Riporto un articolo da “Rugby World” che ho trovato molto interessante; è un po’ datato, ma la sostanza non cambia.
Lo Stradey Park di Llanelli, in Galles, è stato lo scenario di molte memorabili storie di rugby nella sua ricca storia, ma nessuna straordinaria quanto questa: la storia dei Llanelli Warriors, che probabilmente sono una delle sole due squadre al mondo ad includere giocatori con difficoltà di apprendimento. A loro piace chiamarlo “integrated rugby”, “rugby integrato”, in quanto giocatori “normalmente dotati” giocano a fianco di disabili. E’ molto raro trovare questo tipo di interazione in qualsiasi sport, ed è particolarmente rilevante in uno sport di contatto come il rugby, considerato anche che l’istinto di maggior parte della gente è quello di trattare con i guanti le persone con difficoltà di apprendimento.
Potrà sorprendere venire a sapere che i Warriors (o Rhyfelwyr, secondo la versione gallese) sono alla loro quattordicesima stagione ed hanno alle spalle anche una tournée in Nuova Zelanda. La loro storia comincia nel 1994, quando l’unica altra squadra di questo tipo, gli Swansea Gladiators, sfidano in un match l’Heol Goffa Social Activity Centre, un centro diurno di Llanelli per adulti con difficoltà di apprendimento.
Si allestisce una squadra fra ospiti, personale, amici e familiari. Sul campo del Gorseinon RFC, con un tempo inclemente, finisce 26-26. La squadra, così, era nata, dandosi per l’occasione il nome di Llanelli Barbarians. “Per motivi di assicurazione dovevamo dare una denominazione alla squadra e quella era la prima che ci era venuta in mente”, spiega il chairman Gary James, che allora lavorava al centro diurno e che oggi è un assistente sociale che si prende cura di quattro membri del team, “presto mutammo denominazione in West Wales Warriors e quindi in Llanelli Warriors, perché il Llanelli RFC ci è stato particolarmente vicino”.
In seguito, in quella stessa stagione, giocarono nuovamente contro i Gladiators, questa volta sul campo del Llanelli Wanderers più vicino a casa, e vinsero 40-8. Così ebbe inizio una intensa rivalità ed ora le due squadre si incontrano almeno una volta all’anno per contendersi il Challenge Shield. “Non c’è dubbio che questa è la partita più importante della stagione, quella in cui tutti voglio esserci”, dice James.
Nella loro seconda stagione i Warriors giocarono la partita per il Challenge Shield allo Stradey Park, inaugurando una tradizione che dura ancora oggi. Il segretario dei Warriors, Dean Gilasbey, nonché alternativamente mediano di mischia, apertura o centro, è il capo-custode dello Stradey e fa del suo meglio per assicurarsi che il suo club possa utilizzare le strutture di allenamento, e qualche volta anche il campo principale. I Warriors hanno giocato in numerose occasioni di fronte a migliaia di spettatori, ed hanno disputato il ritorno per il Challenge Shield al St.Helen’s di Swansea.
Vedere in azione i Warriors è una incredibile esperienza. Ho avuto il piacere di farlo in occasione del loro 90esimo match, contro gli old di Alltwen e Pontardawe. Sono stato accolto dal segretario Gwilym Lewis - “la forza trainante del club”, dice James. Lewis dice lo stesso di James. Entrambi sono persone eccezionali che meritano enorme stima per la determinazione a superare i pregiudizi, per il loro intuito, la loro pazienza, la loro comprensione. L’entusiasmo del gruppo è contagioso.
Eppure è sorprendente, considerato che ci troviamo nel Galles dalle più profonde radici rugbistiche, sentire menzionato così spesso l’ex pilone dell’Inghilterra Jason Leonard, quando alcuni giocatori stanno discutendo della buona prova della prima linea oggi. “Questo perché qualche anno fa andammo a Cardiff a vedere gli allenamenti di Inghilterra e Galles prima di una partita”, racconta James più tardi, “tutti i giocatori sono stati molto amichevoli, ma Leonard davvero ha spiccato fra tutti. E’ stato fantastico con i ragazzi”.
Qualcuno dei giocatori normalmente abili gioca in altri club, ma Gary James è particolarmente orgoglioso di un paio di ragazzi la cui esperienza nei Warriors ha condotto nel rugby ufficiale: “Il nostro numero 8 David Newson, che ha una lieve disabilità di apprendimento, ha giocato con il Burry Port e Meredith Pugh ha giocato all’ala con il Cefneithin. Hanno preso fiducia giocando con noi e così hanno continuato. E’ una grande soddisfazione”.
Ma lo spirito della squadra va ben al di là di questo. I benefici per i giocatori disabili sono diversi e di grande portata. In primo luogo stanno in forma, ma ciò che forse è ancor più importante è che far parte di una squadra fortifica la loro autostima, creando maggiore sicurezza fuori dal campo. Come Lewis scrive nei programmi delle partite (che i Warriors producono per ogni incontro), “apprendono importanti abilità e qualche volta entrano in un intero mondo dal quale si sentivano esclusi”. Questo è divenuto immediatamente evidente quando ho visto la partita. Il loro modo di stare insieme è davvero speciale, il loro incoraggiarsi e aiutarsi l’un l’altro sono più sentiti di quanto io abbia mai potuto vedere in uno sport di squadra.
Il capitano della squadra è Colin Talcon, che è stato democraticamente eletto dai suoi compagni. Chiunque incontri mi dice la stessa cosa: “E’ l’uomo più felice del mondo, sempre sorridente”. E quando ha segnato la prima meta della giornata, tutti gli altri stavano sorridendo come lui. Talcon soffre di una paralisi cerebrale, mentre fra gli altri giocatori alcuni sono affetti dalla sindrome di Down. La seconda linea John Horwood soffre della sindrome di Asberger, una forma di autismo, ed è uno dei pilastri della squadra con 84 presenze nei Warriors. Dai Spriggs, estremo e calciatore, ha ricevuto gli insegnamenti degli idoli di Llanelli Frano Botica e Stephen Jones e una volta ha segnato 20 punti in una partita contro il Llannon.
“Vogliamo vedere questi ragazzi sviluppare il loro massimo potenziale in un ambiente normale”, conclude James, “giochiamo a rugby in quanto parte del nostro lavoro per dare loro ruoli apprezzati nella comunità. Ma non vogliamo essere trattati con atteggiamenti protettivi. Vogliamo essere applauditi alla fine della parti con rispetto, non per pietà”.