Archive for the 'Storie di rugby' Category

“Invictus”, sbadigli e stereotipi. Nonostante Morgan Freeman delude il film sul Sud Africa del rugby

Thursday, February 18th, 2010

Vista la mia passione per il rugby e quella ancor più viscerale per il cinema di Clint Eastwood aspettavo da mesi, con autentica ansia, il film “Invictus”, in cui il regista di San Francisco affronta la storia dei Mondiali 1995 dal punto di vista del Sud Africa post-apartheid. Si è trattato, purtroppo, di una grossa delusione.

Ciò per cui la pellicola è da ricordare è l’eccezionale interpretazione di Morgan Freeman nei panni di Nelson Mandela, del quale riesce a rendere anche l’accento ed il personalissimo portamento. La storia ruota tutto intorno al personaggio del leader nero e alle sue scelte politiche, volte alla riconciliazione del paese anche attraverso la strada meno istintiva, quella del perdono. Ispirato da queste idee Mandela decide di sostenere gli Springboks, odiatissimi dalla popolazione nera (il rugby era lo sport delle classi più ricche, bianche e razziste), chiamati così a rappresentare la nuova “rainbow nation” nella World Cup del 1995.

I fatti sono ovviamente noti a tutti gli appassionati di rugby, tanto più a coloro che hanno letto il libro da cui è tratta la sceneggiatura, “Ama il tuo nemico” di John Carlin. Il guaio di “Invictus” è che d’accordo il positivo messaggio di Mandela sulla riconciliazione e sul perdono, ma al di là di questo il film è scontatissimo e soporifero. La straordinarietà del migliore cinema di Eastwood è rappresentata dal suo essere disturbante, dai dilemmi morali che impone: si pensi, su tutti, al dramma dell’eutanasia in “Million dollar baby”, ma anche a “Mystic river”, ai tormenti del generale giapponese di “Letters from Iwo Jima”, alle riflessioni sull’uso della violenza nell’ultimo “Gran Torino”.

Niente di tutto questo in “Invictus”. Sono tutti più o meno buoni, anche i più razzisti. Sanno tutti bene cosa fare. Ed è tutto ovvio fin da subito: che Matt Damon-François Pienaar farà sue le idee di Mandela e che gli Springboks conquisteranno i Mondiali, come nella peggiore tradizione del cinema sportivo trionfalista dove i buoni rischiano di perdere ma poi alla fine con un ultimo scatto di orgoglio vincono (vd. “Momenti di gloria”, “Fuga per la vittoria”). Non che ci sia del sentimentalismo o del buonismo (non troppo, almeno), è che il film è semplicemente noioso.

Le scene di rugby non sono affatto convincenti. Già fisicamente fra Matt Damon e Pienaar ne passa. Nei panni di Kobus Wiese è stato scelto un tipo (moro) con il fisico gonfiato da culturista. Chester Williams è dipinto come un sempliciotto. Tutto davvero molto stereotipato, sul modello “rugby sport di uomini duri”.

La cosa peggiore di tutte, comunque, è il ritornello della colonna sonora scritto dal figlio del regista, Kyle Eastwood, e che in modo molto ruffiano ricalca l’orecchiabile motivo di “O sole mio”.

Un paio di curiosità per gli appassionati di rugby. A guidare l’haka è sempre un maori, e non un neozelandese britannico. La regola dell’ingaggio in mischia secondo “touch-pause-engage” è stata inserita dopo i Mondiali 1995. Ed ancora a quel tempo non era ancora legittimo l’ascensore in touche, così come gli Springboks invece insegnano ai bambini neri.

Nelle due foto nel post Mandela-Pienaar al centro e Freeman-Damon in basso.

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RP podcast, in ricordo di Bill McLaren. La vita della più emozionante voce del rugby

Friday, January 29th, 2010

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Nonostante l’argomento del giorno riguardi la rinuncia italiana alla Celtic League, un tema quindi di politica e business sportivo, dedichiamo il podcast di oggi al ricordo di Bill McLaren, la splendida voce del rugby per la BBC, un esempio di professionalità e passione.

McLaren è morto lo scorso 19 gennaio, destando viva commozione in tutto il mondo del rugby anglosassone.

Clicca sul link all’inizio dell’articolo per ascoltare il podcast

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Rugby e fango. Tre foto e qualche pensiero in libertà alla vigilia di un anno decisivo

Wednesday, December 23rd, 2009

Tre foto di rugby, che mi è capitato di vedere recentemente, mi suggeriscono qualche pensiero in libertà alla vigilia delle feste del 2009.

La prima immagine è stata pubblicata di recente sul sito del San Francisco Chronicle e fa vedere alcuni militari della base di Kahn Neshin, in Afghanistan, impegnati a contendersi nel fango una pallone ovale. E’ probabile che si tratti di football americano e non di rugby, a giudicare dalla movenze dei giocatori senza palla e dalla provenienza dei soldati, marines statunitensi. Non cambia però lo sostanza, e cioè il valore di svago e di gioia che la pratica dello sport porta inevitabilmente con sè, anche in condizioni estreme come quelle di guerra.

La seconda foto è invece certamente di rugby, essendo stata scattata da Jeremy Duxbury nelle isole Fiji, alla Navuso High School.

L’immagine rientrava fra le finaliste del Premio “Photo of the Year” dell’International Board ed avrebbe secondo me meritato di vincerlo, essendo ben più significativa della foto, pur bellissima, che si è aggiudicata il riconoscimento dell’edizione 2009 (“The flying Samoan”, vedila qui). La foto di Duxbury si intitola “Rich kid” e con una certa amarezza sottolinea il vantaggio acquisito dal ragazzo con il pallone grazie alla possibilità di vestire delle scarpe, mentre gli altri giocatori corrono nel fango scalzi.

La terza foto che propongo risale al 1990 ed è tratta dalla rivista di allora “All Rugby”. Nell’immagine l’arbitro Pogutz fischia contro la mischia petrarchina nel derby fra Treviso e Padova; si riconoscono Giuseppe Artuso, Gianfranco “Gian” Barbini e, con il pallone, Guy Pardies. Una punizione di Oscar Collodo a 8′ dalla fine permetterà al Petrarca di Memo Geremia di vincere il match ed il settimo scudetto in undici stagioni. Nessuna nostalgia del passato, ma una riflessione. Allora il campionato si giocava spesso su campi fangosi, eppure di fronte a pubblici numerosi ed appassionati (perlomeno in Veneto). Oggi il campionato ha perso del tutto il suo appeal, mentre è la Nazionale ad attirare il grande pubblico.

Forse è sfuggito ai più che l’anno che sta cominciare sarà decisivo per il rugby italiano. Se dovesse arrivare la Celtic League bene, ma se l’ingresso di Treviso e Viadana fosse respinto o anche rinviato (eventualità possibile, forse probabile) ci ritroveremmo con due “entità” parcheggiate in un torneo sempre più indebolito e certo incapace di fare da serbatoio alla Nazionale. Inoltre, dopo la fronda estiva, i club triveneti sono stati accontentati con il dietro-front federale sulla questione Celtic, ma sono pronti alla rivolta se tutto dovesse saltare. Per gli 80mila di San Siro fanno festa gli organizzatori, ma il movimento è lacerato ed il rugby italiano oggi non può certo dirsi in salute. Un 2010, insomma, tutto da scoprire.

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Quando Mandela vestì la maglia degli Springboks e cambiò la storia del Sud Africa

Sunday, November 22nd, 2009

Mentre sabato si è giocato ad Udine il test match fra Italia e Sud Africa, con una degnissima figura da parte degli azzurri nonostante la sconfitta, mi piace oggi ricordare il Mondiale 1995 svoltosi nel paese degli Springboks e vinto proprio dalla squadra verde-oro al ritorno sulle scene internazionali dopo gli anni del boicottaggio per l’apartheid.

Di quella vittoria e dell’abilità politica che permise a Nelson Mandela di farne il simbolo di un intero paese che stava rinascendo parla l’ottimo libro di John Carlin “Ama il tuo nemico”, edito in Italia da (purtroppo con qualche svarione nella traduzione). Ne abbiamo discusso nel corso della trasmissione “Sport alla rovescia” su Radio Sherwood assieme ad Andrea Passerini, giornalista di rugby della Tribuna e di Repubblica, che si trovava all’Ellis Park di Johannesburg nella storica giornata della finale, il 24 giugno 1995.

Partita peraltro drammatica nel risultato, 15-12 ai supplementari grazie ad un drop dell’ex San Donà Joel Stransky e con l’ombra di un avvelenamento alimentare ai danni degli All Blacks. Il film di Clint Eastwood tratto dal libro è in uscita a dicembre.

Per ascoltare l’intervista a Passerini in formato mp3 clicca qui:

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Appunti francesi 2. Coqs contro i campioni del mondo, lo stile Springboks, il bonus del Top 14

Thursday, November 12th, 2009

In Francia sale l’attesa per il test-match di venerdì sera fra i “galletti” ed il Sud Africa campione del mondo, a Toulouse. Una delle partite di cartello del ciclo novembrino, con tutto rispetto per gli 80mila di San Siro Italia-All Blacks non rientra fra queste (e lo dimostra la formazione annunciata da Graham Henry). Gli stessi Springboks hanno qualche problema di formazione, soprattutto in prima linea, e rinunciando ai giocatori emigrati all’estero non schierano ne’ François Steyn (al Racing Parigi) ne’ Jean De Villiers (al Munster).

Si tratta comunque di una squadra in cui i titolari contano 588 caps complessivi e che ha un sistema di gioco collaudato e vincente, basato sulla superiorità fisica nei punti di incontro e su un sapiente gioco al piede. Ci pensa infine Morné Steyn a punire l’indisciplina a cui inevitabilmente gli avversari sono costretti: per l’apertura dei Bulls la media del 90% di realizzazioni negli ultimi nove match (36 su 40, più 3 drop).

La Francia tuttavia è la bestia nera degli Springboks, i quali hanno vinto solo 2 degli ultimi 8 incontri. E nel paese transalpino gli Springboks non vincono addirittura dal 22 novembre 1997, in occasione dell’ultima apparizione dei coqs al Parco dei Principi (10-52).

Sempre attenti allo stile, i francesi hanno criticato gli abiti ufficiali degli Springboks, con una giacca verdastra con i contorni gialli che è sinceramente agghiacciante. Simpatica risposta dell’aiuto-allenatore della Nazionale transalpina, Didier Retière, in conferenza stampa: “Se sei due metri per 130 chili puoi vestirti come vuoi. Se sei due metri per 130 chili e sei vestito da schifo, nessuno verrà mai a fartelo notare”.

Scopro che nel Top 14 il bonus offensivo non è uguale a quello in vigore nel Super Ten. E che si tratta di una regola sicuramente migliore. Oltralpe si guadagna il punto di bonus non con le quattro mete segnate, ma segnando tre mete in più degli avversari. In Italia potrebbe dunque succedere – a differenza della Francia – che una squadra guadagni il bonus offensivo pur perdendo, come nel caso di VeneziaMestre-L’Aquila 26-48 (punti in classifica 1-5). E che due squadre “mollino” una volta raggiunta la quarta meta, mentre la regola à la française impone di lottare fino alla fine per conservare o agguantare il +3 nel computo delle mete. In un caso limite nel Top 14 una squadra potrebbe vincere solo con i calci e la perdente guadagnare il bonus sia difensivo che offensivo, immaginiamo un match 21-15 in cui chi vince segna 7 calci e chi perde 3 mete…

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