Archive for the ‘Giocatori cult’ Category

Michael Jones, “uomo di ghiaccio”

Wednesday, November 21st, 2007

michael jones

Avrebbe avuto molto di più dal rugby, Michael Niko Jones, detto “Iceman” per il carattere pacato e la freddezza in campo, se le sue credenze religiose metodiste non gli avessero vietato di giocare di domenica. Per questo motivo Jones non fu convocato dagli All Blacks per i Mondiali sudafricani, nei quali ovviamente semifinali e finali erano in programma nel giorno del Signore. Jones è stato il prototipo dell’openside flanker: dinamico, sempre nel cuore dell’azione, allo stesso tempo implacabile placcatore.

Di origini isolane, aveva giocato un match con la maglia di Samoa prima di sfondare con Auckland e gli All Blacks. Secondo un’inchiesta, Jones è stato il terzo giocatore neozelandese di tutti i tempi, dietro a Colin Meads e Sean Fitzpatrick, a lungo suo compagno di squadra. Un paio di infortuni al ginocchio ne hanno pesantemente condizionato la carriera, ma “Iceman” è stato in ogni caso un modello positivo per molti giovani neozelandesi, ed in particolare per quelli di origine isolana.

michael jones

Così scrive Jonah Lomu nella sua autobiografia, a proposito della sua prima partita al fianco di Jones. “Michael Jones era il mito della mia adolescenza e aver avuto il privilegio di giocarci insieme rimane uno dei miei maggiori motivi di orgoglio. “Iceman” aveva tutte le stimmate del grande terza linea e poteva giocare in tutte le posizioni, come terza linea ala o come numero 8. Era forte, veloce e resistente, probabilmente il miglior terza linea che abbia mai visto e sicuramente il migliore tra tutti quelli con cui abbia mai giocato. Nei primi tempi si prendeva cura di me, e io, come molti giocatori originari delle isole del Pacifico hanno poi fatto con me, prendevo per esempio quel polinesiano così speciale. Fu un’altra delle persone che mi aiutarono a credere in me stesso”.

Michael Jones segnò tra l’altro la prima meta in assoluto della World Cup (nel video). Nell’87 gli All Blacks giocavano contro l’Italia e vinsero 70-6. Iceman, in puntuale sostegno su una iniziativa di Whetton (ex Benetton) e Fox, resiste all’ultimo placcaggio di “Ferro” Ghizzoni, alla gara di addio all’azzurro. Jones segnò la prima meta anche nel 70-6 agli azzurri del ‘95, a Bologna (nella foto piccola).

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Nell’ultima World Cup Michael Jones è stato l’allenatore di Western Samoa (con scarsi risultati).

Nelle librerie “Alessandro Troncon condottiero azzurro”

Monday, October 22nd, 2007

copertina libro troncon piccolaE’ in questi giorni in libreria “Alessandro Troncon condottiero azzurro”, edito da Sep-Vallardi con la prefazione di Candido Cannavò e le statistiche di Walter Pigatto (160 pagg., 19 euro). Si tratta di un omaggio alla straordinaria carriera di Troncon, ripercorsa fin dai primi passi, a soli sei anni con i Pulcini del Benetton, attraverso foto, memorabilia e i ricordi personali del mediano di mischia trevigiano.

In particolare vengono rivissuti gli storici momenti del rugby azzurro negli anni Novanta e Duemila, con i successi dell’era Coste e l’approdo al Sei Nazioni. Racchiuse fra le 101 presenze con la maglia dell’Italia, dalla partita con la Spagna del ‘94 a quella con la Scozia di poche settimane fa a Saint-Etienne, anche le esperienze di “Tronky” in quattro edizioni dei Mondiali, gli scudetti in maglia Benetton, l’avventura francese con i colori del Montferrand.

Scarica l’introduzione del libro: introduzione-una-storia-semplice.doc

Ulisse Trevisin. Il rugby e la magia del teatro di Marco Paolini

Wednesday, July 25th, 2007

La scena allestita proprio nel campo da rugby, sullo sfondo le porte ad acca e tutt’intorno, sull’erba, giocatori di ogni età. Di fronte al palco, la tribuna gremita di 1300 spettatori. Ancora una volta una location particolarissima per Marco Paolini, che già aveva messo in scena “Il racconto del Vajont” sulla diga di Longarone e portato “Il Milione” dentro alle antiche Gaggiandre dell’Arsenale di Venezia. “Aprile ‘74 e 5, tra un campo di rugby e la piazza” è arrivato al Centro Geremia della Guizza, casa del settore giovanile del Petrarca: quasi un regalo dell’attore ad uno sport che non ha mai praticato ma di cui, come molti veneti, è un appassionato cultore.

paolini rugby ulisse trevisinUn appuntamento dai significati forti anche perché lo spettacolo è il racconto di uno dei tanti circoli Primo Maggio impegnati nella contestazione dei caldi anni Settanta, mentre la tradizione del Petrarca, agganciata ai padri gesuiti, non è certo fatta di adolescenti che sfrecciando con il motorino urlano “Viva Marx, viva Lenin, viva Mao-tze-tuuuung”", come uno dei protagonisti di “Aprile”. Ed infatti i Petrarchi, il club di ex giocatori che ha organizzato l’iniziativa, hanno incontrato non poche resistenze all’interno dell’ambiente della palla ovale cittadina, nonostante l’intento benefico (Paolini si è esibito gratis e l’incasso servirà a costituire due borse di studio per giovani atleti padovani).

Conciliato con l’acqua santa, il diavolo ha indossato una maglietta del Petrarca e azionato il suo irresistibile ingranaggio teatrale: Paolini ti strappa un sorriso e con questo ti insinua una domanda, ti obbliga ad una riflessione che poi si stempera una nuova gustosa risata, e così via.
A scatenare il divertimento sono le gesta della squadra di rugby di don Tarcisio, nel fango e nella nebbia, con le docce ghiacciate, ed è il pilone Ulisse Trevisin, “un incrocio fra un mulo alpino, un bue da tiro e un trattore Landini testa-calda: va in moto a spunto, lento, e poi tiene il minimo, ma con questo stesso ritmo lento ha una capacità di traino di sei quintali di avversari, vivi e resistenti”.

Poi, improvvisamente, la registrazione della bomba di Piazza della Loggia ti gela il respiro. E torni a pensare a quella generazione, forse ingenua, forse imbrigliata nelle ideologie ma ancora capace di sognare e di sentirsi una squadra, nel campo da rugby e in piazza. Alla fine un lungo ed emozionato applauso. Come quando segna il Petrarca. (Articolo pubblicato sul Corriere del Veneto).

Ulisse Trevisin è solo un personaggio letterario, ma uno come Ulisse, nel rugby veneto di ieri, l’abbiamo conosciuto e amato tutti. Ecco alcune immagini di quella indimenticabile serata (era, credo, il 3 settembre 2003).

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Mirco Bergamasco, la consacrazione del 2006 e i sogni del 2007

Thursday, July 19th, 2007

mirco bergamascoIl 2006 è stato decisamente il suo anno. Mirco Bergamasco è esploso nello Stade Français e nell’Italia, imponendosi come un centro di levatura internazionale e come uno dei migliori giocatori in assoluto dello scorso Sei Nazioni. A Parigi è ormai uno di quelli che contano, per di più in una squadra che è una autentica “All Stars” di talenti e che propone una concorrenza spietata per la maglia da titolare. La rivista “Rugbyhebdo”, che ogni settimana compila le pagelle delle partite francesi, ha tirato le somme dopo la prima parte del torneo e sulla base dei voti i migliori centri sono risultati Yannick Jauzion del Tolosa e proprio il nostro Mirco. Saranno riconoscimenti che magari si dimenticano in fretta, mica male però per un italiano chiamato a dimostrare il suo valore nel campionato più duro d’Europa, assieme a quello inglese.

“In effetti il 2006 mi ha regalato un sacco di belle soddisfazioni personali”, spiega il minore dei fratelli Bergamasco al telefono da Parigi, “per il 2007 mi aspetto però che ai risultati individuali si aggiungano i risultati collettivi. Non ho mai vinto uno scudetto a livello seniores e spero sia la volta buona con lo Stade Français. Poi c’è il sogno dell’Heineken Cup, e vorrei cominciare a vincere anche con la maglia dell’Italia. I complimenti non bastano più”.

Cosa c’è dietro l’ottima annata del 2006?
“Le prime due stagioni in Francia sono state durissime, la prima per difficoltà di ambientamento, anche perché ero molto giovane, la seconda per gli infortuni. Poi è stata decisiva la fiducia che mi hanno dato gli allenatori, sia Galthié nello Stade che Berbizier in Nazionale. Finalmente ho potuto giocare nel ruolo di centro con continuità, fare esperienza, colmare le mie lacune. Ho lavorato molto per conto mio, ma è solo in partita che si acquisiscono certi automatismi”.

Sei Nazioni e Mondiali, l’Italia riuscirà finalmente a fare il salto di qualità?
“Cresciamo costantemente, i test di novembre hanno dimostrato che non ci manca nulla se non il risultato. L’obiettivo è raggiungere i quarti ai Mondiali, anche il Sei Nazioni sarà giocato con l’idea di trovare il migliore assetto in funzione di settembre. Il girone è più facile che in passato, ma è meglio non pensare in questi termini. Certo la qualificazione sarebbe un risultato storico, che farebbe bene a tutto il movimento del rugby”.

mirco bergamasco stade françaisContinua a seguire il campionato italiano?
“Mi fa piacere che Padova sia tornata competitiva, anche se il mio addio al Petrarca non è stato proprio indolore. Credo che Treviso, pur avendo cambiato molto, continui ad essere favorito per lo scudetto assieme al Calvisano, che per tradizione esce nel finale di stagione”.

Con Mauro siete stati i primi rugbisti a curare l’immagine in modo professionale. Avete un ufficio-stampa e un sito internet personale. Come vivete questa dimensione “pubblica” di giocatori?
“Il nostro sport è cambiato, e continua ad evolversi rapidamente. Ormai il marketing fa parte del rugby, almeno di quello di alto livello, e le molte iniziative del presidente dello Stade, Max Guazzini, dimostrano che è giusto ragionare con questa mentalità. L’importante è far parlare del nostro sport, farlo crescere in popolarità. Anche il nostro sito nasce per parlare e far parlare di rugby, per avere un rapporto diretto con i nostri tifosi”.

E poi c’è questo calendario senza veli che fa molto discutere.
“All’inizio spogliarsi di fronte ad un fotografo era un po’ imbarazzante, ora alla quarta esperienza è diventata una divertente abitudine. Oltre ad una grande pubblicità allo Stade Français e al rugby, un risultato il calendario l’ha già ottenuto di certo, ed è che molte più donne vengono a vedere le nostre partite. Fa piacere quando guardi in tribuna, ed anche all’uscita degli spogliatoi”.

Articolo pubblicato nel Corriere del Veneto del 5 gennaio 2007.

John Jeffrey, “the White Shark”

Friday, July 13th, 2007

john jeffrey the white sharkAll’apparenza non aveva doti fisiche mostruose, e probabilmente nel rugby muscolare di oggi farebbe fatica ad emergere. Ma John Jeffrey, JJ per i compagni di squadra, “lo Squalo Bianco” per il grande pubblico (a causa dei capelli biondissimi, quasi albini), è stato un flanker straordinario: instancabile portatore di palla, presente sempre nel cuore dell’azione difensiva e offensiva, autore molte spesso di mete decisive con la maglia della Scozia.

Jeffrey ha giocato 40 partite per la Nazionale del Cardo fra il 1984 e il 1991, segnando 11 mete e vincendo il Grande Slam nel Cinque Nazioni del 1990. E’ stato Lion nel tour in Australia nel 1989. Nato dei Borders, classe 1959, è stato anche uno dei giocatori più amati dal pubblico scozzese.

john jeffrey the white sharkJeffrey aveva un caratterino un po’ particolare. Prese a calci la Calcutta Cup in compagnia dell’inglese Dean Richards (si dice che i due quella notte non fossero perfettamente sobri) nel corso dei festeggiamenti per la vittoria del 1988, causando 1000 sterline di danni al prezioso trofeo. Nel 2004 ha dovuto affrontare una commissione d’inchiesta della Federazione Scozzese, dopo avere apostrofato come “frog” l’arbitro francese di Italia-Scozia under 21 a Biella. Attualmente ha dato le dimissioni dalla SRU ed è nel comitato di selezione dei Barbarians.

Nell’89 il neozelandese Sean Lineen fu selezionato per la Scozia grazie ad un nonno di Stornoway, dell’isola di Lewis. Jeffrey e l’inseparabile compagno di squadra Finlay Calder spiegarono a Lineen che in quell’isola parlavano solo gaelico e che avrebbe dovuto imparare qualche frase per impressionare i locali. Quindi appena giunto in visita a Stornoway, Lineen salutò i sostenitori e i giornalisti che l’attendevano con un sonante “Pòg m’hone!”. Jeffrey gli aveva detto che significava “this is a lovely island and I’m really looking forward to meeting everyone”. Ma Lineen fu sorpreso dal silenzio glaciale e dalle occhiate suscitate dalla sua esclamazione. In effetti significava “kiss my arse”.

Nel video una commovente esecuzione di “Flower of Scotland” prima di Scozia-Inghilterra del 1990, decisivo per il Grande Slam. Gli scozzesi vinsero 13-7. Quando Murrayfield era il vecchio Murrayfield, ed i giocatori erano un po’ meno clonati e muscolosi. E che belle erano quelle magliette, rispetto a quelle di oggi… Dopo l’inno si sente la voce di Bill McLaren, con l’inconfondibile accento scozzese.

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