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Benetton a Dublino, mentre entra nel vivo il mercato europeo. Zanni in bilico tra Parigi e Treviso

Mentre ben 15 giocatori biancoverdi servono la causa azzurra nel Sei Nazioni (a fianco il biglietto di uno storico incontro contro gli inglesi a Padova), quel che resta del Benetton affronta questa sera a Dublino la capolista Leinster nel quattordicesimo turno di Pro12.

Franco Smith  ha selezionato un XV giocoforza “sperimentale”. In cabina di regia Alberto Di Bernardo, all’esordio stagionale da titolare e sostituto in extremis di De Waal (vittima all’ultimo minuto di un attacco influenzale), farà coppia con il giovane Alberto Chillon, che è giunto in prestito dal Petrarca e che domenica prossima sarà di nuovo nelle file dei padovani per il turno di recupero di Eccellenza. In panchina atleti acciaccati come Iannone, Picone e Garcia, ma indispensabili per compilare almeno la distinta-gara di 23 giocatori. Out per infortunio Sepe, Vosawai, Sbaraglini.

«Ma capiamoci, questa non è la seconda squadra», spiega Franco Smith, «la formazione che scende in campo a Dublino è molto simile a quella che nell’inizio di stagione ha colto i migliori risultati in trasferta. Non esistono nella mia testa giocatori che sono prime scelte e altri che sono sostituti,  ma sono i ragazzi che di volta in volta scendono in campo a dover dimostrare il loro valore».

In queste settimane, intanto, entra nel vivo il mercato dei club europei. Per il Benetton la sfida è di riuscire a trattenere i suoi pezzi migliori, soprattutto quello che può essere considerato oggi il migliore giocatore italiano, “Ironman” Alessandro Zanni (nella foto di Marco Sartori). Il flanker udinese piace da sempre al Perpignan, che però ha preso lo scozzese Alasdair Strokosch e ha abbandonato la pista secondo i media francesi. Resta in piedi un’interessante offerta del Racing Parigi (che tra l’altro ha appena divorziato da Sébastien Chabal) oppure l’alternativa della conferma a Treviso, con la dirigenza biancoverde che ha comunque formulato una proposta di ingaggio di tutto rilievo. Ad ottenere l’interesse di altri club europei sono anche Leonardo Ghiraldini e Lorenzo Cittadini, oltre a Robert Barbieri (piace ai Saracens)e Tommaso Benvenuti i quali tuttavia hanno un’altra stagione di contratto con il Benetton.

Sarà inevitabile qualche ritocco alla rosa, con giocatori che cominciano ad essere non più giovanissimi (Allori, Fernandez Rouyet, Galon) o che faticano a reggere il ritmo degli scenari internazionali (De Jager, Enrico Pavanello, Picone). Probabilmente si tratta dell’ultima stagione in biancoverde anche per Bian Vermaak e Willem De Waal.

Fra i giovani emergenti, salgono le quotazioni di Michele Campagnaro del Mirano, di cui in giro si dice un gran bene. Di fatto la querelle con la Fir, con le norme di partecipazione alla Pro12 che dovrebbero essere riscritte, limita i movimenti del Benetton sul mercato. Il club biancoverde attende anche di conoscere le liste dei cosiddetti “atleti di interesse nazionale”, dai quali dipende il contributo federale (quelle del 2011, ad esempio, non comprendevano Rizzo, Van Zyl e Pavanello, oggi in azzurro).


L’esempio scozzese e i nodi Celtic League. Viaggio nel rugby degli highlanders

Fin dal primissimo giorno dell’era Sei Nazioni, torneo dopo torneo e passando anche per la fatidica notte di Saint-Étienne alla World Cup 2007 (foto sotto, con Troncon e Ongaro in lacrime dopo la sconfitta), la Scozia rappresenta la misura dei progressi del rugby azzurro nella affannosa rincorsa alla competitività internazionale, un po’ l’ultimo vagone del treno sul quale invano l’Italia cerca il tempo giusto per saltar su. In quel primo giorno – era il 5 febbraio 2000 – l’Italia di Giovanelli-Troncon-Dominguez e dell’eroe per un giorno Giampiero De Carli sconfisse a Roma 34-20 una Scozia pur detentrice dell’ultimo titolo del “Championship” nel format a cinque nazioni.

Sembrò allora uno scossone rivoluzionario alle gerarchie del rugby europeo, da sempre affare esclusivo di anglosassoni e francesi. Sembrò che fosse davvero arrivato il momento dell’ingresso di un inedito protagonista, di una nuova guest star in una recita che vedeva fin dalla fine dell’Ottocento gli stessi quattro o cinque immutati attori. E che anzi forse proprio dalla ripetizione di quel copione originale traeva il suo irresistibile fascino, come nell’opera lirica o nei classici del teatro si assaporano le sfumature delle interpretazioni e non la trama, ben sapendo già come finirà.

Non è andata in questo modo, ahinoi, e dieci anni dopo gli azzurri nel Sei Nazioni hanno ancora appena una particina di secondo piano, con un solo realistico obiettivo da sempre: battere la Scozia, l’unica delle avversarie apparsa finora abbordabile in ogni edizione, e non sbracare con gli altri. Oggi intanto il rugby italiano svolta con l’ingresso nella Celtic League e lo fa proprio secondo un modello che assomiglia a quello dei cugini in kilt piuttosto che all’esperienza di irlandesi e gallesi, basata per i primi sulle realtà territoriali delle province e per i secondi su combinazioni di club forti, comunque con un radicamento profondo nella regione e un organizzato sistema di reclutamento in questo ambito geografico.

Guardando ai risultati della Scozia e delle sue due squadre – praticamente delle selezioni – in Magners League ed Heineken Cup, i critici potrebbero legittimamente avanzare dubbi sulla strada intrapresa dalla Fir. Vale la pena, quindi, di cercare di capire cosa succede lassù, a nord del vallo di Adriano. Anche perchè la questione potrebbe essere affrontata da una opposta prospettiva, se si considera che gli highlanders dispongono di un numero di tesserati largamente inferiore a quello delle altre nazioni ed anche a quello italiano: 33mila, contro i nostri 61mila. Eppure fanno meglio: non molto meglio, ma pur sempre meglio di noi.

CASA DOLCE CASA? – La nascita delle selezioni farà rientrare i giocatori azzurri all’estero: questa una delle argomentazioni più accalorate fra i sostenitori dell’ingresso italiano in Celtic League. Il caso della Scozia fa però sorgere qualche dubbio, senza pure considerare quanto i suoi atleti siano sensibili alla mistica dell’orgoglio nazionale.

Nel 2006 Scott Murray rifiutò un’offerta per giocare con i Natal Sharks pur di rimanere ad Edimburgo. Come potrebbe funzionare con i nostri che neppure sono italiani di nascita, come i vari Nieto, Aguero, Castrogiovanni? Alla fin fine, come dicono gli inglesi, “money talks”.

Certo, attratti da un Edinburgh che ha decisamente ritrovato competitività, sono rientrati quest’anno Chris Paterson (dal Gloucester – foto a fianco) e Jim Hamilton (dal Leicester). Ma attualmente parecchi scozzesi fra i migliori giocano nel Top14 o nella Premiership. Jason White al Sale, e per la prossima stagione ha già firmato con il Clermont Auvergne. Simon Taylor allo Stade Français. Sean Lamont al Northampton, con Euan Murray e Scott Gray. Nathan Hines e Chris Cusiter (tutti lo ricordano per quei tre assurdi passaggi sparati a Murrayfield nel 2007, ma è un ottimo giocatore) al Perpignan. Alasdair Strokosch, con Dickinson e Lawson, al Gloucester.

Nulla toglie, comunque, che nel primo match del Sei Nazioni 2009 Frank Hadden abbia potuto schierare una Nazionale composta da 11 giocatori dell’Edinburgh e da 5 del Glasgow nei 22 disponibili. In pratica il panorama scozzese di oggi assomiglia a quello italiano degli anni Novanta, quando tutto il meglio del movimento era concentrato a Milano e Treviso.

L’inchiesta completa si può leggere nel numero in edicola di Rugby Club.