Archive for the 'Storie di rugby' Category

Nasce nel Nordest la Nazionale albanese. Esordio delle “Aquile Rosse”, che sognano Rio 2016

Monday, June 21st, 2010

Nasce nel Nordest l’esperimento di una Nazionale albanese (foto in alto). Nordest roccaforte della Lega ma anche regione con un intenso tessuto produttivo e con un forte richiamo per i lavoratori migranti, Nordest che è anche territorio di rugby con radici fortissime. Sullo sfondo di questo scenario prende forma lo scorso inverno l’idea di mettere insieme i giocatori di origine albanese che sono impegnati nei vari campionati italiani di rugby, alcuni dei quali con una carriera sportiva già ben avviata: è il caso di Damin Buzaj, in forza al Gran Parma, e del mediano di mischia del VeneziaMestre Sevian Daupi (foto), o ancora del veterano Paco Ogert, già a Calvisano ed oggi capitano dell’Alghero.

Per l’approdo nella Nazionale azzurra di qualche atleta italo-albanese non è che questione di tempo, e si tratterà allora di una significativa svolta culturale per una squadra che utilizza con disinvoltura atleti stranieri naturalizzati grazie a discendenze figlie delle migrazioni italiane in Argentina, Sud Africa e altri angoli del mondo. Oggi l’under 20 del Benetton Treviso, ad esempio, schiera in prima linea apprezzatissimi atleti come Laert Naka, Dusan Berisa ed Ornel Gega, quest’ultimo già selezionato con la maglia dell’Italia agli ultimi Mondiali Juniores e riconosciuto come uno dei tallonatori più promettenti del panorama italiano giovanile.

Un gruppo di una trentina di ragazzi albanesi ha cominciato a ritrovarsi regolarmente in allenamento nei mesi scorsi con il sostegno di tre tecnici veneti, l’ex azzurro Valter Cristofoletto, Michele “Mice” Motta ed Ivan Mazzon. Si lavora adesso alla costituzione dei primi club oltre Adriatico, preludio alla fondazione di una Federazione Albanese che possa essere riconosciuta dall’International Board, l’organismo che governa il rugby mondiale. A tutt’oggi non si può quindi ancora parlare ufficialmente di nazionale, quanto di un “Albania XV” che sabato 12 giugno ha conosciuto anche il suo esordio sul campo a Pordenone, epicentro dell’esperienza grazie all’impegno di Piergiorgio Grizzo, giocatore ed animatore nelle scuole friulane.

“Qui la comunità albanese è numerosa e l’evento ha così un duplice significato, sportivo e sociale”, spiega Grizzo, fra i promotori dell’iniziativa e reduce da un viaggio a Tirana, “in Albania abbia ottenuto il pieno sostegno del Ministero dello Sport e del Comitato Olimpico, naturalmente c’è tutto da costruire ma ovunque, e soprattutto nelle nostre prime esperienze nelle scuole, abbiamo trovato un entusiasmo incontenibile”.

La sfida contro la selezione triveneta dei Dogi, persa 69-14, è stata un test severo per “Shqiponjat e Kuqe”, le Aquile Rosse (questo il soprannome scelto per la squadra – nella foto Paco Ogert, premiato come man of the match, assieme al chairman dei Dogi Elio De Anna). Ma al di là delle inevitabili difficoltà dell’esordio per giocatori e tecnici non sono mancati positivi riscontri. “Fino a pochi mesi fa mettere in piedi la squadra era solo un sogno, invece tutto è andato avanti molto velocemente”, dice Sevian Daupi.

Si torna adesso immediatamente al lavoro per la promozione della palla ovale in Albania e la nascita di club nelle principali città attraverso un attivo comitato denominato “Rugby Shqiptar”, mentre si pensa intanto all’organizzazione di un match non ufficiale contro l’ultima classificata del ranking internazionale (attualmente la Finlandia). Più a lungo termine l’obiettivo è il riconoscimento internazionale della Federazione che offrirebbe il diritto a partecipare alle qualificazioni ai Mondiali e alle Olimpiadi. Il sogno è ritrovarsi nel 2016 a Rio de Janeiro.

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , ,

Dopo 16 anni tornano in campo i Dogi. All’Aquila per beneficenza i “barbarians” veneti

Monday, May 31st, 2010

Era almeno dal 2002 che si riparlava della rinascita dei Dogi. Ora è finalmente arrivato il momento: domani, in coincidenza con la Festa della Repubblica (e quella Serenissima è stata storicamente la prima Repubblica in territorio italiano…), ritornano in campo i Barbarians del rugby veneto, a sedici anni dalla loro ultima apparizione. Negli anni Settanta ed Ottanta, in tempi di palla ovale dilettantistica, la selezione fu protagonista di clamorosi successi contro avversari di livello internazionale e scrisse, anche nelle occasioni delle sconfitte, belle pagine di sport giocando alla pari anche con rappresentative imbottite di All Blacks (si pensi agli “All Kiwis”, con i neozelandesi dei campionati europei).

L’appuntamento è dunque a L’Aquila, dove i Dogi affronteranno i locali – rinforzati da ex di lusso, come Carlo Festuccia ed Andrea Masi – e la Nazionale Vigili del Fuoco in un triangolare di beneficenza denominato “Una meta per Haiti”. Nel capoluogo abruzzese la selezione veneta condurrà anche un trofeo in ricordo di Franco Casellato, l’appassionato dirigente trevigiano recentemente scomparso, tra i rifondatori del club ad invito.

Anche se il nome “Dogi” era riemerso nel corso delle trattative per l’ammissione di Treviso alla Celtic League, in relazione ad un progetto che avrebbe dovuto coinvolgere l’intero movimento regionale, la selezione che si ripresenta oggi non ha legami con il Benetton ne’ con la Federazione. A guidarla sono un gruppo di ex dalla prestigiosa carriera azzurra alle spalle, dal presidente Elio De Anna ai consiglieri Stefano Bettarello e Manrico Marchetto (completano la dirigenza Gianni Franceschini, Corrado Della Siega, Renato Della Ragione, Gianluca De Simoi).

La squadra, allenata da Piero Monfeli, Gianni Franceschini e Fabio Coppo, raduna atleti di serie A, B e C e veste i tradizionali colori amaranto ed oro, con calzettoni della società di appartenenza nello stile Barbarians. Ammessi ai Dogi sono giocatori del Triveneto ma anche stranieri se da tre stagioni in squadre del territorio.

«Abbiamo contattato 26 società, registrando grande entusiasmo e collaborazione», spiega il portavoce del club, Corrado Della Siega, «l’obiettivo è di far rivivere una bella tradizione, allestendo una squadra che giochi un rugby con orgoglio, per il piacere dei giocatori e del pubblico. Crediamo che in Veneto, nonostante i molti impegni agonistici, ci sia spazio anche per una iniziativa come questa. In questo momento l’importante era ripartire, anche per fare un po’ di rodaggio e capire quali sono le reali prospettive. Dall’anno prossimo vogliamo programmare due o tre incontri di buon livello internazionale a stagione». Ci sono contatti con il Racing di Pierre Berbizier.

Ma l’attività a più breve termine è comunque intensa. Nella prossime settimane i Dogi saranno in campo con una squadra under 20 in campo contro il Cus Padova ed una formazione seven al torneo “La Colonna” di Mirano il prossimo 5 giugno, e quindi il 12 saggeranno le capacità della neonata Nazionale albanese a Pordenone.

Tags: , , , , , , , , , , , , , , ,

“Invictus”, sbadigli e stereotipi. Nonostante Morgan Freeman delude il film sul Sud Africa del rugby

Thursday, February 18th, 2010

Vista la mia passione per il rugby e quella ancor più viscerale per il cinema di Clint Eastwood aspettavo da mesi, con autentica ansia, il film “Invictus”, in cui il regista di San Francisco affronta la storia dei Mondiali 1995 dal punto di vista del Sud Africa post-apartheid. Si è trattato, purtroppo, di una grossa delusione.

Ciò per cui la pellicola è da ricordare è l’eccezionale interpretazione di Morgan Freeman nei panni di Nelson Mandela, del quale riesce a rendere anche l’accento ed il personalissimo portamento. La storia ruota tutto intorno al personaggio del leader nero e alle sue scelte politiche, volte alla riconciliazione del paese anche attraverso la strada meno istintiva, quella del perdono. Ispirato da queste idee Mandela decide di sostenere gli Springboks, odiatissimi dalla popolazione nera (il rugby era lo sport delle classi più ricche, bianche e razziste), chiamati così a rappresentare la nuova “rainbow nation” nella World Cup del 1995.

I fatti sono ovviamente noti a tutti gli appassionati di rugby, tanto più a coloro che hanno letto il libro da cui è tratta la sceneggiatura, “Ama il tuo nemico” di John Carlin. Il guaio di “Invictus” è che d’accordo il positivo messaggio di Mandela sulla riconciliazione e sul perdono, ma al di là di questo il film è scontatissimo e soporifero. La straordinarietà del migliore cinema di Eastwood è rappresentata dal suo essere disturbante, dai dilemmi morali che impone: si pensi, su tutti, al dramma dell’eutanasia in “Million dollar baby”, ma anche a “Mystic river”, ai tormenti del generale giapponese di “Letters from Iwo Jima”, alle riflessioni sull’uso della violenza nell’ultimo “Gran Torino”.

Niente di tutto questo in “Invictus”. Sono tutti più o meno buoni, anche i più razzisti. Sanno tutti bene cosa fare. Ed è tutto ovvio fin da subito: che Matt Damon-François Pienaar farà sue le idee di Mandela e che gli Springboks conquisteranno i Mondiali, come nella peggiore tradizione del cinema sportivo trionfalista dove i buoni rischiano di perdere ma poi alla fine con un ultimo scatto di orgoglio vincono (vd. “Momenti di gloria”, “Fuga per la vittoria”). Non che ci sia del sentimentalismo o del buonismo (non troppo, almeno), è che il film è semplicemente noioso.

Le scene di rugby non sono affatto convincenti. Già fisicamente fra Matt Damon e Pienaar ne passa. Nei panni di Kobus Wiese è stato scelto un tipo (moro) con il fisico gonfiato da culturista. Chester Williams è dipinto come un sempliciotto. Tutto davvero molto stereotipato, sul modello “rugby sport di uomini duri”.

La cosa peggiore di tutte, comunque, è il ritornello della colonna sonora scritto dal figlio del regista, Kyle Eastwood, e che in modo molto ruffiano ricalca l’orecchiabile motivo di “O sole mio”.

Un paio di curiosità per gli appassionati di rugby. A guidare l’haka è sempre un maori, e non un neozelandese britannico. La regola dell’ingaggio in mischia secondo “touch-pause-engage” è stata inserita dopo i Mondiali 1995. Ed ancora a quel tempo non era ancora legittimo l’ascensore in touche, così come gli Springboks invece insegnano ai bambini neri.

Nelle due foto nel post Mandela-Pienaar al centro e Freeman-Damon in basso.

Tags: , , , , , , , , , , , ,

RP podcast, in ricordo di Bill McLaren. La vita della più emozionante voce del rugby

Friday, January 29th, 2010

Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.

Nonostante l’argomento del giorno riguardi la rinuncia italiana alla Celtic League, un tema quindi di politica e business sportivo, dedichiamo il podcast di oggi al ricordo di Bill McLaren, la splendida voce del rugby per la BBC, un esempio di professionalità e passione.

McLaren è morto lo scorso 19 gennaio, destando viva commozione in tutto il mondo del rugby anglosassone.

Clicca sul link all’inizio dell’articolo per ascoltare il podcast

Tags: ,

Rugby e fango. Tre foto e qualche pensiero in libertà alla vigilia di un anno decisivo

Wednesday, December 23rd, 2009

Tre foto di rugby, che mi è capitato di vedere recentemente, mi suggeriscono qualche pensiero in libertà alla vigilia delle feste del 2009.

La prima immagine è stata pubblicata di recente sul sito del San Francisco Chronicle e fa vedere alcuni militari della base di Kahn Neshin, in Afghanistan, impegnati a contendersi nel fango una pallone ovale. E’ probabile che si tratti di football americano e non di rugby, a giudicare dalla movenze dei giocatori senza palla e dalla provenienza dei soldati, marines statunitensi. Non cambia però lo sostanza, e cioè il valore di svago e di gioia che la pratica dello sport porta inevitabilmente con sè, anche in condizioni estreme come quelle di guerra.

La seconda foto è invece certamente di rugby, essendo stata scattata da Jeremy Duxbury nelle isole Fiji, alla Navuso High School.

L’immagine rientrava fra le finaliste del Premio “Photo of the Year” dell’International Board ed avrebbe secondo me meritato di vincerlo, essendo ben più significativa della foto, pur bellissima, che si è aggiudicata il riconoscimento dell’edizione 2009 (“The flying Samoan”, vedila qui). La foto di Duxbury si intitola “Rich kid” e con una certa amarezza sottolinea il vantaggio acquisito dal ragazzo con il pallone grazie alla possibilità di vestire delle scarpe, mentre gli altri giocatori corrono nel fango scalzi.

La terza foto che propongo risale al 1990 ed è tratta dalla rivista di allora “All Rugby”. Nell’immagine l’arbitro Pogutz fischia contro la mischia petrarchina nel derby fra Treviso e Padova; si riconoscono Giuseppe Artuso, Gianfranco “Gian” Barbini e, con il pallone, Guy Pardies. Una punizione di Oscar Collodo a 8′ dalla fine permetterà al Petrarca di Memo Geremia di vincere il match ed il settimo scudetto in undici stagioni. Nessuna nostalgia del passato, ma una riflessione. Allora il campionato si giocava spesso su campi fangosi, eppure di fronte a pubblici numerosi ed appassionati (perlomeno in Veneto). Oggi il campionato ha perso del tutto il suo appeal, mentre è la Nazionale ad attirare il grande pubblico.

Forse è sfuggito ai più che l’anno che sta cominciare sarà decisivo per il rugby italiano. Se dovesse arrivare la Celtic League bene, ma se l’ingresso di Treviso e Viadana fosse respinto o anche rinviato (eventualità possibile, forse probabile) ci ritroveremmo con due “entità” parcheggiate in un torneo sempre più indebolito e certo incapace di fare da serbatoio alla Nazionale. Inoltre, dopo la fronda estiva, i club triveneti sono stati accontentati con il dietro-front federale sulla questione Celtic, ma sono pronti alla rivolta se tutto dovesse saltare. Per gli 80mila di San Siro fanno festa gli organizzatori, ma il movimento è lacerato ed il rugby italiano oggi non può certo dirsi in salute. Un 2010, insomma, tutto da scoprire.

Tags: , , , , , , , , , , ,