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Joe Maddock, dalla Premiership l’uomo nuovo del Benetton. “Porterò esperienza e velocità”

Il grosso problema di Treviso nei confronti internazionali della scorsa stagione non sono stati l’intensità fisica degli avanti o l’organizzazione di gioco, quanto la velocità di ali ed estremi avversari: imprendibili giocatori come Chris Ashton e Ben Foden del Northampton o Paul Warwick del Munster. Sarà per questo che con il rinforzo biancoverde dal pedigree più prestigioso si punta proprio a coprire i limiti di “tachimetro” del triangolo arretrato.

Joe Maddock, neozelandese con un passato nei Canterbury Crusaders, ha dimostrato il proprio valore con la maglia del Bath in sei anni di Premiership inglese, della quale è stato anche metaman nel 2008-2009 (foto sotto). «Sono un giocatore veloce, anche se non quanto Williams e Botes», racconta di sé al termine di una mattina di test e lavoro in palestra a Monigo, «a Bath ho segnato molto anche perchè praticavamo un gioco votato all’attacco, ma credo che la mia caratteristica migliore sia la capacità di leggere la difesa, l’intelligenza tattica. Sono stato molto fortunato ad avere grandi allenatori, da Robbie Deans a Wayne Smith e Steve Hansen, entrambi oggi nello staff degli All Blacks».

Classe 1978, sposato e con una figlia di 13 anni (un secondo baby è in arrivo e nascerà dunque proprio a Treviso), Maddock è dunque l’uomo che Treviso ha inseguito a lungo per far fare il salto di qualità al reparto arretrato. «Sono cresciuto a Christchurch avendo come idolo Craig Green, che mi allenò quando ero nel Development Team di Canterbury, nel 1999», spiega il trequarti dalle doti fisiche all’apparenza molto modeste (un metro e 76 per 84 chili), «poi siamo persi di vista ma ora so che tornerà in Italia per dirigere le accademie federali e sarà un grande piacere incontrarlo. Dopo le esperienze nei New Zealond Maori a vent’anni ho capito che il sogno di giocare negli All Blacks, quel sogno che ogni ragazzino neozelandese fa quando comincia a giocare, non si sarebbe mai avverato. Ed allora ho scelto l’Europa, d’accordo anche con mia moglie: entrambi avevamo voglia di vedere un altro pezzo di mondo. Dopo sei stagioni molto belle a Bath ora era ormai tempo di cambiare. Treviso rappresenta non una ma molte sfide: lingua, cultura, ambiente nuovi. Spero di dare qualcosa in termini di esperienza per far crescere la squadra, attesa in Celtic League da avversari sempre impegnativi».

Il balzo dal campionato italiano alla Celtic League è notevole. Riuscirà il Benetton ad essere competitiva nel torneo?  «Non credo che Treviso sia molto lontana dagli standard internazionali. Ricordo che nel 2004 il Bath, mentre io ero infortunato, giocò qui a Monigo in Heineken Cup e perse (29-23, ndr). Nella partita in Inghilterra ci prendemmo la rivincita, ma vincere a Treviso non è mai stato facile. Per essere competitivi dovremo di sicuro alzare il livello della nostra forma fisica, di modo da poter essere veloci e reattivi per tutti gli ottanta minuti. Con il tempo diventerà più facile avere il ritmo degli avversari, quindi credo che il miglior Benetton si vedrà nella seconda parte di stagione.


Appunti francesi. La questione morale nel Top 14, il passaporto di Contepomi, riscossa Stade

Mentre la decisione del Cio sull’ammissione del Seven alle Olimpiadi è un evento che potrebbe dare ulteriore slancio alla diffusione del rugby nel mondo, RugbyPeople è ora in Francia e volge la sua attenzione alla palla ovale transalpina. Ecco qualche appunto da Parigi.

A tenere banco nel rugby francese è il dibattito sull’etica e sullo scadimento dei valori del nostro sport con il professionismo e l’esposizione mediatica. E’ successo che a Brive un tifoso bianconero ha cercato di aggredire l’arbitro Rosich; che allenatori e giocatori dell’Albi e del Bayonne sono venuti alle mani in campo e nel corridoio degli spogliatoi; che Mathieu Bastareaud (foto in alto) si sia inventato in Nuova Zelanda un’aggressione razzista e che poi l’abbia fatta franca, tornando a disposizione della Nazionale già per i test di novembre.

I presidenti della FFR e della Ligue, Pierre Camou e Pierre-Yves Revol, si sono incontrati questa settimana per la creazione di un comitato nazionale d’etica a cui assegnare ampi poteri per punire comportamenti anti-sportivi fuori dal campo. Una commissione di questo tipo – presieduta da Pierre Albaladejo – esiste già in seno alla FFR, ma con valore quasi solo simbolico. La preoccupazione è anche che la degenerazione dei comportamenti metta in fuga gli sponsor. “Dobbiamo preservare il nostro capitale culturale ed economico”, ha detto Revol.

Gli inglesi, intanto, non hanno perso tempo dopo le figuracce rimediate con il “bloodgate” degli Harlequins e lo scandalo della cocaina a Bath. Una commissione di 13 membri denominata Image of the Game Task Group, che singolarmente comprendeva anche Lawrence Dallaglio (nel 1999 confessò ad una giornalista l’uso di droga), ha sentito 129 giocatori professionisti più 4524 fra atleti, allenatori e arbitri del rugby di base), per valutare la diffusione di comportamenti scorretti. Conclusione: si tratta solo di casi isolati e non sistematici.

Felipe Contepomi (foto) non ha ancora vestito la maglia del Toulon a causa di un infortunio al ginocchio che lo terrà lontano dal campo fino a novembre. Intanto il trequarti argentino, per non rientrare nelle quote degli stranieri, sta cercando di ottenere il passaporto italiano, rifiutatogli dalle autorità del nostro paese. Si attendono gli sviluppi del caso. Peccato che Contepomi, anche se dovesse diventare “italiano”, non potrà essere convocato nella Nazionale azzurra…

La squadra del momento è lo Stade Français, che dopo la sostituzione degli allenatori McKenzie e Dominici (quest’ultimo resta comunque nel club, del quale detiene anche una quota societaria) ha raccolto quattro successi ed un pari.

Grazie ai tecnici Jacques Delmas e Didier Faugeron, ma anche grazie al rientro dalla squalifica di Sergio Parisse (foto). Con il capitano azzurro in campo i parigini hanno prima travolto il Brive in campionato (44-16) e quindi l’Edinburgh in Heineken Cup (31-7).

Fa notizia anche oltralpe la vicenda Celtic League. “Rififi à l’italienne” ha titolato L’Equipe dopo l’ultima decisione della Fir…


La nobiltà del rugby: “i giocatori rispettano sempre l’avversario e il pubblico”

In Italia il rugby, dopo il boom degli ultimi anni, è circondato di retorica. Per cui questo sport sarebbe “diverso” da tutti gli altri, uno sport nobile e leale, in cui regna l’amicizia e il fair play. Per quanto mi riguarda il rugby resterà sempre lo sport più bello del mondo, per una svariata serie di motivi (fra i quali anche il rispetto, l’amicizia). Ma di questa retorica farei volentieri a meno, ben sapendo che anche nel nostro mondo – come ovunque – c’è il buono e il cattivo, il bello e il brutto, l’angioletto e lo stronzo. Quindi, per piacere, basta con le frasi tipo “i rugbisti rispettano sempre l’avversario”.

Ecco nella foto, per esempio, l’ala degli Wasps David Lemi scambiarsi una vigorosa stretta di mano con gli avversari e salutare il pubblico con un applauso al termine del match fra il Bath e i londinesi al “Rec”. Il samoano aveva segnato una meta nel primo tempo di un match che i Wasps hanno poi concluso vittoriosamente 17-15. In ogni caso, sia Lemi che il club hanno posto pubblicamente le proprie scuse per l’accaduto.


Il dopo-rugby di Steve Ojomoh. Ieri all’Overmach Parma, oggi alla guida di un asilo

Per la serie “Che fine hanno fatto?”, scopro sul numero di aprile di International Rugby News la storia curiosa di Steve Ojomoh. Qualcuno lo ricorderà con la maglia dell’Overmach Parma nella stagione 2001-2002, anche se il suo impatto sul campionato italiano fu decisamente deludente rispetto alle aspettative. Ojomoh, infatti, aveva alle spalle una gloriosa carriera in Premiership con Bath e Gloucester, e 12 presenze con l’Inghilterra.

ojomoh.jpgL’ex terza linea di origine nigeriana ha deciso di intraprendere con la moglie Lisa una carriera post-rugby ben lontana dal ruvido gioco degli avanti inglesi e dal fango dei campi di oltre Manica. Ojomoh gestisce oggi due asili a Bath, la Baby Face Nursery, e l’idea gli venne proprio durante l’ultimo anno di rugby giocato, a Parma, dove il suo progetto prese forma.

Oggi Ojomoh è soddisfatto del nuovo business ma guarda con qualche rimpianto alla sua carriera di rugbista. “Avrei potuto avere molti più caps con l’Inghilterra”, ha detto a Irn, “guardo a quello che hanno fatto alcuni miei compagni del tempo come Martin Johnson e Neil Back ed un po’ li invidio”.

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