Archive for the ‘Il diario dei Mondiali’ Category

Mondiali ricchi di sorprese ma bruttini. Il XV dell’Equipe. Kirwan vuole il drop da un punto. Vola Ngwenya

Thursday, October 25th, 2007

il-diario-dei-mondiali.jpg Cala il sipario su una World Cup mai così ricca di sorprese, ma in fondo piuttosto brutta quanto al gioco espresso. Semifinali e finale (quella per il terzo posto non la considererei una partita vera, anche se Francia e Argentina se le sono date di santa ragione) non sono state certo partite memorabili, onestamente in un certo senso ho trovato più divertente la prima fase. L’evoluzione del rugby verso una fisicità esasperata non ha certo giovato alla spettacolarità e mai si era visto un Mondiale così povero di creatività e di genialità, e con così poche mete nei match decisivi.

I francesi gongolano per il boom del rugby: gli stadi francesi sono stati riempiti al 94% (non così le partite di Edimburgo e Cardiff) e la semifinale contro l’Inghilterra ha avuto un ascolto televisivo record di oltre 18 milioni di spettatori. Ma l’altro lato della medaglia è la commercializzazione sfrenata che ha ormai coinvolto anche il nostro sport. Di fronte ad eventi come la partita di calcio post Nuova Zelanda-Portogallo e di fronte all’appeal delle acconciature di personaggi come Chabal e Michalak, è sempre doveroso chiedersi, esercitando tutto il proprio senso critico, quanto ci sia di spontaneo e quanto sia invece stato pianificato a tavolino degli abili pubblicitari delle varie Nike, Adidas, eccetera.

ledesmaAltre spigolature in chiusura dei Mondiali. L’Equipe ha selezionato il suo XV ideale, che è così composto: estremo Percy Montgomery (Saf, Perpignan), ali Paul Sackey (Ing, Wasps) e Bryan Habana (Saf, Blue Bulls), centri Stirling Mortlock (Aus, Brumbies) e Luke McAlister (Nz, Blues), apertura Juan Martin Hernandez (Arg, Stade Français), mediano di mischia Fourie Du Preez (Saf, Blue Bulls), terza centro Finau Maka (Ton, Toulouse), flanker Juan Smith (Saf, Cheetahs) e Schalk Burger (Saf, Stormers), seconde linee Victor Matfield (Saf, Toulon) e Simon Shaw (Ing, Wasps), piloni Martin Scelzo (Arg, Clermont-Auvergne) e Andrew Sheridan (Ing, Sale), tallonatore Mario Ledesma (Arg, Clermont-Auvergne - nella foto).

Come al solito, dopo ogni Mondiale, si apre il dibattito su eventuali nuove regole da adottare. Si riparla oggi di ridurre il peso dei drop: John Kirwan lancia la proposta di assegnare un solo punto al calcio di rimbalzo, come nel League. Ha detto l’ex tecnico azzurro: “Il drop comincia ad avere troppa importanza a spese del gioco, come è stato dimostrato nella semifinale fra Inghilterra e Francia, in cui entrambe hanno cercato ripetutamente di segnare in questo modo. Ma la gente vuole vedere il gioco aperto, vuole lo spettacolo. Se il drop valesse un solo punto, verrebbe utilizzato come arma vincente in caso di parità, come nel rugby a XIII, senza levare nulla allo spirito offensivo delle squadre in campo”.

Se devo scegliere un momento da ricordare di questa World Cup, direi la splendida accelerazione con cui un carneade assoluto come lo statunitense Takudzwa Ngwenya si fuma Brian Habana (e hanno avuto il coraggio di votarlo rugbista dell’anno! …uno che non sa fare altro che correre veloce). Ngwenya, che si sta laureando in radiologia a Dallas, è nativo dello Zimbabwe ed un grande tifoso degli Springboks.

Oggi è il Blog Action Day. La Coppa del Mondo eco-sostenibile dei francesi

Monday, October 15th, 2007

Oggi è il Blog Action Day. Più di 15.000 bloggers di tutto il mondo si sono messi d’accordo per condividere un’azione collettiva e far sentire la loro voce “dal basso”. Non si tratta altro che di pubblicare un post, ma tutti sullo stesso tema: quest’anno è stato scelto l’ambiente. Il legame con il rugby non è proprio così immediato, ma vorrei in ogni caso parlare dell’attenzione alla eco-sostenibilità dedicata dall’organizzazione francese della Coppa del Mondo.

L’ADEME, l’ente francese per la protezione dell’ambiente e per il risparmio energetico, ha calcolato che, come tutti i grandi eventi, i Mondiali produrrano un notevole impatto ambientale. Secondo il metodo “Bilan Carbon” organizzazione e spettatori del torneo provocheranno virtualmente l’emissione di 570 mila tonnellate di CO2, corrispondente alle emissioni di un intero anno delle Isole Samoa. La totalità dei match giocati causeranno il consumo di 4,7 gwh di elettricità per l’illuminazione, corrispondenti al consumo di 73.000 lampadine da 60 watt accese ininterrottamente per 45 giorni.

n'tamack L’ADEME e il Comitato Organizzatore dei Mondiali hanno quindi varato un piano per limitare l’impatto sull’ambiente della competizione. “I Mondiali 2007 saranno il primo grande evento sportivo eco-sostenibile”, ha annunciato - forse un po’ troppo spavaldo - il ministro per l’ambiente Jean-Louis Borloo. In ogni caso qualche sforzo è stato fatto. Gli stadi di Montpellier e di Saint-Etienne sono stati dotati di pannelli fotovoltaici, così come il Centro federale di Marcoussis, mentre è stato avviato lo studio per una soluzione simile allo Stade de France. Quanto ai trasporti, l’organizzazione ha privilegiato il treno con un risparmio di 1000 tonnellate nell’emissione di CO2. L’insieme delle iniziative si può leggere qui, mentre l’organizzazione ha anche lanciato la campagna “Passeport de l’éco-supporter”: dieci gesti quotidiani utili all’ambiente, con grandi della palla ovale come testimonial (nell’immagine Emile N’Tamack si rende utile per la sostituzione di una normale lampadina con una a basso consumo).

tram-a-montpellier.jpgPenso che molti tifosi presenti in Francia abbiano apprezzato l’efficienza dei trasporti pubblici francesi, sia all’interno delle città (con i tram che sono anche a volte anche belli da vedersi, come questo nella foto a Montpellier) sia fra città e città. Gli stessi azzurri hanno gradito spostarsi a bordo di confortevoli treni piuttosto che in aereo. Se si potesse lasciare più spesso la macchina in garage anche qui da noi - ma nel Veneto senza le quattro ruote è impossibile muoversi - inquineremmo di meno e forse saremmo anche un po’ più rilassati.

Il riscatto dell’emisfero nord, ma onore alle Fiji. Wayne Smith, Treviso e i maestri francesi

Tuesday, October 9th, 2007

il-diario-dei-mondiali.jpgI quarti di finale dei Mondiali si sono giocati nello scorso week-end e hanno stravolto tutte le impressioni della prima fase. Niente da fare, ci eravamo tutti sbagliati. Non è vero che l’Inghilterra è morta e sepolta, non è vero che gli All Blacks sono imbattibili, non è vero che l’emisfero sud è avanti di varie spanne rispetto alle squadre europee, non è vero neanche che il Super 14 sia superiore a Premiership e Top 14 visto che John “Knuckles” Connolly, l’allenatore australiano, avverte che i “nordisti” sono più abituati alla pressione delle partite secche. Io credo che nel rugby globalizzato di oggi non esistano più scuole di pensiero, c’è molto interscambio di saperi e quindi un rugby “stile emisfero sud” o “stile emisfero nord” forse non esiste davvero. In secondo luogo, i Mondiali - come i Mondiali di calcio - sono un torneo e non un campionato a girone unico: quindi non è detto che vinca il più forte, ma solo il più in forma, chi azzecca le mosse giuste, chi è più adeguato psicologicamente.

Detto questo, secondo me le cose più belle dei quarti sono state le mete delle Isole Fiji al Sudafrica. Onore ancora una volta al rugby isolano, alla loro innata predisposizione al gioco, alla loro fisicità, al loro carattere.

Prima di Nuova Zelanda-Francia Wayne Smith (oggi assistent degli All Blacks, in passato sulla panchina del Benetton e del Casale - nella foto sotto) aveva reso omaggio al rugby transalpino, al quale - ha riferito - si è ispirato fin dagli inizi della sua carriera di allenatore. Smith ha indicato in Pierre Villepreux e Andrè Buonomo i suoi primi maestri: un incontro avvenuto a Treviso. “Il numero 1 degli allenatori dell’emisfero nord è Villepreux”, ha detto Wayne Smith, “ha avuto una grande influenza sulla mia carriera di allenatore. Ci siamo frequentati in Italia, mi ha aiutato quando ero allenatore-giocatore al Benetton. Soprattutto nella metodologia. In Nuova Zelanda avevamo dei metodi molto analitici, Pierre invece mi ha permesso di avere una visione più globale, in particolare grazie alle sue idee sul gioco in movimento”.

wayne smithL’altro maestro francese è Andrè Buonomo, tre stagioni a Treviso dall’86 all’89, dopo il quadrienno di “Ciodo” De Cristoforo. “Mi ha insegnato molto sull’aspetto della costruzione della squadra, dei rapporti fra giocatori e staff, ma anche sull’aspetto del coaching: come analizzare le partite, riflettere su come adattare gli allenamenti in funzione a ciò che si è osservato. Rimasi colpito della concezione del gioco differente che Andrè e Pierre avevano. Dimostravano grande buon senso, hanno senza dubbio cambiato il mio approccio al rugby. Prima ero molto analitico e rigido, conducevo gli allenamenti pensando: bisogna fare questo, non bisogna fare quest’altro. Dopo ho imparato a conciliare le mie idee con una comprensione più globale dei movimenti di gioco”.

Intervista a Lucas Borges, neo-Benetton. “Gruppo forte, concretezza ed Hernandez le armi dei Pumas”

Thursday, October 4th, 2007

il-diario-dei-mondiali.jpgI Pumas stanno incantando la Francia e il mondo del rugby con il loro gioco spietatamente concreto, con le loro brillanti individualità (Hernandez su tutti) e soprattutto con l’intensità fisica e mentale che sanno mettere in campo. Chiedere a Francia e Irlanda, che ne hanno già fatto le spese ai Mondiali. Nessuno è squadra quanto loro, nessuno sa dare sul terreno quanto i biancocelesti: è quel che si chiama, in spagnolo, “la garra de los Pumas”, cioè l’artiglio, ma anche la voglia, la fame, la determinazione.

Al Parco dei Principi, dopo la splendida partita contro l’Irlanda, gli argentini sono arrivati in sala-stampa cantando a squarciagola e battendo sui tavoli, sorridenti, accompagnati dai figli piccoli: un baccano divertentissimo e contagioso. Impossibile non prenderli in simpatia. Fra le stazze dei vari Ledesma, Longo, Albacete, anche le due ali formato mignon (ma velocissime) Horacio Agulla, appena ventenne, e Lucas Borges, classe 1980, appena ingaggiato dal Benetton Treviso per la stagione 2007-2008. Abbiamo fatto due chiacchiere con Borges, cresciuto nel Pucarà di Buenos Aires, autore di tre mete alla World Cup, una delle quali proprio contro l’Irlanda.

lucas borgesL’Argentina ha vinto il girone più difficile dei Mondiali. Che cosa avete avuto in più rispetto agli avversari? “Giochiamo un rugby molto pratico, molto concreto. Il nostro gioco è basato sugli avanti, loro fanno un gran lavoro e poi noi dietro cerchiamo di realizzare ogni occasione a disposizione. L’altro fattore a fare la differenza per noi è Hernandez: è un grande giocatore, l’ha già dimostrato nello Stade Français e continua a dimostrarlo in questa World Cup. Inoltre siamo una squadra molto unita, un gruppo forte, che ha voglia di vincere e di emergere”.

Ti aspettavi di giocare i Mondiali da titolare? “Ci speravo e ci credevo, non posso dire che sia una vera sorpresa per me. Ero in corsa per il posto e ho dato il massimo per poter essere titolare. E’ anche una rivincita rispetto alle delusione dell’ultima stagione allo Stade Français, nella quale non ho trovato spazio per giocare e non ho avuto fiducia. Così come i miei compagni, voglio dimostrare qui di essere un giocatore di buon livello”.

lucas borgesGiocherai la prossima stagione nel Benetton Treviso, cosa ti attendi da questa nuova esperienza? “Sono contento di andare a giocare a Treviso, di cui ho sentito parlare molto bene. Mi sono informato con Gonzale Canale e Sergio Parisse e loro mi hanno confermato che era una buona scelta per la mia carriera. Sarà un campionato nuovo, tutto da scoprire. Ho voglia di ricominciare dopo l’esperienza chiusa con lo Stade”.

Dove può arrivare l’Argentina? “Fin dall’inizio ci siamo detti che non dovevamo porci degli obiettivi particolari e che invece dovevamo guardare di volta in volta alla prossima partita. Continueremo a fare così. E’ stato importante battere l’Irlanda, con cui avevamo come un conto in sospeso dall’ultimo Mondiale e anche dal test-match del 2004 (gli irlandesi vinsero con un drop di O’Gara allo scadere, ndr). Al Parco dei Principi il pubblico era in maggioranza per loro, è stato bello sentire il tifo argentino crescere sempre di più: a noi piace sentire l’affetto della nostra gente, ci carica molto. La Scozia? Forse siamo fisicamente più forti di loro, ma sarà sicuramente un avversario molto difficile”.

La grande festa di Saint-Etienne, nonostante Paterson. Ora i Mondiali diventano il Tri Nations

Monday, October 1st, 2007

il-diario-dei-mondiali.jpgLa partita non è finita come volevamo, ma il sabato di Saint-Etienne è stato comunque una splendida giornata di rugby. L’atmosfera in città, che pure è una capitale del calcio fin dai tempi di Michel Platini, è stata straordinaria a cominciare dalla sera prima, con migliaia di tifosi e tifose, sia dall’Italia che dalla Scozia, a fare festa fra i bar e le piazze. Saint-Etienne ha offerto un’accoglienza molto più calorosa di Marsiglia con musica e spettacoli in centro, attorno all’Hotel de Ville e a Place de Peuple, abbinati alla cordialità e alla simpatia dei locali. Lo spettacolo vero e proprio sono stati però gli appassionati di rugby. Tanti, tantissimi i tifosi azzurri: se l’atteso sorpasso sulla Scozia non è avvenuto in campo, penso che sugli spalti per la prima volta i nostri fossero in maggioranza. Oppure, in ogni caso, si sono fatti sentire di più: da brividi l’urlo “Italia, Italia” quando gli azzurri si stavano lanciando all’ultimo assalto.

tronky e yuriSe gli scozzesi puntano sulla tradizione di kilt e cornamuse (tutto inventato dagli inglesi, peraltro: l’hanno spiegato Hobsbawm e Ranger, “The invention of tradition”), gli italiani hanno risposto con la creatività in travestimenti e parrucche. Resta il fatto che loro cantano di più, forse perché bevono di più. Resta il fatto che fra ragazze scozzesi e italiane proprio non c’è confronto. A proposito di creatività, onore al merito agli amici mestrini – Pego, Toma and friends  - e allo slogan del loro striscione: “Basime el Troncon”. Dopo la partita avanti fino all’alba. E finalmente i tifosi hanno avuto l’occasione di trascorrere un po’ di tempo assieme ai giocatori delle due squadre, finalmente liberi dopo mesi di rigida clausura (anche troppa forse, visto quanto gli azzurri hanno sofferto la pressione).

L’Italia ha il morbo di Paterson. Ancora una volta chi ci punisce è questo trequarti minuto, veloce e lucido ma che in fin dei conti non finirà certo nella Hall of Fame del rugby. Ha anche una faccia simpatica, e nel dopopartita è cordiale e disponibile. Sbaglia niente dalla piazzola: 6 su 6 contro l’Italia, 15 su 15 lungo tutta la World Cup finora. Hanno sbagliato gli azzurri nel dargli la possibilità di piazzare, e pensare che quello dell’indisciplina sembrava un problema che ci eravamo ormai lasciati alle spalle (mettiamoci pure che Kaplan ha graziato sia Mirco Bergamasco per lo sgambetto che Tronky per un placcaggio alto, vittima Parks in entrambi i casi). Ma tutto sommato dopo tre partite francamente inguardabili, almeno questa volta gli azzurri ci hanno messo le palle e la faccia.

fiji rugby“Viva la Fiji”, diceva uno striscione una volta a Treviso. E sì, viva la (squadra delle) Fiji oggi che ha battuto il Galles in quella maniera strepitosa e confezionato così l’unica vera sorpresa dei quarti di finale. La festa multicolore finisce qui, assieme alla fase eliminatoria. Ora il Mondiale diventa il Tri Nations, più qualche invitato illustre. Portogallo, Georgia e tutte le altre piccoli grandi squadre che tornano a casa ci hanno regalato le emozioni del rugby antico, uno spiraglio di aria fresca e pura nella palla ovale superprogrammata di oggi. E se la vogliamo mettere in politica, i successi sul campo lanciano un segnale. Nell’International Board ancora oggi scozzesi, irlandesi e gallesi conservano due voti ciascuno, Tonga, Fiji, Samoa e Georgia neppure uno.