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Più o meno Irlanda-Italia. Solo Brian O’Driscoll ci salva dalla noia del rugby dei robot
Qualche riflessione all’indomani di Irlanda-Italia, con il criterio del “me piase de più” e “me piase de manco”.
Più più più Brian O’Driscoll. Il rugby sta diventando un gioco sempre più noioso, soprattutto quando in campo ci sono due squadre che cercano una di risparmiarsi per le prossime partite e l’altra di limitare il punteggio su dimensioni accettabili. Non concedere più di 30 punti agli avversari è fra gli obiettivi dell’Italia, secondo Nick Mallett: quindi meglio non scoprirsi, non osare. La ripresa di Irlanda-Italia è stata di una noia mortale. Per di più i giocatori sono sempre più schiavi del coaching e del game plan, ormai purtroppo i veri protagonisti del gioco. Per fortuna esiste ancora gente come Brian O’Driscoll (foto) o il gallese James Hook, capaci di inventare, prendersi la responsabilità di un’iniziativa fuori dagli schemi. Quelle due o tre magie di O’Driscoll rimangono l’unica cosa da ricordare del pomeriggio di Dublino.
Meno meno monsieur Romain Poite. L’arbitro francese era stato nell’occhio del ciclone in Irlanda dopo avere “osato” espellere Paul O’Connell nel match di Heineken Cup fra Munster e Northampton. Poite, nella sua prima direzione nel Sei Nazioni, si è evidentemente fatto perdonare. Gli irlandesi sapevano che lasciava correre nei breakdown ed infatti hanno regolarmente rallentato l’uscita del pallone. Impossibile giudicare cosa succede in mischia chiusa. Ma se Poite ha dato il giallo per il placcaggio pericoloso di Garcia su O’Driscoll, allora doveva darlo anche a Tomàs O’Leary per il placcaggio al collo su Luke McLean (la spinta in touche di Leo Cullen mi è sembrata involontaria). E poi va bene che ormai gli in-avanti sono come i “passi” nella NBA, va bene che l’azione era veloce e spettacolare, ma nella prima meta irlandese di in-avanti ce ne erano almeno due, il primo del break e quello finale.
Più più Croke Park. Stadio bellissimo, con splendida atmosfera. Le tribune sono molto ripide – come al Pacifici di San Donà… – ma questo permette agli spettatori di essere molto vicini al campo. Erba perfetta (si confronti con quella di Twickenham in Inghilterra-Galles). Viene voglia di tornarci quando c’è una finale di calcio gaelico, per fare una vera esperienza irlandese.
Meno Leonardo Ghiraldini. Giornata da dimenticare per il neo-capitano azzurro. La touche è andata in tilt, e qualche colpa ce l’ha anche il lanciatore. Ma è forte di carattere e si riscatterà.
Più Alessandro Zanni. Parisse è Parisse, ma il colosso friulano (nella foto a fianco) si è dimostrato sicuro nelle palle alte e ha come al solito difeso con coraggio. Uno dei giocatori che sono più cresciuti negli ultimi anni.
I personaggi del Sei Nazioni 2009 (e qualche curiosità): Flutey, Vickery, Bastareaud

Riky Flutey (foto a fianco) è risultato assieme a Brian O’Driscoll il miglior marcatore di mete del Sei Nazioni, firmando 4 volte lo score. Una meta l’ha segnata all’Italia, sabato scorso ha fatto lo stesso contro la Scozia venendo premiato come “man of the match”. Ma la sua partita capolavoro è stata quella contro la Francia a Twickenham, quando non solo ha realizzato una doppietta ma ha anche ispirato due delle segnature dei compagni, in una delle quali strappando la palla dalle mani enormi di Chabal.
Flutey è nato in Nuova Zelanda e ha sangue maori nelle vene. Al Te Aute College di Hawkes Bay, già scuola di Norm Hewitt, era compagno di Piri Weepu, poi divenuto All Black. Negli All Blacks under 19 giocava mediano di mischia attorniato da gente come Richie McCaw, Keven Mealamu e Rodney So’oialo. Rischiava di perdersi per strada, poi nel 2005 si è trasferito in Inghilterra (ai London Irish) e ha cominciato a lavorare durissimo per emergere.
“Dopo che i miei due figli si sono addormentati, la notte mi metto al computer e analizzo le mie partite recenti, per capire in cosa posso migliorare”, ha raccontato. Dopo la straordinaria stagione 2007-2008 con i Wasps, è stato chiamato per la Nazionale inglese, per quale è divenuto eleggibile grazie ai tre anni di residenza. Esordio proprio contro i maori Pacific Islanders, l’8 novembre 2008. Oggi è già un punto fisso (uno dei pochi) dei bianchi allenati da Martin Johnson.
Phil Vickery, a distanza di 11 anni dal suo esordio nel torneo (allora ancora Cinque Nazioni), continua ad impressionare per la sua solidità. Curiosità: il pilone 33enne viene chiamato dai compagni “Inseminator”. Figlio di allevatori, prima dell’approdo al professionismo lavorava come fecondatore di bovini (con tanto di diploma di qualifica) nella fattoria di famiglia in Cornovaglia.
Mathieu Bastareaud (foto in alto) ha vent’anni ed è uno dei tanti giovanissimi approdati quest’anno nella Nazionale francese maggiore nella prospettiva dei Mondiali 2011. Nato a Parigi da famiglia originaria di Guadalupa, le sue doti fisiche sono impressionanti: 183 centimetri per 110 chili di pura potenza ed un baricentro basso che lo rende terribilmente difficile da buttare giù. Curiosità: è il cugino del difensore dell’Arsenal e della Francia William Gallas, di dieci anni più vecchio e suo idolo in gioventù, con cui si sente regolarmente per avere consigli.
Simon Danielli (foto), ala della Scozia, ha studiato Teologia ad Oxford.
Alun-Wyn Jones è il 73esimo giocatore con questo cognome chiamato a giocare con il Galles. Neanche i Boscolo a Chioggia…
L’articolo completo nel sito di Radio R101
I personaggi del Sei Nazioni 2009: Brian O’Driscoll
Brian O’Driscoll è un capitano vero, un vero leader. Quello che manca ad una squadra pur piena di talento come l’Inghilterra, sconfitta a Dublino 14-13 nell’ultima partita degli irlandesi al Croke Park prima del ritorno al Lansdowne Road, ricostruito a tempo di record. E non può essere una vittoria qualsiasi, quella dei verdi del Trifoglio: a Croke Park si consumò uno dei più drammatici episodi del “Bloody Sunday” del 1920, con 14 morti sotto i colpi dei soldati inglesi durante un match di football gaelico.
E con la vittoria di sabato l’Irlanda può continuare a sognare quel Grande Slam ormai sfuggito a tutti gli altri e vinto una sola volta nella sua storia, nel lontano 1948. Nonostante una superiorità piuttosto netta, la sfida con l’Inghilterra era inchiodata sul 3-3 ancora ad inizio ripresa, complice la giornata-no di O’Gara, solitamente puntuale come un Intercity svizzero negli appuntamenti dalla piazzola.
A quel punto il biondo O’Driscoll ha preso in mano l’inerzia della giornata: prima un drop (6-3), poco dopo una meta per finalizzare un assedio degli avanti sull’area ospite (11-3). Partita risolta, per “BOD” 35esima segnatura in 91 partite, delle quali 54 da capitano.
Da un paio di stagioni lui e la sua generazione vengono ritenuti ormai in parabola discendente. O’Driscoll, a 30 anni, continua ad incazzarsi con i media per difendere la sua privacy (ma la sua relazione con l’attrice Amy Huberman è ormai ufficiale, nella foto) e continua ad essere decisivo in campo. “Quando ero giovane consideravo l’esperienza qualcosa di sopravvalutato”, ha detto O’Driscoll, “oggi penso che l’esperienza sia un valore molto sottovalutato, invece”. Hanno ragione gli irlandesi a venerare il loro capitano, esponendo cartelli con scritto “In BOD we trust”…