fare la mia prima esperienza da professionista come head coach. E’ stato decisivo l’aver assistito al derby contro Treviso: ho visto una squadra di buon livello, un ambiente appassionato e con idee chiare, strutture sportive che hanno pochi confronti anche in Gran Bretagna”. Padre di quattro figli maschi, tutti sulla via della palla ovale (l’omonimo George, 18 anni, apertura, è una promessa del rugby scozzese e pratica sia l’union che il league), Graham vive nella piccola Carlisle, Inghilterra del nord, dove si stabilì per fare una esperienza nel XIII. Ha un unico hobby: “Andare al pub alla domenica pomeriggio, per il resto il rugby e la famiglia sono tutta la mia vita”.

La prima impressione è di genuinità e franchezza, e così si presenta anche la sua ricetta per il gioco del Petrarca. “Voglio una squadra in cui ognuno sappia fare cose semplici ma in modo efficace, che sia aggressiva e che corra forte fino all’ultimo secondo. La rosa è completa, le prime amichevoli hanno dato riscontri positivi e ci sono ogni giorno nuovi miglioramenti. A questo punto non vedo l’ora che cominci il campionato”.