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Nazionale in raduno in Alto Adige. “Yuri” Ongaro verso il terzo Mondiale: “Ma sarà davvero l’ultimo”

Saturday, July 9th, 2011

Mancano 61 giorni al calcio d’inizio dei Mondiali di rugby, segnala un grande countdown digitale installato nei locali della Borsa di Auckland. Sarà un’importante occasione economica per la Nuova Zelanda, un paese decisamente fuori da ogni rotta “di passaggio”: attesi 60mila turisti per l’evento e già venduti oltre 900mila biglietti (il 75% della disponibilità).

Sarà anche una nuova occasione per l’Italia dell’ovale, mai giunta a superare il primo turno e favorita questa volta perlomeno dalla scarsa pressione psicologica. Mai come in questa World Cup l’aspettativa per gli azzurri è modesta: ci sono un allenatore con la valigia già al check-in, una generazione di giocatori che va verso il tramonto, infortunati e defezioni di rilievo. E se questo clima alla fine giovasse agli azzurri, che le cose migliori spesso le hanno combinate quando non avevano i riflettori puntati addosso?

Da domenica scorsa la Nazionale ha svolto la prima settimana di raduno nel fresco di Villabassa, presso Dobbiaco. Un luogo incantevole, in cui gli azzurri possono usufruire di ottime strutture (con palestra attrezzata ad hoc) e rilassarsi in un paesaggio verdissimo. Per chi volesse fare la gita in Pusteria segnalo anche la bella esposizione sugli sport invernali “Il fuoco olimpico” al locale Museo del Turismo di Casa Wassermann: suggestiva soprattutto la lunga serie di torce olimpiche originali (info). Le tappe verso i Mondiali saranno i test contro il Giappone a Cesena il 13 agosto e contro la Scozia a Edimburgo la settimana seguente. (Nelle foto il campo e la palestra degli azzurri a Villabassa)

Insediandosi al raduno gli azzurri di Nick Mallett hanno già – involontariamente – infranto un piccolo ma significativo tabù. «In Alto Adige, e tanto più in Pusteria dove la stragrande maggioranza della popolazione è di lingua tedesca, non era mai stata ospitata una Nazionale italiana», spiega Walter Boaretto, segretario comunale di Villabassa e grande appassionato di rugby, «naturalmente abbiamo visto allenarsi qui squadre azzurre degli sport invernali, composte però di atleti delle nostre parti, e da sempre ospitiamo in estate importanti club di calcio. Avere in Pusteria una Nazionale è invece certamente una novità, che forse qualche anno fa non sarebbe stata possibile. Non poteva essere che il rugby, con i suoi valori positivi, ad aprire questa strada». I tempi del terrorismo anti-italiano sono passati da un pezzo, ma la questione altoatesina resta sempre piuttosto sentita in queste vallate.

Dopo la defezione di Craig Gower, è stato ripescato per il raduno altoatesino Kris Burton, australiano del Benetton: se dovessero partire tutti i biancoverdi preselezionati, Treviso si troverà a giocare i primi mesi del prossimo Pro12 senza 16 dei suoi migliori giocatori. Il ruolo di numero 10 è quello che oggi riserva più incertezze, poichè ne’ Burton, ne’ Luciano Orquera e tanto meno Riccardo Bocchino sono certo registi di livello internazionale. Sempre riguardo la mediana, resta un grosso punto interrogativo: Nick Mallett convocherà alla fine Tobie Botes, che guadagna l’equiparazione in azzurro solo ai primi di settembre?

Intanto nella squadra che viene torchiata a Villabassa da Alex Marco si confrontano grosso modo due generazioni: quelli che il Mondiale lo giocheranno (o cercano di giocarlo) per la prima volta e quelli per i quali se il Mondiale arriverà sarà di certo l’ultimo. Fra i primi Fabio Semenzato, Paul Derbyshire, Tommaso Benvenuti, Alberto Sgarbi. Nel gruppo dei “veci” Mauro Bergamasco, Marco Bortolami, “Totò” Perugini. E Fabio “Yuri” Ongaro (foto), che oggi confessa: “Già quattro anni fa ero pronto a smettere, poi la vita e il rugby sono strani e riservano sorprese imprevedibili. Ormai provo a cogliere quest’ultima possibilità, e se verrà sarà veramente l’ultimo Mondiale. Questa volta sarà ancora più difficile che in Francia, ma il passaggio del turno resta il mio sogno, sarebbe il modo migliore per chiudere la carriera internazionale”.

La concorrenza per il ruolo di secondo tallonatore dietro Leonardo Ghiraldini non sembra irresistibile. Se Mallett non ha ancora chiamato Luke Mahoney difficilmente lo farà più avanti, restano Carlo Festuccia ed il promettente Tommaso D’Apice, che però non ha esperienza internazionale. “E’ un giocatore di ottime qualità ed il futuro è suo”, dice Ongaro, “credo però che sia necessario che i giovani giochino regolarmente nel club, a qualsiasi livello, per poter crescere”.

Sembrano in discesa invece le quotazioni di Corniel Van Zyl, alle prese anche con un infortunio al ginocchio. La convocazione in Nazionale permetterebbe al seconda linea di acquisire lo status di italiano e quindi a Treviso di tesserare un ulteriore straniero. Un piacere al Benetton che di certo la Fir eviterebbe volentieri.

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Joe Maddock, dalla Premiership l’uomo nuovo del Benetton. “Porterò esperienza e velocità”

Tuesday, July 6th, 2010

Il grosso problema di Treviso nei confronti internazionali della scorsa stagione non sono stati l’intensità fisica degli avanti o l’organizzazione di gioco, quanto la velocità di ali ed estremi avversari: imprendibili giocatori come Chris Ashton e Ben Foden del Northampton o Paul Warwick del Munster. Sarà per questo che con il rinforzo biancoverde dal pedigree più prestigioso si punta proprio a coprire i limiti di “tachimetro” del triangolo arretrato.

Joe Maddock, neozelandese con un passato nei Canterbury Crusaders, ha dimostrato il proprio valore con la maglia del Bath in sei anni di Premiership inglese, della quale è stato anche metaman nel 2008-2009 (foto sotto). «Sono un giocatore veloce, anche se non quanto Williams e Botes», racconta di sé al termine di una mattina di test e lavoro in palestra a Monigo, «a Bath ho segnato molto anche perchè praticavamo un gioco votato all’attacco, ma credo che la mia caratteristica migliore sia la capacità di leggere la difesa, l’intelligenza tattica. Sono stato molto fortunato ad avere grandi allenatori, da Robbie Deans a Wayne Smith e Steve Hansen, entrambi oggi nello staff degli All Blacks».

Classe 1978, sposato e con una figlia di 13 anni (un secondo baby è in arrivo e nascerà dunque proprio a Treviso), Maddock è dunque l’uomo che Treviso ha inseguito a lungo per far fare il salto di qualità al reparto arretrato. «Sono cresciuto a Christchurch avendo come idolo Craig Green, che mi allenò quando ero nel Development Team di Canterbury, nel 1999», spiega il trequarti dalle doti fisiche all’apparenza molto modeste (un metro e 76 per 84 chili), «poi siamo persi di vista ma ora so che tornerà in Italia per dirigere le accademie federali e sarà un grande piacere incontrarlo. Dopo le esperienze nei New Zealond Maori a vent’anni ho capito che il sogno di giocare negli All Blacks, quel sogno che ogni ragazzino neozelandese fa quando comincia a giocare, non si sarebbe mai avverato. Ed allora ho scelto l’Europa, d’accordo anche con mia moglie: entrambi avevamo voglia di vedere un altro pezzo di mondo. Dopo sei stagioni molto belle a Bath ora era ormai tempo di cambiare. Treviso rappresenta non una ma molte sfide: lingua, cultura, ambiente nuovi. Spero di dare qualcosa in termini di esperienza per far crescere la squadra, attesa in Celtic League da avversari sempre impegnativi».

Il balzo dal campionato italiano alla Celtic League è notevole. Riuscirà il Benetton ad essere competitiva nel torneo?  «Non credo che Treviso sia molto lontana dagli standard internazionali. Ricordo che nel 2004 il Bath, mentre io ero infortunato, giocò qui a Monigo in Heineken Cup e perse (29-23, ndr). Nella partita in Inghilterra ci prendemmo la rivincita, ma vincere a Treviso non è mai stato facile. Per essere competitivi dovremo di sicuro alzare il livello della nostra forma fisica, di modo da poter essere veloci e reattivi per tutti gli ottanta minuti. Con il tempo diventerà più facile avere il ritmo degli avversari, quindi credo che il miglior Benetton si vedrà nella seconda parte di stagione.

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La decima finale di Vittorio Munari. “Uno scudetto al quale il Benetton tiene particolarmente”

Thursday, May 27th, 2010

Per il rugby regionale giunge un’altra soddisfazione nell’anno delle tre venete in semifinale: ad arbitrare il match decisivo della stagione è stato infatti designato l’emergente fischietto padovano Alan Falzone, 34 anni il prossimo 11 giugno. Mentre dovrebbe essere confermata la mediana Botes-McLean dopo la bella prova di sabato scorso, contro Viadana al tecnico Franco Smith mancheranno l’ex Rouyet e Mulieri, ancora in condizioni fisiche imperfette, oltre all’infortunato Garcia ed al giovane Benvenuti, impegnato con l’Italia under 20 ai Mondiali di categoria in Russia.

Per Vittorio Munari, general manager dei biancoverdi, si tratta della decima finale se si includono le due perse (contro Treviso) da allenatore del Petrarca, e l’ottava consecutiva da quando assunse l’incarico in Ghirada. A Munari chiediamo dunque come si affronta un impegno così delicato. «Non ci sono formule, ad essere decisivo è come viene gestita la tensione nervosa», spiega, «la squadra è oggi molto serena: lo sportivo professionista sa spendere la giusta dose di pressione per giungere all’appuntamento consapevole ma non “bruciato” dall’aspettativa. Per questa maturità il merito è dell’ambiente creato dalla società e soprattutto da Franco Smith, un tecnico non solo all’avanguardia in Italia per competenze, ma anche di grande spessore personale».

Che partita sarà?
«Decideranno come al solito gli episodi. Il Montepaschi ha ottime individualità e può metterci in difficoltà. Da parte nostra riteniamo di avere un gruppo completo, capace di sopperire alle assenze e di adattarsi alle diverse situazioni di gioco, ad esempio schierando piloni più pesanti e potenti oppure più leggeri e dinamici».

Quale giocatore del Montepaschi Viadana vorrebbe avere nella sua squadra?
«Per il loro attaccamento al club ho sempre stimato moltissimo il pilone Savi e la seconda linea Bezzi, che però non giocano più».

Come giudica la designazione di Falzone?
«Non ho nessun commento da fare, e non invidio i designatori italiani il cui lavoro non deve essere affatto facile. Vorrei solo sottolineare che la componente arbitrale è fondamentale per lo sviluppo del movimento: il rugby italiano può crescere complessivamente solo attraverso la crescita individuale di tutti i suoi attori».

Sarà l’ultima finale prima del passaggio di Treviso e Viadana nella Celtic League. Cosa resterà del campionato italiano e delle passioni di campanile che l’hanno animato?
«A questo scudetto teniamo particolarmente, proprio perchè il Benetton ha da sempre amato e onorato il campionato italiano. Aneddoti dei derby infuocati fra Padova, Rovigo e Treviso vengono ricordati ad ogni cena con i compagni di avventura e con gli avversari di allora. Se la scelta della Celtic League è stata giusta lo dirà il tempo, intanto per il campionato italiano è ahimè difficile prevedere un futuro roseo».

La squadra biancoverde vince e gioca bene, eppure non riesce ancora ad appassionare il pubblico.
«A Treviso, con club di vertice in diversi sport e Cortina ed Jesolo ad un’ora di macchina, c’è una sproporzione fra domanda e offerta. Dalla prossima stagione il Benetton vuole rappresentare l’intero rugby veneto e per questo auspichiamo che vengano permesse regole di interscambio tecnico fra società che sono già in vigore nella Celtic League».

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Il XV ideale del Sei Nazioni. Monopolio dei francesi con la stella Parra, sorprese dalla Scozia

Wednesday, March 24th, 2010

Non che sia stato un Sei Nazioni particolarmente emozionante. Ed anche il livello tecnico resta quello che è, certo inferiore ai match più duri di Heineken Cup. La Francia sta sbocciando e potrebbe essere la squadra europea più competitiva alla prossima World Cup, soprattutto se l’Inghilterra continuerà a sprecare il suo enorme potenziale umano sotto la guida di Martin Johnson. Al di là dei modesti risultati, la Scozia ha fatto vedere qualcosa di buono che potrebbe evolvere,  a lungo termine, in un rilancio degli highlanders. Ecco il XV ideale del Sei Nazioni 2010, secondo RugbyPeople.

15. Clément Poitrenaud. Estremo affidabile e pungente. Il ruolo non offriva grande scelta. Oltre ai soliti Byrne, Southwell e Murphy, ci sarebbe da tenere d’occhio anche l’inglese Ben Foden, che però ha giocato troppo poco.

14. Shane Williams. Pochi dubbi sul motorino gallese.

13. Mathieu Bastareaud. Il ragazzo della banlieau parigina sembra avere messo a posto la testa (per il fisico non c’era problema).

12. Riki Flutey. O Yannick Jauzion? Scegliamo il maori dell’Inghilterra perchè mica possiamo mettere solo francesi…

11. Tommy Bowe. Vale lo stesso discorso, perchè non sfigurerebbero ne’ Malzieu ne’ Palisson ne’ Andreu.

10. Dan Parks. Ogni allenatore vorrebbe un numero 10 con un piede così. Fra i più giovani (l’australiano della Scozia ha già 31 anni) crescono bene sia Thrin-Duc che Sexton, pur ancora fra alti e bassi.

9. Morgan Parra (foto in alto). Probabilmente il miglior giocatore in assoluto del torneo. A 21 anni… Qualche lampo anche da Danny Care, ma il mediano di mischia di Metz, terra della palla rotonda, è inarrivabile.

8. Imanol Harinordoquy. Monumentale. Nomination anche per il nostro Alessandro Zanni, degno sostituto in azzurro dell’infortunato Parisse, e per lo scozzese Beattie.

7. John Barclay. Grande placcatore. Una sorpresa.

6. Thierry Dusatoir.

5. Alastair Kellock (foto). Altra sorpresa scozzese.

4. Paul O’Connell. Un classico.

3. Nicolas Mas. Titolare in tutti gli incontri del torneo, la prima linea dei “galletti” ha dominato ogni avversario, anche e soprattutto gli inglesi nel match che valeva il Grande Slam (o Chelem, come è per i francesi).

2. William Servat.

1. Thomas Domingo. Menzione, comunque, per l’inossidabile Totò Perugini.

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Club italiani nel caos. Celtic League per due squadre, ma che ne sarà di tutto il resto?

Saturday, March 13th, 2010

Il caso Celtic League è giunto a conclusione con quell’happy end che Treviso e molti appassionati veneti attendevano con ansia (e qualche timore) da un paio di settimane. E’ trascorso quasi un anno dal primo comunicato ufficiale del torneo sulla disponibilità a vagliare la candidatura italiana, un’idea che risale comunque al 2004 quando a lanciarla fu John Kirwan, allora allenatore della Nazionale azzurra.

Fra il 26 marzo 2009 e l’8 marzo 2010, data dell’ammissione ufficiale di Benetton ed Aironi Viadana, abbiamo assistito ad una serie di clamorosi colpi di scena frutto delle lotte di potere che, dietro le quinte, si sono incrociate per una svolta così rilevante sui futuri equilibri del movimento. Dopo che la decisione era ormai presa, la battaglia è scoppiata all’interno della Celtic League stessa, con gli scozzesi a chiedere un peso maggiore nella stanza dei bottoni ed irlandesi e gallesi ad un certo punto pronti addirittura – secondo la Bbc – ad estromettere Glasgow e Edimburgo a favore delle due franchigie italiane.

L’approdo nel torneo di Treviso e Viadana di fatto aggancia le due realtà di vertice ad una competizione professionistica di alto livello, così come accadde nel 2000 con l’ingresso dell’Italia nel Sei Nazioni per merito della mediazione di Giancarlo Dondi (con francesi e anglosassoni ben consapevoli, allora come oggi, dell’importanza di accogliere un mercato di 60 milioni di abitanti per espandere il proprio business). Quanto al Veneto si tratta di un preziosa occasione di promozione del territorio, con sicure ricadute positive in una fase economica che certo non invita all’ottimismo.

L’ingresso nella Celtic League non risolve di certo tutti i problemi del rugby italiano, ponendone semmai di nuovi ed inediti. Non si è giunti a questo passaggio epocale con un progetto condiviso, quanto invece con passi incerti ed improvvisati ed a costo di un lungo braccio di ferro fra Treviso e Fir. “Chi gà vinto?”, si domanderebbe Ulisse Trevisin, il ruspante pilone messo in scena da Marco Paolini. Il Benetton gioisce: approda in uno scenario europeo e dà un senso così al mecenatismo che la famiglia ha avviato nel rugby già nel 1978, prima di basket e volley. Ma il club trevigiano, già umiliato dall’esclusione della sua candidatura nel Consiglio federale dello scorso 18 luglio, ha pagato un conto salatissimo pur di ottenere a fine gennaio la riapertura delle trattative.

Giancarlo Dondi, presidente-padrone della Fir, ha dovuto obtorto collo insistere per l’ingresso in Celtic League, idea che non ha mai amato troppo come dichiarato anche pubblicamente (ad esempio lo scorso 10 settembre in occasione della presentazione del campionato all’Hotel Gallia di Milano). Ma Dondi non ha perso: la concentrazione degli azzurri in due sole franchigie ed il confronto continuo con le corazzate d’oltremanica non potranno che giovare alla Nazionale di Nick Mallett, sulla quale poggia il boom presso il grande pubblico ed il budget federale. Ad uscirne decisamente appannata, dopo 13 anni di potere sempre più assoluto nelle mani del presidente parmense, è l’immagine della Fir. I pasticci della vicenda Celtic League hanno messo in una lente di ingrandimento la pochezza della politica federale e l’incapacità di abbozzare una qualsiasi progettazione a lungo termine.

A tutt’oggi non si sa come si realizzerà la piramide che deve condurre i giocatori fino al livello internazionale di vertice, ne’ che ne sarà della prossima stagione, da chi e come verrà giocato un campionato italiano per il quale trovare investitori sarà sempre più difficile. Con gran parte delle società attanagliate dai debiti, anzi, vien da chiedersi se qualcuno non deciderà di mollare già dal Super Ten in corso. Dietro la copertina patinata della Nazionale e della Celtic League, c’è ora il rischio del caos.

Nella foto, Vittorio Munari e David Campese ai tempi del Petrarca. La Celtic League riporterà in Italia i grandi big stranieri?

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