Archive for the 'Sapevatelo' Category

Dai Bergamasco a Parisse, da Bortolami a Galon: una Nazionale di figli d’arte

Thursday, July 12th, 2007

mirco bergamasco parisse rugbyE’ una Nazionale di figli d’arte. Dietro ai campioni azzurri c’è spesso un papà che è stato a sua volta rugbista. Negli anni Settanta c’era un Petrarca che vinceva tutto, richiamando all’Appiani fino a 20mila spettatori. Facevano parte di quella generazione Arturo Bergamasco, Gianfranco “Gian” Barbini e Pasquale Bortolami, genitori di Mauro e Mirco, di Matteo e di Marco, oggi protagonisti del rugby. Uno dei pilastri del Treviso fra il ‘75 e il ‘77 era il francese Paul Galon, padre di Ezio. Ha un passato nel rugby anche Troncon senior, Nereo.

Il padre di Sergio Parisse (Sergio Parisse senior) vinse uno scudetto con L’Aquila nel 1969, prima di trasferirsi in Argentina per lavoro, a La Plata. E anche Alejandro Canale, padre di Gonzalo (e anche di Alejandro Junior e Stefano) è stato un discreto giocatore, oltre che un ottimo tecnico attualmente. Arturo Bergamasco collezionò quattro caps azzurri fra il ‘73 ed il ‘78 ed anche “Gian” Barbini conobbe la soddisfazione di una convocazione in Nazionale, nel ‘78.

Altre coppie di padri e figli in Nazionale azzurro sono stati i Checchinato, Giancarlo e Carlo, i Bettarello, Romano e Stefano, e i Saetti, Riccardo e Roberto.

arturo bergamascoOggi i genitori sono ovviamente i primi tifosi dell’Italia, con sguardo da intenditori. “I nostri figli sono più forti di noi, più preparati atleticamente e anche più bravi nell’affrontare un gioco che ha ritmi molto diversi rispetto a quello dei nostri tempi”, spiega Arturo Bergamasco (nella foto), che è stato una grintosissima terza linea ed oggi è nello staff tecnico federale per le categorie giovanili, “sono orgoglioso dei successi di Mauro e di Mirco, vedo la loro carriera un po’ come il proseguimento di ciò che, più modestamente, ho fatto io, anche se la mia generazione non aveva l’opportunità di percorrere la strada del professionismo. Parliamo spesso di rugby, ma più che indicazioni tecniche ho cercato di insegnare loro l’aggressività, la voglia di emergere e il piacere di giocare”.

Il video è dedicato a Sergio Parisse in maglia Stade Français e al suo drop messo a segno in Heineken Cup contro gli Ospreys.

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Will Carling, il più antipatico

Friday, July 6th, 2007

will carling uglyWill Carling è stato a lungo ritenuto uno dei giocatori più antipatici del rugby inglese. Dicono di lui che sia un presuntuoso e un taccagno. Fra le cose gentili dette su di lui c’è quella di David Campese: “Carling corre come un vitello castrato”. Oppure quella di Dick Best: “Mi rotolerei nudo fra i vetri rotti piuttosto di rivolgere la parola a Carling” (Best era l’allenatore degli Harlequins prima di venire silurato, nel 1997, in seguito ad un sommossa dello spogliatoio guidata da Carling).

Quando nel 1995 si trattava di discutere della svolta al professionismo, Carling si fece ancor più amare definendo il consiglio della Rugby Football Association come “57 old farts”, “57 vecchie scoreggie”. Ovviamente la definizione gli costò la fascia di capitano.

E poi c’è la famosa barzelletta. Will Carling, assieme a Gareth Edwards e Phil Bennett, incontra Dio, seduto sul trono del Paradiso. Dio dice: “Prima di assicurarvi un posto al mio fianco, devo chiedervi in cosa credete”. Bennett dice: “Credo che il rugby sia il senso della vita. Nessun’altra cosa ha portato così tanta gioia a così tanta gente. Ho dedicato la mia vita a diffondere il verbo del rugby”. Dio allora dice: “Sei un uomo di grande fede, ti siederai alla mia destra”. Tocca allora a Gareth Edwards. “Io credo nel coraggio, nella lealtà, nello spirito di squadra, l’impegno e il sacrificio sono il senso della mia vita e ho dedicato la mia carriera a seguire questi ideali”. Dio allora dice: “Belle parole, ragazzo. Siederai alla mia sinistra”. Dio chiama infine Carling: “E lei, mister Carling, in che cosa crede?”. E Carling: “Credo che tu sia seduto sulla mia sedia”.

Molti se le sono risa quando è comparso su Youtube questo video in cui lo sfigato protagonista è Carling, beffato proprio al momento di schiacciare in meta. Il trequarti vestiva la maglia degli Harlequins al Middlesex Sevens, contro il Rosslyn Park. La voce che commenta è quella leggendaria, dall’inconfondibile accento scozzese, di Bill McLaren.

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Le orecchie a cavolfiore di Graham Rowntree

Thursday, June 28th, 2007

orecchie a cavolfiore rugbyL’espressione “cauliflower ears” - “orecchie a cavolfiore” - mi ha sempre fatto ridere. Oltretutto mi ricordava i quadri di Arcimboldo. Pensavo che fosse un modo di dire, una cosa del gergo rugbistico. Scopro invece che si dice così anche in medicina. E’ proprio una patologia: “orecchie a cavolfiore: alterazione fibrosclerotica del padiglione auricolare”. Se cercate su Google lo verificherete anche voi.

Fra le orecchie a cavolfiore più incredibili vi segnalo quelle di Graham Rowntree (foto sotto). Di lui ha detto Derek Potter: “Le orecchie di Rowntree sono un chiaro avvertimento dei pericoli estetici per chi si espone prolungatamente alle mischie del rugby. Ricordano quelle indefinite, gommose cose che si danno ai bambini da masticare” (in “Down Among the Head Men”, citato nel divertentissimo “The Big Book of Sport Insults”, vol. 2).

greening orecchie cavolfiore cauliflower earsOltre a quelle di Rowntree, metterei anche le orecchie a cavolfiore di Phil Greening, il tallonatore degli Wasps, dell’Inghilterra e dei Lions (qui a fianco) e di Rudolph Straeuli, ex coach degli Springboks, che pure giocava flanker e numero otto (l’ultima foto in basso) . “Sembrerà strano, ma con il tempo io mi sono pure affezionato alle mie orecchie a cavolfiore”, ha detto alla Bbc Greening.

rowntree orecchie a cavolfiorePassando all’Italia, ricorderei che Andrea Lo Cicero ha detto nella sua autobiografia che “le orecchie a cavolfiore sono un segno distintivo per un pilone. Significa che non ti sei tirato indietro, che hai dato tutto te stesso. Che hai continuato a giocare anche quando saresti dovuto uscire. Che hai continuato a spingere e a sfregare l’orecchio sul corpo dei tuoi compagni di squadra. Le orecchie tumefatte sono un marchio d’onore per chi gioca in mischia. Quando si rompe la cartilagine, l’orecchio si gonfia tremendamente e deve essere siringato. Fa un male cane. Una volta terminata l’operazione si fascia il tutto mettendo una moneta da cento lire sotto la benda, sul lobo dell’orecchio, per fargli mantenere la forma. Se però dopo una settimana sei di nuovo in campo il problema si ripresenta peggio di prima. Fino a quando non senti più dolore o forse non ci fai più caso”. Ovviamente, giocando pilone sinistro, Lo Cicero ha una sola orecchia a cavolfiore…

straeuli lo cicero orecchie cavolfiorePer la mera cronaca, orecchie a cavolfiore si trovano anche fra i pugili e i lottatori.

Philippe Sella, Pierre Berbizier e la Francia più forte di tutti i tempi

Tuesday, June 26th, 2007

L’amico Toni Liviero, sul Gazzettino di lunedì 25 giugno, ha ricordato la Francia più grande di sempre, quella di vent’anni fa guidata in panchina da Jacques Fouroux e in campo da Pierre Berbizier, eccezionale mediano di mischia.

Fouroux dopo lo slam da capitano nel ‘77, aveva ripetuto l’impresa nell’81 da allenatore, con Berbizier al comando della mischia, ha scritto Toni. Tra i due si era creata un’affinità sorprendente. Il tecnico fu il mentore di Telemaco “Berbize”: stesso rigore tattico, stessa passione per il combattimento collettivo. Ma capaci nelle iniziative individuali di una leggerezza che toccava la poesia. Pierre era sempre nel vivo dell’azione. E di una precisione assoluta nei passaggi. Con il pilone Dubroca guidava una mischia di ferro, nella quale troneggiava un leader naturale, Laurent Rodriguez. Il mediano di mischia, con Blanco, era anche uno degli animatori delle costruzioni offensive. L’estremo e il centro Sella, poi facevano soffiare il vento dell’imprevedibilità in un linea di trequarti molto muscolare per il rugby di quegli anni. E regalarono a noi italiani, quando ancora spiavamo il Torneo dal piccolo schermo, immagini ed emozioni indelebili.

Un’omaggio a quella Francia, e ai suoi formidabili trequarti, in questo video.

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Ti ricordi Erica Roe?

Sunday, June 17th, 2007

erica roeTwickenham, 1982. Inghilterra e Australia sono raggruppate ai due lati del campo, per la chiacchierata fra il primo e il secondo tempo. Il mediano di mischia inglese Steve Smith guarda il suo capitano Bill Beaumont (foto sotto, of course) e sorride. “Blimmie, c’è un uccellino che corre per il campo, e il suo petto è grande come il tuo culo”. Allora Beaumont si volta e vede “l’uccellino” a cui si riferiva Steve. Era Erica Roe, forse la più celebre streaker di sempre, che correva inseguita da un paio di uomini del servizio d’ordine.

Erica aveva 24 anni e un seno prorompente. Faceva la commessa in una libreria di Petersfield. “Non c’è niente di indecente nel mio seno, tutti lo amano”, dichiarò allora, “tutto ciò che mi ricordo è che ho slacciato il mio reggiseno. Il resto è storia”.

bill beaumontL’esibizione di Twickenham le diede una certa notorietà in piena guerra delle Falkland, tanto che poi interpretò se stessa in alcune produzioni televisive inglesi. E’ tuttora definita “the queen and most famous of all the streakers”. Oggi pare che Erica Roe viva in Portogallo, conducendo una fattoria biologica assieme al marito e ai figli. “Avevo bevuto un paio di birre ed ero una ragazza un po’ eccentrica. Tutto è durato appena 40 secondi, e sono diventata famosa per le mie tette”.

Fra il pubblico di Twickenham quel giorno c’era anche Matt Dawson, che allora aveva 11 anni. Forse nacque così il suo innamoramento per il rugby.