Archive for the ‘Sapevatelo’ Category

Laurent Rodriguez, il primo ariete. La grande Francia che nell’86 sconfisse gli All Blacks

Thursday, August 9th, 2007

rodriguez berbizierLaurent Rodriguez è il più accreditato candidato alla successione di Pierre Berbizier sulla panchina azzurra. I due, peraltro, hanno giocato a lungo insieme nella Nazionale francese: nella foto, una classica combinazione 8-9. Rodriguez è stato un giocatore importante nell’evoluzione del rugby, prima ancora che allenatore. Nel libro “Messieurs Rugby, les grands joueurs français” viene inserito da Jérome Prévot nel capitolo “Les forces de la nature”. Ecco perchè, secondo il giornalista.

“Rodriguez in percussione”. Se si dovesse conservare una sola immagine della sua carriera, sarebbe quella del test del novembre 1986 a Nantes, quando i Blues galvanizzati da Fouroux diedero una terribile lezione agli All Blacks. Rodriguez fu uno dei giocatori più rappresentativi dell’era del Petit Caporal divenuto allenatore. Numero 8 di 110 chili, fu uno dei pionieri in uno sport sempre più caratterizzato dall’impatto fisico. Fu uno dei primi a sfidare la difesa avversaria con la sola forza, frontalmente, senza complessi.

Fouroux aveva notato questo colosso di vent’anni durante una effimera Coupe des provinces, quando ancora indossava la maglia dello Stade Montois, un club che non figurava più ai vertici del campionato. Rodriguez festeggia quindi i suoi 21 anni in tournèe, in Australia, indossando già quel paio di baffi che lo facevano sembrare più vecchio. Giocava allora terza ala, ma la consacrazione arriverà con lo spostamento a numero 8, proprio il giorno di Francia-All Blacks a Nantes. Sulla scia di quel successo vince il Grande Slam e infine con la squadra della generazione Sella-Blanco giunge alla finale della prima Coppa del Mondo. Ma non sopravviverà all’era Fouroux e con sua grande delusione non verrà convocato per i secondi Mondiali.

laurent rodriguezCon il club non ha avuto le stesse soddisfazioni che in Nazionale. Non ha mai giocato la finale, ne’ con il Mont-de-Marsan, ne’ con il Montferrand, ne’ con il Dax. Terminerà la sua carriera nel 1996, utilizzato come pilone nel Dax. Con una generazioni di giovani di talento, fra i quali Magne e Pelous, gioca una semifinale a36 anni. Non sapeva allora che sarebbe riuscito ad alzare al cielo il Bouclier de Brennus sei anni dopo, però come allenatore del Biarritz.

Nato il 25 giugno 1960, Rodriguez ha debuttato in Nazionale francese il 5 luglio 1981 contro l’Australia. Ha giocato 56 partite con i Blues, segnando 7 mete. 192 cm per 110 chili, guardia forestale, è soprannominato “Lolo”.

Quel giorno a Grenoble…

Tuesday, July 31st, 2007
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Quel giorno a Grenoble c’era aria di festa. Un cielo pulito, l’aria frizzante, le montagne tutto intorno. Ero arrivato con il treno. Stop a Chambery nella notte, una dormita nella sala d’attesa della stazione. Poi Lione, poi Grenoble. Tanti tifosi anche italiani. Però che gli azzurri avrebbero fatto quello che hanno fatto non se lo poteva aspettare nessuno. 40 punti alla Francia. 40 punti alla squadra che ha appena vinto il Cinque Nazioni.

Mi ricordo un Gardner immenso (nella foto, in sostegno di Ivan), cavalcare da una parte all’altra del campo. Mi ricordo i tifosi francesi increduli di fronte alla prova dei nostri, ma convinti che tanto alla fine, come sempre, tutto si sarebbe rimesso a posto. E invece alla fine il risultato è 40-32.

Ivan Francescato e Julian Gardner“Eravamo carichi, mai stati così carichi come quel giorno”, ricorda Valter Cristofoletto, “la sera prima ci eravamo riuniti ed ognuno aveva detto quello che sentiva dentro, e sono venute fuori cose incredibili, tutto trasformato in motivazioni dentro in campo”. Troncon: “Mi cucivano e cantavo. Dalla gioia ormai non capivo più niente. Ci ho messo cinque ore poi per smaltire tutta l’adrenalina, chiuso in albergo”. Ma quella notte è una festa indimenticabile. I tifosi del camper di Villorba ci mettono il vino e una storica grigliata, in mezzo alla strada.

“Negli spogliatoi ci siamo detti: possiamo farcela, possiamo sorprenderli. Però dobbiamo segnare subito”, dice Giovanelli. E dopo 5′ Ivan Francescato segna quella meta. Segna ma non esulta, perchè sente che nello scatto il muscolo si è strappato. Stringe i denti, resta in campo, ma poi è costretto a chiedere il cambio. Ivan esce piangendo.

Uno scrittore prestato al rugby. “Dentro la pancia del teatro Flaminio” con Alessandro Baricco

Monday, July 16th, 2007

baricco rugbyFra gli scrittori che si sono occupati di rugby c’è anche Alessandro Baricco. L’autore torinese scrisse nel 2000 alcuni reportage pubblicati da Repubblica. Riporto qui il pezzo scritto da Baricco su Italia-Inghilterra del primo Sei Nazioni, 18 marzo 2000. Il testo è tratto da Oceano Mare, il sito ufficiale dello scrittore. Ps.: a me, a dire la verità, Baricco non piace proprio, ed anzi la sua faccia mi sta anche un po’ sulle balle. Ma trovo che questo sia un bel pezzo.

Dentro la pancia del teatro Flaminio, Italia-Inghilterra di rugby, dieci minuti al fischio d’inizio. Il tunnel che dagli spogliatoi porta al campo è breve. una decina di metri e poi due scale di ferro che ti portano in superficie, dove tutto è erba, pali strani e tifosi ululanti al gusto di birra. Senti qualche porta sbattere e poi li vedi arrivare. Ventidue in maglia bianca, ventidue in maglia azzurra. Non ce n’è uno che ride, che parla, niente. Sguardi fissi davanti e facce che sembrano ordigni con la miccia corta. Accesa. Lentiggini e occhi chiari montati su fisici impressionanti, frigoriferi di forma umana, orecchie smangiate, mani ridisegnate da ortopedici pazzi.

troncon rugby italia sei nazioniSu una maglia azzurra scivola via, clandestino, un segno di croce. Quintalate di forza e velocità salgono di corsa le scale e i tacchetti sul ferro regalano un bellissimo rumore di grandinata improvvisa, subito ingoiato dall’ululato dello stadio che li vede sbucare. Baila, baila, oggi suonano il rugby. Musica geometrica e violenta. Gli italiani la suonano a orecchio, gli inglesi ci ballano su da generazioni. E’ una musica che ha una sua logica quasi primitiva: guadagnare terreno, guerra pura. Far indietreggiare il nemico fino a schiacciarlo contro il muro che ha alle spalle.

Quando gli rubi anche l’ultimo metro, di terra è meta. Un goal o un canestro da tre, al confronto, sono acqua tiepida, un giochetto di bravura per abbonati alla manicure. Una meta è campo cancellato, è scomparsa totale dell’avversario, è alluvione che azzera. Ci puoi arrivare per due strade: o la forza o la velocità. Gli italiani scelgono la prima, cercando il muro contro muro, dove il cuore moltiplica i chili per due e il coraggio trova strade impensabili tra tibie, tacchetti, colli e culi. Gli inglesi per un po’ ci stanno, si trovano sotto sette a sei. Allora fanno mente locale, si ricordano di quanto è largo il campo e iniziano a ballare. Si aprono a ventaglio, piazzano un paio di frustate sulle ali, fanno girare il pallone come una saponetta tra mani di ghiaccio. Lo score del primo tempo dice ventitre a sette per loro. Dice che la musica è la stessa per tutti, solo che noi suoniamo, loro ballano.

alessandro troncon italia rugbyNell’intervallo gli azzurri non scendono negli spogliatoi. rimangono in mezzo al campo, a guardarsi negli occhi. Calcisticamente parlando, sono sotto di due goal. Rugbysticamente parlando, non gliene frega niente. “Dai Italia, che ce la facciamo”, grida uno con un accento veneto da far paura. Capisci che loro, negli occhi, hanno solo la meta con cui hanno azzerato gli inglesi al settimo minuto, tutto il resto è inutile decorazione. Cos’è il rugby te lo trovi riassunto quando Alessandro Troncon, lì, in mezzo al campo, appoggia un ginocchio per terra, e gli altri si stringono intorno a lui, e d’improvviso c’è solo più silenzio. Troncon ha il numero nove sulla schiena, ma non ha niente a che vedere col centravanti fighetta che aspetta in area e poi raccoglie gloria con stilettate da biliardista. Troncon è il capitano, che nel rugby non è una fascia bianca al braccio del più pagato: lì capitano è il cuore e i marroni della squadra, uno che quando pensi mi arrendo lo guardi e ti senti un verme.

Troncon è quello che appoggia un ginocchio sull’erba, e poi si mette a urlare uno strano rap battendosi la mano sul petto, e il rap dice “qui dentro ci deve essere solo la voglia di andare DI LA’, placcare DI LA’, solo questo, correre DI LA’, spingerli DI LA’, schiacciarli DI LA’, vaccalamiseria”. Di là è il campo inglese, of course. Ci passeranno 25 minuti su 40, nel secondo tempo, gli italiani, di là. Ma alle volte non basta. Gli inglesi prendono martellate e restituiscono veroniche, e il campo sembra in salita, noi scaliamo, loro scivolano. Su tutta questa geometrica esplosione di elegante battaglia, domina l’assurdità di quel pallone ovale, geniale trovata che sdrammatizza con i suoi rimbalzi picassiani tutta la faccenda, scherzando un po’ tutti, e riportando il generale clima vagamente militare ai toni di un gioco e nient’altro. Gli ultimi secondi ce li giochiamo a un soffio dalla linea di meta inglese, buttando dentro tutti i muscoli rimasti e folate di appannata fantasia.

Non ci sono altri sport così. Voglio dire, sport in cui a trenta secondi dalla fine trovi gente disposta a buttarsi di testa in na rissa per perdere 17 a 59 invece che 12 a 59. Forse il pugilato. Ma un pazzo lo si trova sempre: quindici è più difficile. I nostri quindici escono dal campo con gli inglesi che li applaudono, e sono soddisfazioni. A seguire, il terzo tempo: di solito una bella sbornia al pub, tutti insieme, vincitori e sconfitti. Ma qui è il Sei Nazioni, una cosa solenne. Quindi cena in smoking. Ammesso che esistano smoking di quelle taglie.

Dai Bergamasco a Parisse, da Bortolami a Galon: una Nazionale di figli d’arte

Thursday, July 12th, 2007

mirco bergamasco parisse rugbyE’ una Nazionale di figli d’arte. Dietro ai campioni azzurri c’è spesso un papà che è stato a sua volta rugbista. Negli anni Settanta c’era un Petrarca che vinceva tutto, richiamando all’Appiani fino a 20mila spettatori. Facevano parte di quella generazione Arturo Bergamasco, Gianfranco “Gian” Barbini e Pasquale Bortolami, genitori di Mauro e Mirco, di Matteo e di Marco, oggi protagonisti del rugby. Uno dei pilastri del Treviso fra il ‘75 e il ‘77 era il francese Paul Galon, padre di Ezio. Ha un passato nel rugby anche Troncon senior, Nereo.

Il padre di Sergio Parisse (Sergio Parisse senior) vinse uno scudetto con L’Aquila nel 1969, prima di trasferirsi in Argentina per lavoro, a La Plata. E anche Alejandro Canale, padre di Gonzalo (e anche di Alejandro Junior e Stefano) è stato un discreto giocatore, oltre che un ottimo tecnico attualmente. Arturo Bergamasco collezionò quattro caps azzurri fra il ‘73 ed il ‘78 ed anche “Gian” Barbini conobbe la soddisfazione di una convocazione in Nazionale, nel ‘78.

Altre coppie di padri e figli in Nazionale azzurro sono stati i Checchinato, Giancarlo e Carlo, i Bettarello, Romano e Stefano, e i Saetti, Riccardo e Roberto.

arturo bergamascoOggi i genitori sono ovviamente i primi tifosi dell’Italia, con sguardo da intenditori. “I nostri figli sono più forti di noi, più preparati atleticamente e anche più bravi nell’affrontare un gioco che ha ritmi molto diversi rispetto a quello dei nostri tempi”, spiega Arturo Bergamasco (nella foto), che è stato una grintosissima terza linea ed oggi è nello staff tecnico federale per le categorie giovanili, “sono orgoglioso dei successi di Mauro e di Mirco, vedo la loro carriera un po’ come il proseguimento di ciò che, più modestamente, ho fatto io, anche se la mia generazione non aveva l’opportunità di percorrere la strada del professionismo. Parliamo spesso di rugby, ma più che indicazioni tecniche ho cercato di insegnare loro l’aggressività, la voglia di emergere e il piacere di giocare”.

Il video è dedicato a Sergio Parisse in maglia Stade Français e al suo drop messo a segno in Heineken Cup contro gli Ospreys.

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Will Carling, il più antipatico

Friday, July 6th, 2007

will carling uglyWill Carling è stato a lungo ritenuto uno dei giocatori più antipatici del rugby inglese. Dicono di lui che sia un presuntuoso e un taccagno. Fra le cose gentili dette su di lui c’è quella di David Campese: “Carling corre come un vitello castrato”. Oppure quella di Dick Best: “Mi rotolerei nudo fra i vetri rotti piuttosto di rivolgere la parola a Carling” (Best era l’allenatore degli Harlequins prima di venire silurato, nel 1997, in seguito ad un sommossa dello spogliatoio guidata da Carling).

Quando nel 1995 si trattava di discutere della svolta al professionismo, Carling si fece ancor più amare definendo il consiglio della Rugby Football Association come “57 old farts”, “57 vecchie scoreggie”. Ovviamente la definizione gli costò la fascia di capitano.

E poi c’è la famosa barzelletta. Will Carling, assieme a Gareth Edwards e Phil Bennett, incontra Dio, seduto sul trono del Paradiso. Dio dice: “Prima di assicurarvi un posto al mio fianco, devo chiedervi in cosa credete”. Bennett dice: “Credo che il rugby sia il senso della vita. Nessun’altra cosa ha portato così tanta gioia a così tanta gente. Ho dedicato la mia vita a diffondere il verbo del rugby”. Dio allora dice: “Sei un uomo di grande fede, ti siederai alla mia destra”. Tocca allora a Gareth Edwards. “Io credo nel coraggio, nella lealtà, nello spirito di squadra, l’impegno e il sacrificio sono il senso della mia vita e ho dedicato la mia carriera a seguire questi ideali”. Dio allora dice: “Belle parole, ragazzo. Siederai alla mia sinistra”. Dio chiama infine Carling: “E lei, mister Carling, in che cosa crede?”. E Carling: “Credo che tu sia seduto sulla mia sedia”.

Molti se le sono risa quando è comparso su Youtube questo video in cui lo sfigato protagonista è Carling, beffato proprio al momento di schiacciare in meta. Il trequarti vestiva la maglia degli Harlequins al Middlesex Sevens, contro il Rosslyn Park. La voce che commenta è quella leggendaria, dall’inconfondibile accento scozzese, di Bill McLaren.

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