Archive for the 'Giocatori cult' Category

Otley, World Cup 1991. Quella magica meta di Ivan

Friday, June 22nd, 2007

Era il 5 ottobre 1991. L’Italia debuttava ai suoi secondi Mondiali piena di incognite, con un gioco incapace di decollare. Gli Stati Uniti non erano certo un avversario irresistibile e Barba aveva segnato una meta dopo 3′, ma ad inizio ripresa la partita sul 9-3 non era ancora vinta. Lo stadio di Otley era vecchio, tutto intorno le colline dello Yorkshire e gente arrampicata sugli alberi per vedere la partita. Ivan Francescato, allora ancora alla Tarvisium e debuttante solo un anno prima in maglia azzurra (“Mitou” Fourcade l’aveva ormai preferito a Pietrosanti e Casellato), inventa questa meta che praticamente chiude la pratica con gli Usa. Le immagini esprimono appieno le migliori qualità di Ivan: l’intuizione (ripartenza dalla chiusa, su spazi strettissimi), la finta, lo scatto bruciante. I giornalisti anglosassoni giudicheranno questa meta come la più bella della prima fase e una delle migliori dell’intera World Cup.

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Un grazie a Fabio Benvenuto, che mi ha fornito il video.

Genio e passione: Ivan Francescato, il più grande

Wednesday, March 28th, 2007


Ivan che raccoglie la palla dietro il raggruppamento, sceglie il lato chiuso e sorprende anche i suoi stessi compagni, che sgarretta via come una freccia, fa due schinche con cui siede gli avversari e segna una delle più belle mete (in assoluto, non solo azzurre) del Mondiale 1991. Ivan che apre le danze a Grenoble, 22 marzo 1997, nel giorno della vittoria che l’Italia del rugby aspetta da 62 anni, che si apre e piange al momento della sostituzione ma a notte fonda è ancora là che balla, ubriaco di gioia. Ivan e quella sua finta micidiale, che a volte riusciva ed altre no e noi in tribuna a saltar su, per l’esultanza o la bestemmia. “Ivan sempre con noi”, come dice quello striscione ancora appeso sugli spalti di Monigo.

La notte fra il 18 e il 19 gennaio 1999 Ivan Francescato ha lasciato il rugby e la vita, che per lui quasi coincidevano. Ultimo di una generazione che aveva già visto in azzurro Nello, Rino e Bruno, era cresciuto nelle “magliette rosse” della Tarvisium, dove pare lo prendessero in giro cantandogli “Ecco Ivan el selvaggio che no el tira un placcaggio”. Un po’ selvaggio e zingaro in effetti sembrava, fin dal nome e dal capello lungo, ma soprattutto per l’imprevedibilità del suo gioco e la vivacità del suo carattere.

Ivan FrancescatoSul placcaggio no, la canzonetta sbagliava: Francescato era un placcatore spietato, con pochi rivali italiani in quel fondamentale. Nelle giovanili della Tarvisium aveva cominciato come apertura, spostandosi poi a mediano di mischia. Nella Benetton fu costretto a trasformarsi in centro, ma fu dietro al pacchetto che vinse lo scudetto del 1997, sostituendo all’ultimo minuto l’amico Troncon. Con la Nazionale 38 presenze e 16 mete, fra quella dell’esordio nel 1990, a Padova contro la Romania, e quella agli Springboks nel 1997. In mezzo le prime vittorie contro Irlanda e Francia e alcuni dei momenti più belli del rugby azzurro, che con Coste ed una straordinaria nidiata di talenti si scrollava di dosso un antico complesso di inferiorità.

Corriere del Veneto, 19 gennaio 2004

Il globetrotter Nicky Little si è fermato a Padova

Tuesday, March 27th, 2007

Fiji, Nuova Zelanda, Australia, Inghilterra, Galles, Francia, infine l’Italia con un assaggio la scorsa stagione a Calvisano ed ora un ruolo da protagonista nel resuscitato Petrarca di quest’anno: Nicky Little è un instancabile globetrotter del rugby. “Sono curioso di vedere sempre posti nuovi e di conoscere nuova gente. Dopo l’Italia andrò forse a giocare in Giappone, ma mi piacerebbero anche gli Stati Uniti, se ci fosse un campionato di buon livello. Poi, una volta chiuso con lo sport, mi aprirò un bar sulla spiaggia di Brisbane, passando il tempo a spinare birra per gli amici”. Intanto il Carrera l’ha già prenotato per la prossima stagione (“all’80 per cento resto”, conferma il fijiano), perché a Padova Nicky ha già conquistato tutti con la sua professionalità di giocatore e con i sorrisi fuori dal campo. “Qui si sta bene, in Italia sapete cos’è la bella vita”, spiega Little mentre su piazza delle Erbe splende un dolce sole primaverile e le commesse del centro ammiccano ai ragazzotti del Petrarca, sempre gettonatissimi, “in Inghilterra negli ultimi anni il professionismo è diventato un po’ troppo spinto, hai una pressione fortissima e non c’è più spazio per divertirsi. La dimensione italiana è quella giusta per me. L’unico problema è la lontananza da mia moglie, che ha un buon posto di insegnante a Londra e per ora non può trasferirsi a Padova”.

Cosa pensi del livello del campionato italiano?
“Decisamente meno duro che la Premiership, sia negli allenamenti che nelle partite. Ma qui si gioca comunque un buon rugby e il torneo è equilibrato. Devi essere sempre al massimo, anche contro le squadre di bassa classifica”.

Chi vincerà lo scudetto?
“Non lo so”.

La squadra che ti ha più impressionato?
“La Capitolina. Hanno probabilmente il gioco migliore di tutto il torneo e la loro mischia ci ha messo davvero in difficoltà. I loro avanti sono molto aggressivi, e non mollano mai. Al di là del fatto che li abbiamo battuti, con loro abbiamo dovuto giocare due partite durissime. Poi mi ha impressionato molto anche le linea dei trequarti del Calvisano”.

Il Petrarca è da scudetto?
“Intanto credo che meritiamo di arrivare in semifinale. Per adesso l’obiettivo è solamente quello. Dobbiamo trovare continuità di rendimento: è vero che abbiamo vinto contro le tre squadre di alta classifica, però poi siamo anche andati a perdere all’Aquila giocando in modo inguardabile. Dobbiamo anche sistemare qualcosa in mischia ordinata. Fino ad ora il pack tende a ruotare verso il lato chiuso, rendendo più macchinosa la partenza di Sisa Koyamaibole. Quando riusciremo a girare dalla parte giusta, Sisa potrà sfruttare tutta la sua fisicità in attacco e voglio vedere quale apertura riuscirà a fermarlo”.

Tutto sempre ruotare attorno all’asse degli “isolani”.
“Naturalmente con Leaega e con Koyamaibole viene naturale un certo feeling. E mettiamoci anche Faggiotto, che sotto sotto è un isolano anche lui: lo chiamiamo Caucaunibuca. Ci diamo una mano, dentro e fuori dal campo, ma in questa squadra mi trovo bene con tutti, davvero”.

Questo Carrera sembra dipendere molto dalle tue prestazioni, in particolare nei calci.
“E’ in parte vero, perché le sconfitte sono effettivamente arrivate quando ero in giornata-no nei piazzati, e questo mi dispiace davvero. I Mitre del campionato italiano sono un po’ strani, ogni pallone sembra diverso dall’altro. Ma non voglio cercare scuse, sono gli stessi che usano Wakarua e Peens… E’ che ci vuole tempo per abituarsi. Comunque il Petrarca non dipende solo da Little. Prendi la partita di Roma (vinta in extremis 16-15, ndr): abbiamo perso un sacco di palloni e fatto errori stupidi. Io ho giocato male, ma abbiamo giocato male tutti. C’è sempre questo problema della continuità”.

Pensi di avere qualche chance di rientrare nella tua nazionale?
“A trent’anni ormai sono troppo vecchio per le Fiji, dove ci sono un sacco di giovani talenti. Ma le esperienze con la Nazionale sono state straordinarie. Mi chiamò Brad Johnstone quando stavo giocando in Nuova Zelanda. Non sarei mai diventato un All Black e con le Fiji ho avuto grandi soddisfazioni. Ora darei qualsiasi cosa per giocare la mia terza Coppa del Mondo, anche come l’ultimo dei panchinari. Il nuovo tecnico Ilivasi Tabua lo conosco molto bene, abbiamo bevuto un sacco di birre insieme. Spero si ricordi di me”.

All Rugby, marzo 2006 - visita www.allrugby.it

Alessandro Troncon, monumento del rugby azzurro

Friday, March 23rd, 2007

Alessandro TronconNel ‘95 a Treviso l’Italia conquistava il suo primo successo contro una squadra dell’aristocrazia del rugby, battendo 22-12 l’Irlanda. Alla guida degli azzurri c’era una mediana dalla classe cristallina, composta da Diego Dominguez e da un giovane Alessandro Troncon, allora ancora con il soprannome di “Castoro” appiccicato addosso.

Nel ‘97 i nostri andavano ad espugnare Grenoble, 40-32, lavando l’onta di oltre sessant’anni di sconfitte dai maestri francesi. Alla barra del timone della Nazionale lo skipper trevigiano. Ottenuto l’ingresso nel Sei Nazioni, nel 2000 l’Italia confezionava uno sfolgorante esordio ai danni della Scozia, 34-20 al Flaminio. Ed indovinate un po’ chi c’era a mettere ordine in campo? Sempre “Tronky”, ovviamente. «La storia siamo noi», canta De Gregori, ma la piccola storia del rugby italiano - nessuno si senta escluso - l’ha scritta Alessandro Troncon, dall’incredibile tournèe australiana del 1994 giù giù fino agli storici successi di Edimburgo e Roma nel Sei Nazioni 2007.

«Sono stati tutti momenti importanti, maturati in condizioni e tempi diversi, l’ultimo è naturalmente il più vivo ma metto tutte queste partite sullo stesso piano quanto ad emozioni», spiega il mediano di mischia.

Nel giro di una quindicina d’anni e di due generazioni di giocatori la palla ovale italiana è cambiata radicalmente, abbandonando le parrocchie per abbracciare un pubblico più ampio. A vent’anni Troncon fu mandato a fare esperienza al Mirano, oggi i migliori talenti azzurri se li contendono, già giovanissimi, la Parigi dello Stade Français o la Londra dei Saracens. «Il rugby si è trasformato ad una velocità incredibile, sia nel gioco che in tutto quello che vi ruota intorno», dice il numero 9 in forza ai francesi del Clermont-Auvergne, «però ci sono alcuni aspetti di questo sport che non cambiano e non cambieranno mai: l’amicizia con i compagni di squadra, lo spirito che devi avere per affrontare la partita. L’Italia del ‘95 era una squadra nuova sulla scena internazionale, che doveva costruirsi una reputazione e che ha saputo farlo passo dopo passo grazie ad un gruppo molto unito. Ora grazie a quei risultati siamo nell’elite del Sei Nazioni e ci sono aspettative diverse, ci stiamo guadagnando pian piano il rispetto di tutti. Per questo i successi nel Sei Nazioni sono tappe decisive, sia per la squadra che per l’intero movimento».

Le imprese azzurre - forse a conferma di un diffuso bisogno di uno sport più sereno o forse semplicemente nuovo - ha ottenuto vastissima eco. Mai la palla ovale è stata così popolare nel Belpaese quanto nel corso dell’ultimo Sei Nazioni. «Un riscontro così clamoroso non me lo sarei mai aspettato», ammette Troncon, «bene, ci fa piacere e ne siamo orgogliosi. Ma nel nostro lavoro, nel nostro cammino la vittoria non cambia nulla. Abbiamo giocato un buon torneo ma non siamo certo perfetti, ci sono un sacco di cose da migliorare, dalla touche alla gestione di certi momenti di gioco. Certo ora sappiamo che abbiamo davvero le potenzialità per battere le squadre del Sei Nazioni, ma il nostro obiettivo deve essere quello di dare continuità ai risultati».

Intanto il trevigiano ha già annunciato che alla fine della stagione 2007-2008, alla scadenza del contratto biennale con il Clermont-Ferrand, chiuderà la sua onorata carriera. Troncon, ha deciso cosa farà da grande? «Ho solo qualche idea, ma ci devo ancora pensare seriamente. Mi piacerebbe comunque rimanere nel mondo del rugby».

Il Corriere del Veneto, 27.02.07