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Rovigo e Toulon nel Challenge. Battaglini e l’antico legame fra due città innamorate del rugby
I sorteggi per la Challenge Cup 2009/2010 hanno designato Rovigo nel girone 3 assieme ai londinesi Saracens ed ai francesi del Castres e del Toulon. E proprio la sfida con quest’ultimi rappresenta un appuntamento speciale nell’ultima stagione dei club italiani nelle Coppe europee prima della Celtic League e della discussa riforma dei campionati interni.
Fra Rovigo e Toulon, infatti, esistono antichi legami, sullo sfondo di una analogia di carattere fra le due città: entrambe città di classi popolari, entrambe follemente innamorate del rugby tanto da farlo diventare senza dubbio il primo sport. Indimenticabile l’esperienza di una partita allo stadio Félix Mayol, a due passi dal mare, sempre gremito di indemoniati tifosi rossoneri. L’arrivo del magnate dei fumetti Mourad Boudjellal ha portato ad una rinascita del “brin de muguet”, oggi uno dei club con il maggiore budget in Europa. Quindi i tifosi del Rovigo potranno vedere all’opera al Battaglini gente come Jonny Wilkinson, Felipe Contempomi o Pierre Mignoni.
Ma ad inaugurare il legame fra il rugby rodigino e tolonese fu Mario Battaglini, che con la maglia dei francesi disputò la stagione 1948/49. La figura di “Maci” trova ancora ampio spazio nello splendido libro “Le Rugby Club Toulounnais 1908-2008″ dello scrittore Gaelle Nohant, che racconta l’epopea della palla ovale rossonera. Dal testo è tratta la foto qui a fianco, in cui Battaglini disputa la semifinale a Béziers fra Rct e Vienne (11-6 per i rossoneri, nella foto in alto da notare la gente letteralmente appesa alla tettoia dello stadio).
Poi il Toulon accolse un altro rodigino, Giancarlo Malosti, che lì finì per passare tutta la vita. Il terza linea, vincitori di 4 scudetti con Rovigo e 7 volte nazionale azzurro, è morto proprio nella città del Var tre anni fa. Nella foto veste la magia del Rct della stagione 1957/58 (è il terzo in piedi partendo da destra). In tempi più recenti ha invece avuto l’onore di esibirsi al Mayol il roccioso centro Stefano Bordon, passato al Toulon assieme ad Orazio Arancio nel ‘97 (foto sotto).
Ad allenare i rossoneri sono stati anche allenatori ben noti al rugby italiano, come Gilbert Doucet, Alain Teixidor, Tim Lane e Philippe Sauton (che a dire il vero non ha lasciato un gran ricordo ne’ a Tolone ne’ al Petrarca…).
Fabien Barcella, un “veneto” con la Nazionale francese. “Tanto sacrificio per arrivare fin qui”

Fabien Barcella in azione con la maglia dell'Auch
Dalla rivista Rugby Club.
Ha esordito con la maglia dei Bleus proprio contro l’Italia nell’ultimo Sei Nazioni. «L ’Italia? Sì, ci sono stato. Bel posto e soprattutto on bouffe bien, si mangia bene…» Sorride e scherza, Fabien Barcella, il giorno del suo esordio con la Nazionale francese. E’ il 9 marzo e a Parigi i galletti regolano l’Italia nella quarta giornata del Sei Nazioni, non senza qualche affanno.
Ventiquattro anni, ascendenze venete, Fabien ha l’aria simpatica e un po’ ruspega dei piloni di una volta. I suoi 117 chili soffrono dentro il completo e la cravatta di ordinanza per il post-partita. Testa piccola, niente collo, corpo quadrato e senza molta grazia: come i piloni di una volta, appunto.

... non ha il collo!
«Mio nonno materno si chiamava Giuseppe Fregona», inizia a raccontare, «era di Feltre, vicino a Padova (sic). La storia non la conosco bene, ma so che emigrò ad Agen fra la prima e la seconda guerra mondiale e poi venne anche deportato a Dachau, credo per le sue idee politiche. Sua moglie, mia nonna, era invece originaria di Torino. Anche mio padre, come dice il cognome, ha discendenze dall’altra parte delle Alpi e capisce ancora l’italiano, mentre mia madre lo parla correntemente».
Barcella è del sud-ovest, delle terre del rugby. E’ nato a Pommevic, un paesino del Tarn-et-Garonne, il distretto che è stato un enclave degli emigranti veneti e friulani negli anni Venti. Da quelle famiglie discenderanno straordinari uomini di mischia capaci presto di affermarsi nel rugby francese (e di dare lustro alla Nazionale del paese di adozione): gli Spanghero, i Cigagna, i Portolan, tanto per citare alcuni dei cognomi più celebri. Querce forgiate alla fatica da generazioni e generazioni di lavoro manuale, spesso come contadini.
Ed è attraverso il sacrificio che anche Fabien è riuscito ad emergere nella dura realtà dello “championnat” transalpino, dopo essersi perso per strada nel passaggio fra l’accademia e il rugby degli adulti. Cresciuto negli espoirs dello Stade Toulosain ma incapace di trovare spazio a livello di prima squadra, nel 2005 è ripartito con umiltà da Valence d’Agen, la squadra della sua città in Fédérale 1, per passare quindi all’Auch in ProD2 e conquistare subito la promozione. In questa stagione invece sono arrivati la
consacrazione nella Top 14 con la matricola del Gers, la chiamata di Marc Lièvremont per la Nazionale e un polposo contratto con il Biarritz per il 2008-2009.
«Grazie all’esperienza nell’Auch e ai metodi dell’allenatore Pierre-Henry Broncan (erede della panchina del padre Henry, autentico guru del club biancorosso, ndr) sono cresciuto moltissimo come giocatore nelle ultime due stagioni», ha spiegato Barcella al “Midi Olympique”, «nel club il lavoro degli avanti viene curato fino all’esasperazione. Facciamo una quarantina di mischie in ogni allenamento: uno degli esercizi è di inserire il pallone molte volte consecutive senza che la mischia si possa rialzare, continuando a spingere. Torniamo a casa con la schiena a pezzi. Il metodo è un po’ all’antica, ma funziona».

Barcella in percussione
E all’esordio con la maglia dei coqs Barcella ha subito trovato un avversario di quelli tosti, e cioè il nostro Martin Castro-giovanni. Se la stampa francese teneva nel mirino delle critiche proprio la mischia, urlando alla vergogna dopo la meta tecnica concessa contro l’Irlanda (non succedeva dal 1996 in Argentina), a maggior ragione ha avuto parole di apprezzamento per la prestazione del pilone sinistro dell’Auch di fronte all’azzurro del Leicester, ormai riconosciuto di assoluto valore internazionale nel ruolo.
«Per me era un esordio speciale, non mi era indifferente il fatto che l’avversario fosse l’Italia. Per un attimo prima del match ho chiuso gli occhi e ho pensato alle persone più care, ai miei genitori, ai miei nonni. E’ cominciata la Marsigliese ed è stata un’emozione forte. Poi in campo ho pensato solo a dare il massimo per la Francia. In prima linea è stata dura, ma penso di essermela cavata bene. Paura di perdere? No, mai, neppure quando l’Italia si è avvicinata nel punteggio».
Barcella è stato poi confermato da Lièvremont anche nell’incontro successivo contro il Galles. E di certo non è sfuggito allo staff tecnico francese che nel 2011, quando si giocherà la prossima World Cup in Nuova Zelanda, Barcella avrà 28 anni, quelli della perfetta maturità per un giocatore di prima linea.
