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Il rugby nel dna. La grinta dei padri e i biancoverdi di oggi, due foto storiche di Filippucci e Jannone

Per una strana coincidenza, mi sono capitate fra le mani di recente due foto storiche che si riferiscono a Claudio Iannone, “Caio”, ex Benetton, e Antonio Filippucci, “Pucci”, ex Bassano (oltre che giocatore, è stato allenatore e dirigente della società del Grappa). Cioè i padri di due protagonisti biancoverdi di oggi, Tommaso e Marco. Le condivido qui sotto. Quella di Iannone è tratta da un “All Rugby” d’annata, quella di Filippucci da una brochure del Bassano.

Il rugby è uno sport di famiglie e dinastie. Così in tutto il mondo, e tanto più in Italia visto il ristretto numero di praticanti. Sarebbe interessante uno studio su come si tramandano certi talenti e certe competenze tecniche. Ma credo – anche vedendo la grinta dimostrata dai padri nelle foto – che più che trasmettere il talento, la famiglia rugbistica affidi ai figli una predisposizione mentale, un’attitudine. Anche un’ambizione ad emergere, a superare i successi dei genitori e dei fratelli (penso al caso dei Francescato, che erano sì molto uniti, quasi un clan, ma anche sempre in competizione fra loro).


Auguri Tarvisium, splendida quarantenne. Da San Giuseppe l’avventura del rugby più autentico

Era il 2 agosto 1969, “festa dei omeni”. A San Giuseppe un gruppo di rugbisti giovanissimi fondava la A.S. Ruggers Tarvisium dopo qualche anno di apprendistato sotto l’egida della polisportiva parrocchiale, la Lupino di don Giulio. Presidente Natalino Cadamuro, unico maggiorenne.

Al tempo Treviso, saldamente in mano al monocolore DC del sindaco Marton, è una città che rappresenta tutti i vizi e le virtù dell’Italia dei campanili (ricordate “Signore e signori?”). Ha già conosciuto un primo boom economico, ma non essendo ne’operaia ne’ universitaria non ha vissuto i fermenti del Sessantotto. Il tasso di analfabetismo resta ancora al 9%. Fra le contraddizioni di questa realtà germoglia l’avventura della Tarvisium, che rapidamente diventerà un modello per il rugby italiano e un inesauribile serbatoio di uomini per gli scudetti marcati Metalcrom-Benetton e per la maglia azzurra.

Prima finale del campionato giovanile nel 1972, a soli tre anni dalla nascita, poi cinque scudetti juniores fra il ‘73 e l’84. Alla scuola delle “magliette rosse” centinaia di giovani trevigiani diventano atleti e cittadini, in un’esperienza educativa di alto valore ed allo stesso tempo spontanea e appassionata.

Oggi la Tarvisium è una splendida quarantenne, un club che è nuovamente vivace dopo qualche anno di penombra e che sabato 3 ottobre, nell’aula magna della scuola Stefanini, ha festeggiato l’anniversario con tutti i protagonisti del suo lungo viaggio. “Un’appuntamento aperto ai molti sono passati dalla Tarvisium ma anche all’intera città”, spiega il presidente Guido Feletti, “continuamo a credere nei giovani. I tesserati fra l’under 6 e l’under 16 sono circa 160 e di loro si occupa uno staff di 24 tecnici, mentre altri 90 atleti orbitano fra under 18, under 20 e prima squadra”.

La prima Tarvisium viveva fino in fondo gli umori degli anni Settanta e l’antagonismo sociale della periferia, tradotto nelle metafore del rugby come sacrificio collettivo ed in un autentico culto del placcaggio. “Le nostre magliette erano sbiadite e rattoppate e quelle dei nostri avversari nuove di zecca, ma la scarsità di mezzi non era un limite, al contrario ci esaltava”, ricorda Gilberto Breda, decoratore, uno dei pionieri e autore del simbolo del grappolo d’uva, “in questo senso, certo esagerando, si viveva il clima sessantottino di coloro che erano dalla parte dei poveri, degli umiliati, dei derelitti”.

La Tarvisium di oggi, pur messo da parte il côté ribelle, rappresenta comunque il volto più espressivo del rugby di base di fronte agli assalti di un professionismo grossolano e omologante. Valori racchiusi nel motto “rugby per tutti”. “Crediamo che ognuno possa trovare un posto in squadra, dentro e fuori dal campo, nel nostro sport nessuno è mai escluso”, sintetizza Feletti.

Il simbolo della continuità fra il passato e il presente è “Ino” Pizzolato, l’allenatore di tutti e un secondo padre per molti: per quarant’anni, ininterrottamente, una figura inconfondibile a bordo campo. E poi i Francescato. I fratelli della prima nidiata – Nello, Bruno e Rino – furono fra i talenti più cristallini della scuola di San Giuseppe, pur in buona compagnia: da Zanon a Zorzi, fino a Robazza e Marchetto. Ivan portò l’Italia nel Sei Nazioni prima di andarsene una notte di dieci anni fa, ed oggi una terza generazione di Francescato sta crescendo sui campi della Tarvisium a Monigo. Sempre indossando una maglietta rossa.

Nella foto Nello Francescato in meta con la maglia della Nazionale contro gli All Blacks a Rovigo, nel 1979. Foto Donzelli (da “La finta di Ivan”)