Raffinate competenze tecniche, legami con la gente che conta nel rugby internazionale, un carattere pepato e la battuta sempre pronta, per divertire o provocare. Vittorio Munari (nella foto a destra) è una delle figure forti della palla ovale italiana, nella quale ha molti amici ed inevitabilmente altrettanti nemici, primo fra tutti il presidente federale Giancarlo Dondi.
Per il grande pubblico Munari è invece, per eccellenza, la voce del rugby: attraverso la telecronache condotte assieme al fido Antonio Raimondi ha creato un linguaggio ed iniziato molti profani alle complesse regole e ai suggestivi riti di questo sport. Dopo una vita nel Petrarca (tre scudetti da allenatore), è da quattro stagioni il manager del Benetton con cui ha vinto i titoli 2004, 2006 e 2007. Oggi dal quartiere generale parigino di Sky commenta la World Cup francese. “Un attimo, pago il paté de fois gras e poi possiamo parlare”, risponde al telefono, colto mentre si concede il più classico dei peccati di gola transalpini.
Allora, Munari, è un bel Mondiale? “La sconfitta nella partita inaugurale ha un po’ frenato il volano in Francia, dove l’aspettativa della vigilia era altissima. E manca l’incertezza: dopo le prime partite era già chiaro lo strapotere delle squadre dell’emisfero sud. Tutto prevedibile, poiché attualmente è il Super 14, e non i campionati europei, il vero laboratorio del rugby di alto livello. In ogni caso il gioco non era mai stato così intenso dal punto di vista fisico nè così veloce e spettacolare, questi sono i frutti del professionismo”.
Non trovi che sulla scia della commercializzazione si sia persa molta della magia delle precedenti World Cup? “Ormai ogni aspetto dell’attività delle squadre è dominato dal marketing e dalla programmazione. Non c’è più ciò che era più caratteristico del rugby nei precedenti Mondiali, cioè l’interscambio di esperienze fra il pubblico e i protagonisti, la disponibilità dei giocatori nell’incontrare i loro sostenitori. E’ tutto blindato, se anche i francesi hanno chiamato Marcoussis “Marcatraz”… L’approccio del giocatore di oggi è lontanto anni luce dall’approccio di chi partecipava ai Mondiali dell’87. Inoltre neppure fuori dagli stadi ho visto grandi feste fra i tifosi. E’ di certo un rugby più asettico, ma tutto questo è nella logica delle cose e dell’evoluzione della disciplina. Resta comunque uno sport che sa trasmettere valori positivi”.
Quali sono le stelle di questi Mondiali? “Brian Habana su tutti, prima ancora degli All Blacks che erano già delle stelle anche prima dei Mondiali: Habana dà proprio l’idea di quanto possano essere pericolosi i sudafricani. Poi Michalak, un grandissimo talento che potrebbe finalmente diventare decisivo. Quanto a Chabal, si tratta soprattutto di un fenomeno mediatico abilmente orchestrato e lui recita perfettamente la sua parte. Nel rugby di oggi i giocatori conoscono bene i meccanismi dell’immagine e li usano: una volta c’era la cosiddetta “meta di mischia” che era ritenuta un’azione collettiva, oggi in quella situazione il giocatore che tocca si rialza palla in mano ed esulta, perchè sa bene che ci sono i fotografi e le telecamere”.
Perché, secondo te, l’Italia ha stentato così nelle prime tre gare? “Da mesi gli azzurri sono evidentemente focalizzati sulla partita con la Scozia, l’unica veramente decisiva. Tutto sommato è stata rispettata la tabella di marcia, non aver giocato bene può lasciare insoddisfatti i tifosi ma in fin dei conti mette l’Italia nella condizione migliore per sfidare la Scozia: da sfavorita, con i piedi ben saldi per terra. In ogni caso, oltre a progettare il sorpasso sulla Scozia, qualcuno in Fir dovrebbe anche guardare nello specchietto retrovisore e pensare ad una seria programmazione per il futuro. Siamo sicuri che fra quattro anni Georgia e Romania, con la loro fame agonistica, non saranno più forti di noi?”
Una domanda cattiva: che ne pensi di Vosawai, il fijiano del Parma naturalizzato in extremis ed finora inguardabile in maglia azzurra? “Direi che si tratta di una scelta sbagliata, può capitare a tutti. Ma visto che proprio quest’anno è stata varata la regola secondo la quale la convocazione in Nazionale garantisce lo status di italiano, allora mi viene da pensare male”.
Con quale filosofia interpreti il ruolo di commentatore televisivo?
“Con la stessa che mi ha animato quando ho fatto prima l’allenatore e quindi il dirigente, sia a livello amatoriale che professionistico: divertirmi, coinvolgere le persone che mi stanno intorno, promuovere la bellezza di questo sport. L’ispirazione arriva dalla storia, che è sempre stata una mia passione, e dai molti viaggi che ho avuto la fortuna di fare. La storia, purtroppo, è la storia delle guerre e delle battaglie e il rugby è in certo senso la parodia della battaglia, quindi mi viene naturale pescare lì gli esempi, i personaggi. Il pubblico ci sta dando grandi soddisfazione, io e Antonio riceviamo continuamente manifestazioni di affetto da parte dei telespettatori. Credo che il nostro lavoro in qualche modo sia stato utile alla promozione del rugby”.
Chi vincerà? “Do le stesse chance a Sud Africa e All Blacks. La Nuova Zelanda ovviamente era la favorita della vigilia, ma con l’arrivo di Eddie Jones mi sembra che gli Springboks abbiano abbinato alla loro fisicità l’intelligenza tattica. Oggi direi che sono alla pari. Subito dietro l’Australia, mentre credo che la sconfitta con l’Argentina abbia ormai ridimensionato il ruolo della Francia”.
Da dove nasce la superiorità dell’emisfero sud? “Storicamente dai soldi di Murdock, che ha permesso alle nazioni dell’emisfero sud di concentrarsi sul modello del Super 14. In Europa i club del campionati inglese e francese restano legati al risultato, e quindi la formazione del giocatore e lo studio del gioco finiscono in secondo piano. Da un punto di vista tecnico la differenza oggi viene fatta dall’attitudine delle squadre del Tri Nations nel combattimento al suolo, che gestiscono con grande aggressività negli impatti, soprattutto dei primi tre uomini, e quindi nelle fasi di gioco successive nella loro maggiore reattività, velocità, intraprendenza, capacità di accellerazione”.
Che ne pensi dell’idea dell’International Board di ridurre il Mondiale a 16 squadre? “Di sicuro verrebbe garantito maggiore equilibrio, ma credo che in fin dei conti si tratterrebbe di un errore. Significherebbe infatti privarsi del Portogallo e del suo esempio. L’approccio con cui i portoghesi, dei dilettanti che fra qualche giorno torneranno ad occuparsi del lavoro, dello studio e delle loro famiglie, sono scesi in campo contro gli All Blacks o contro l’Italia è un modello per tutti. Squadre come il Portogallo rappresentano l’iceberg sommerso di cui invece le formazioni maggiori sono solo la punta emersa, è giusto che abbiano almeno una volta ogni quattro anni una loro visibilità perchè è quel rugby, dilettantistico, fatto con grande passione, che è il motore pulsante di tutto il movimento. Quei ragazzi meritano rispetto. Credo che il desiderio di passare ad una World Cup a 16 squadre sia comunque dettato anche del timore degli infortuni da parte delle grandi squadre”.
Da Il Corriere del Veneto del 23 settembre 2007.