Fiji, Nuova Zelanda, Australia, Inghilterra, Galles, Francia, infine l’Italia con un assaggio la scorsa stagione a Calvisano ed ora un ruolo da protagonista nel resuscitato Petrarca di quest’anno: Nicky Little è un instancabile globetrotter del rugby. “Sono curioso di vedere sempre posti nuovi e di conoscere nuova gente. Dopo l’Italia andrò forse a giocare in Giappone, ma mi piacerebbero anche gli Stati Uniti, se ci fosse un campionato di buon livello. Poi, una volta chiuso con lo sport, mi aprirò un bar sulla spiaggia di Brisbane, passando il tempo a spinare birra per gli amici”. Intanto il Carrera l’ha già prenotato per la prossima stagione (“all’80 per cento resto”, conferma il fijiano), perché a Padova Nicky ha già conquistato tutti con la sua professionalità di giocatore e con i sorrisi fuori dal campo. “Qui si sta bene, in Italia sapete cos’è la bella vita”, spiega Little mentre su piazza delle Erbe splende un dolce sole primaverile e le commesse del centro ammiccano ai ragazzotti del Petrarca, sempre gettonatissimi, “in Inghilterra negli ultimi anni il professionismo è diventato un po’ troppo spinto, hai una pressione fortissima e non c’è più spazio per divertirsi. La dimensione italiana è quella giusta per me. L’unico problema è la lontananza da mia moglie, che ha un buon posto di insegnante a Londra e per ora non può trasferirsi a Padova”.
Cosa pensi del livello del campionato italiano?
“Decisamente meno duro che la Premiership, sia negli allenamenti che nelle partite. Ma qui si gioca comunque un buon rugby e il torneo è equilibrato. Devi essere sempre al massimo, anche contro le squadre di bassa classifica”.
Chi vincerà lo scudetto?
“Non lo so”.
La squadra che ti ha più impressionato?
“La Capitolina. Hanno probabilmente il gioco migliore di tutto il torneo e la loro mischia ci ha messo davvero in difficoltà. I loro avanti sono molto aggressivi, e non mollano mai. Al di là del fatto che li abbiamo battuti, con loro abbiamo dovuto giocare due partite durissime. Poi mi ha impressionato molto anche le linea dei trequarti del Calvisano”.
Il Petrarca è da scudetto?
“Intanto credo che meritiamo di arrivare in semifinale. Per adesso l’obiettivo è solamente quello. Dobbiamo trovare continuità di rendimento: è vero che abbiamo vinto contro le tre squadre di alta classifica, però poi siamo anche andati a perdere all’Aquila giocando in modo inguardabile. Dobbiamo anche sistemare qualcosa in mischia ordinata. Fino ad ora il pack tende a ruotare verso il lato chiuso, rendendo più macchinosa la partenza di Sisa Koyamaibole. Quando riusciremo a girare dalla parte giusta, Sisa potrà sfruttare tutta la sua fisicità in attacco e voglio vedere quale apertura riuscirà a fermarlo”.
Tutto sempre ruotare attorno all’asse degli “isolani”.
“Naturalmente con Leaega e con Koyamaibole viene naturale un certo feeling. E mettiamoci anche Faggiotto, che sotto sotto è un isolano anche lui: lo chiamiamo Caucaunibuca. Ci diamo una mano, dentro e fuori dal campo, ma in questa squadra mi trovo bene con tutti, davvero”.
Questo Carrera sembra dipendere molto dalle tue prestazioni, in particolare nei calci.
“E’ in parte vero, perché le sconfitte sono effettivamente arrivate quando ero in giornata-no nei piazzati, e questo mi dispiace davvero. I Mitre del campionato italiano sono un po’ strani, ogni pallone sembra diverso dall’altro. Ma non voglio cercare scuse, sono gli stessi che usano Wakarua e Peens… E’ che ci vuole tempo per abituarsi. Comunque il Petrarca non dipende solo da Little. Prendi la partita di Roma (vinta in extremis 16-15, ndr): abbiamo perso un sacco di palloni e fatto errori stupidi. Io ho giocato male, ma abbiamo giocato male tutti. C’è sempre questo problema della continuità”.
Pensi di avere qualche chance di rientrare nella tua nazionale?
“A trent’anni ormai sono troppo vecchio per le Fiji, dove ci sono un sacco di giovani talenti. Ma le esperienze con la Nazionale sono state straordinarie. Mi chiamò Brad Johnstone quando stavo giocando in Nuova Zelanda. Non sarei mai diventato un All Black e con le Fiji ho avuto grandi soddisfazioni. Ora darei qualsiasi cosa per giocare la mia terza Coppa del Mondo, anche come l’ultimo dei panchinari. Il nuovo tecnico Ilivasi Tabua lo conosco molto bene, abbiamo bevuto un sacco di birre insieme. Spero si ricordi di me”.
All Rugby, marzo 2006 - visita www.allrugby.it