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Tregua Fir-Treviso, si riscrivono le regole. Ma scoppia il problema dei permit players

Pace fatta fra Benetton e Fir? In realtà più una tregua che una pace, quella stretta fra il massimo club italiano e il numero uno della Federazione, Giancarlo Dondi. Il presidente ha incontrato il suo omologo trevigiano Amerino Zatta giovedì scorso a Roma, dopo diverse riunioni nelle quali a rappresentare la Fir erano stati il vice Antonino Saccà e il responsabile dell’alto livello Carlo Checchinato. I due sono giunti ad un accordo che potrebbe riavvicinare le parti: il Benetton chiede di mettere nero su bianco le proposte accettate verbalmente da Dondi, quindi il club trevigiano ritirerà il ricorso sugli stranieri che rischierebbe di mettere in difficoltà la Fir di fronte agli organi di giustizia sportiva. C’è stato anche un avvicinamento sulla questione economica, alla quale Treviso tiene particolarmente (secondo i veneti, la Federazione non avrebbe rispettato gli accordi iniziali).
«E’ stato un incontro importante e costruttivo, ora vogliamo passare dalle parole ai fatti», ha dichiarato Amerino Zatta, «ci aspettiamo di giungere presto alla firma di un documento che faccia chiarezza sulle condizioni della nostra partecipazione alla Pro12. Era impossibile continuare a gestire la partecipazione ad un torneo internazionale vivendo alla giornata, con regole ambigue e continuamente modificate». In buona sostanza si tratta di varare degli “emendamenti” al famoso capitolato redatto per la partecipazione delle due franchigie italiane alla Celtic League, garantendo condizioni che dovrebbero permettere a Treviso e Aironi di essere più competitive sul fronte internazionale. «Vogliamo essere una squadra vincente nel panorama europeo, per ambizione ma anche per esigenze di sponsor (il budget stagionale del club è di oltre 7 milioni di euro, ndr)», commenta Zatta, «quanto ai giocatori italiani, il nostro obiettivo è farli crescere anche per il bene della Nazionale. Lo abbiamo sempre fatto e credo che questo sia evidente a tutti: il Benetton e Franco Smith sono i primi tifosi dell’Italia».
Un nuovo fronte si apre però riguardo ai permit players, indispensabili al Benetton per affrontare il periodo del Sei Nazioni quando numerosi biancoverdi saranno impegnati con l’Italia. Parma, infatti, non sembra disposta a concedere il prestito di Luca Morisi, già a Treviso durante i Mondiali (foto in alto) e capace di alcune positive prestazioni nel ruolo di centro. La squadra ducale, allenata dall’ex “Cocco” Mazzariol e oggi in brutte acque in classifica, è infatti impegnata nelle prossime settimane nel campionato di Eccellenza e non desidera perdere un elemento importante. Gli altri giocatori richiesti dal Benetton sono Alberto Chillon (foto) e Ornel Gega del Petrarca, Alberto Chiesa del Prato e Marco Fuser del Mogliano.
Dal 2010 Sei Nazioni sul Sky. Movimento in rivolta: “Italia in chiaro o fine del boom”
Dal Corriere del Veneto del 18 febbraio 2009
Con l’inizio del Sei Nazioni 2009 la febbre è cominciata a salire per gli appassionati di rugby che assisteranno alle sfide degli azzurri nel torneo, alcuni di persona negli stadi di Roma, Londra ed Edinburgo ed altri – molti di più – che assaporeranno lo spettacolo di fronte alla tivù. Per l’ultima volta, almeno nella versione in chiaro: Sky Italia si è infatti aggiudicata (per 13 milioni di euro) i diritti della più prestigiosa manifestazione europea dal 2010 al 2014, “scippando” quindi La7 che tanto aveva investito sullo sport dell’ovale negli ultimi quattro anni.
Notizia di marketing sportivo, che tuttavia non lascia indifferente il movimento. Il passaggio alla pay-tv priva il rugby di una straordinaria vetrina, da cui deriva il boom della disciplina nelle recenti stagioni.
Le partite del Sei Nazioni su La7 hanno peraltro ottenuto ottimi riscontri di audience (superati spesso il milione di contatti, con punte di share del 14%), mentre su Sky la partita decisiva degli ultimi Mondiali, Italia-Scozia, era stata vista appena da 365mila telespettatori. “Il rugby rischia uno stop del suo sviluppo”, ha dichiarato preoccupato il presidente della Federugby Giancarlo Dondi, il quale prospetta una trattativa con Sky per ottenere la trasmissione in chiaro delle gare dell’Italia. Improbabile però che la rete satellitare scenda a patti proprio sul principio che la sostiene, l’esclusività degli avvenimenti sportivi per attrarre abbonati.
“E’ una notizia che preoccupa tutti noi del mondo del rugby”, sottolinea il trevigiano Francesco “Cocco” Mazzariol (nella foto), miglior marcatore del Super 10 con la maglia dell’Overmach Parma e brillante commentatore per i microfoni di La7, “Sky saprà di sicuro confezionare un ottimo prodotto e la Federugby incasserà la propria quota di diritti, ma la visibilità offerta dalla trasmissione delle partite in chiaro è importantissima per tutto il movimento: per far conoscere il nostro sport, per attrarre sponsor, pubblico e giocatori. Il riscontro ottenuto dal Sei Nazioni su La7, con oltre un milioni di telespettatori per ogni match, è davvero sorprendente se si pensa qual era l’attenzione per il rugby anche solo dieci anni fa”.
E scherza, ma non troppo, Mazzariol: “Vengo riconosciuto per strada più ora come commentatore che in vent’anni di carriera da giocatore. Significativo, no?”. Malumori anche tra i tifosi. “Spero che si trovi una soluzione, molti degli appassionati che non hanno l’abbonamento si ritroverebbero privi della possibilità di seguire l’Italia”, spiega Marco Malerba degli OFM, gruppo organizzato di tifosi azzurri ora in partenza per Londra (nella foto in occasione di Irlanda-italia), “il rugby ha grandi potenzialità di crescita, non è giusto che finisca relegato in una televisione a pagamento”.
Ivan Francescato e la fine del rugby dei campanili, dieci anni dopo
Dal Corriere del Veneto del 21 gennaio 2009.
Il 30 gennaio 1999 l’Italia del rugby affrontava la Francia a Genova. Furono molti gli appassionati della palla ovale che quel giorno programmarono di arrivare presto nel capoluogo ligure, così da poter visitare in mattinata il cimitero di Staglieno e lasciare un fiore a Fabrizio, che con la sua musica aveva regalato loro tante emozioni.
Nel pomeriggio, a Marassi, gli azzurri si presentarono svuotati ed irriconoscibili. La Francia ci travolse 49-24, nonostante il carattere di Troncon, due volte a segno. Era l’Italia che aveva guadagnato l’ingresso al Sei Nazioni e che allora faceva paura a tutti. Ma quel giorno a Genova fra i ragazzi di Georges Coste c’erano un dolore in fondo al petto e un’immagine negli occhi che non se ne andavano via.
Nella notte fra il 18 e il 19 gennaio Ivan Francescato, a soli trentun anni, aveva lasciato il rugby e la vita, che per lui erano la stessa cosa. Una partita durissima da giocare per gli azzurri, orfani di quell’amico fragile, alcuni di loro – come Tronky, Cristofoletto, Checchinato, Mazzariol – inseparabili compagni anche fuori dal campo, nelle notti di Treviso, in terzi e quarti tempi infiniti. “Quella Italia aveva due capi branco eccezionali, Giovanelli in partita e Ivan nel dopo partita”, ricorda Georges Coste.
Se ne andava un giocatore che con il suo talento aveva regalato tante emozioni al pubblico di Treviso. La finta secca ed imprevedibile, il placcaggio puntuale, la fantasia della scelta di gioco che non ti aspetti: sempre, però, al servizio della squadra. Arrivava da una famiglia di semplici origini, che alla Nazionale azzurra aveva già dato Nello, Rino e Bruno. Era cresciuto nella Tarvisium, magliette rosse non per caso, fucina di giocatori e uomini straordinari. Incompreso nel suo ruolo naturale di mediano di mischia, aveva percorso in direzione ostinata e contraria tutta la salita fino ai successi dell’Italia e al riconoscimento internazionale.
Con Ivan Francescato se ne andava un intero mondo: il rugby dei campanili nel quale il Veneto si era specchiato dal dopoguerra, trovandovi un’identificazione sociale senza eguali nel paese. Uno sport di poche cose e tanta fatica, di fango e botte in nome di una maglia, di un gruppo, di un insieme di valori. In questi dieci anni il professionismo avrebbe sbiadito i colori di questa passione, indebolito le idee, annacquato anche le accese rivalità che dividevano Rovigo, Padova e Treviso, pur con toni sempre goliardici.
Uno con il talento cristallino di Ivan oggi sarebbe rincorso già a a sedici anni dai procuratori, con un contratto da firmare, o finirebbe a fare rugby dalla mattina alla sera all’accademia federale di Tirrenia (che si chiama “Ivan Francescato”). Lui, appena maggiorenne, aveva smesso col rugby per gestire un distributore di benzina.
Il cuore di Ivan, vittima di una aterioslerosi coronarica impossibile da diagnosticare, è stato studiato dal professor Gaetano Thiene, direttore dell’unità di patologia cardiovascolare dell’Università di Padova, all’avanguardia nello studio delle “morti improvvise”. I ricercatori padovani nel 2004 hanno anche individuato un nuovo gene responsabile della patologia, che in Italia provoca ogni anno 500 decessi fra i giovani, soprattutto sportivi.