Archive for the 'Giocatori cult' Category

Quarant’anni fa la scomparsa di Maci Battaglini, simbolo del Rovigo e del primo rugby italiano

Wednesday, December 22nd, 2010

Quaranta anni fa, alle 6,45 del 1° gennaio 1971, moriva all’ospedale di Padova Mario Battaglini, il più grande protagonista della prima stagione del rugby italiano nel dopoguerra. Il rodigino “Maci” era stato vittima qualche settimana prima di una banale caduta dalla bicicletta (mezzo da cui non si separava mai, poichè non aveva la patente), derivando un trauma che l’avrebbe portato al coma e quindi alla tragica fine.

Alla funzione funebre Don Mario Bisaglia cita la parabola di Sansone: «Tu sei stato questo, Maci, un forte e un dolce, tutti ti ricorderanno così». Ad assistere alla cerimonia ci sono migliaia di cittadini, perchè di Rovigo Battaglini è stato uno dei figli più amati. «In fondo al suo cuore durava l’immagine della piccola città di nebbie spinose e di soli cocenti, dove anche lontano dallo stadio teatro delle sue gesta, continuava ad essere protagonista», ha scritto Gian Antonio Cibotto.

Gli ultimi anni di vita di Maci sono intrisi di dolore e nostalgia: resta vedovo della moglie Gabriella nel ’66, dopo una lunga malattia, e nel ‘70 viene allontanato dalla panchina del Rovigo, rimanendo orfano del rugby, sinonimo di una passione assoluta. Dedicati a Battaglini restano oggi uno stadio ed un monumento, ma soprattutto gli affettuosi ricordi che ancora si rincorrono in città. Come quando Maci fece uno stringato ma efficacissimo discorso alla squadra, prima della sfida fra una selezione veneta e i temibili sudafricani della Stellenbosch University. «Loro sono fortissimi, ma se giochiamo come sappiamo li ciavemo». E infatti i sudafricani, reduci da una trionfale tournèe in Francia, persero quella partita 15-8.

Era il 1955 e per la prima volta gli italiani si imponevano ad una squadra di una nazione rugbisticamente avanzata. Pioniere, per il rugby azzurro, Battaglini lo era stato da sempre. Prima della guerra – dopo avere fatto nascere il Rovigo, col fratello Checco, e averlo condotto al titolo nazionale della Gil – Maci era stato il primo “professionista” di uno sport allora ancora ai primissimi passi, ottenendo un ingaggio dall’Amatori Milano (subito uno scudetto nel ‘39-’40). Classe 1919, di umilissime origini, viene arruolato nel Genio e spedito prima in Yugoslavia e quindi sul fronte russo.

Dopo la guerra è il primo rugbista italiano a giocare ed affermarsi in Francia, dove diventa un popolare eroe sportivo grazie soprattutto ai suoi calci da lunghissima distanza e  alle sue straordinarie doti fisiche, da cui deriva il soprannome “Maciste” e per apocope “Maci”. Tre stagioni fra Vienne e Toulon fino a che “le mal du pays”, irresistibile, lo riporta a Rovigo. Giusto in tempo per la drammatica alluvione del novembre 1951 ma anche per l’esaltante ciclo di quattro scudetti dei bersaglieri rossoblù, nei quali una terra povera come il Polesine trova identificazione e riscatto. Di quella squadra Maci è giocatore, allenatore, simbolo.

Di carattere effervescente, non va molto d’accordo con arbitri, giornalisti, dirigenti di club e di Federazione: saranno molti i “casi Battaglini” negli anni della sua carriera, spesa anche a Treviso, Padova e Bologna. Battaglini è l’interprete più rappresentativo della prima stagione del rugby in Italia, di uno sport che nasce aristocratico ed universitario per scoprirsi poi contadino e popolano, radicandosi in provincia e dove antichi sono i legami con la terra, la fatica, il sacrificio; un rugby che non conosceva mode e retoriche del terzo tempo ma parlava la lingua vivacissima e autentica del campanile. Gli ultimi successi per Battaglini (tre scudetti dal ’57 al ’60) giunsero da allenatore delle Fiamme Oro, la polisportiva della Polizia di Stato che è quasi una Nazionale grazie al reclutamento dei migliori atleti nel reparto padovano della Celere.

Escluso da un rugby che cambiava velocemente quanto la società italiana, alla fine degli anni Sessanta Maci accetterà un lavoro di bidello ed un posto nella memoria di tutti i bambini di quella generazione. Nella stagione seguente al divorzio con Battaglini, il Rovigo avrà il primo sponsor di maglia – Tosimobili – ed uno straordinario straniero, Alex Penciu. Era già tutto un altro rugby.

Nelle foto Maci Battaglini con la maglia dell’Amatori Milano (per gentile concessione di Umberto Miani, che ringraziamo) ed il Rovigo del secondo scudetto nella stagione dell’alluvione 1951-52.

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Il gigante Lawes e la storia del Franklin’s Garden. Missione (quasi) impossibile per il Benetton

Saturday, December 12th, 2009

Al Franklin’s Garden di Northampton giocarono, naturalmente vincendo, i primi All Blacks neozelandesi in tournèe in Europa, i cosidetti “Original”. Era il 1905 e la storia viene raccontata da Lloyd Jones nel “Libro della gloria”, una delle opere più suggestive sulla palla ovale. In un luogo così impregnato di tradizione e di passione per il rugby il Benetton disputa oggi il terzo turno di Heineken Cup, di fronte a 13mila tifosi per l’ultimo appuntamento annuale dei “Saints” in maglia verde, nero ed oro, protagonisti finora di una stagione ricca di soddisfazioni (terzo posto in Premiership, una vittoria sul Munster in Europa prima della sconfitta a Perpignan).

L’impegno è durissimo, quasi proibitivo per i biancoverdi, i quali si trovano ad affrontare l’intensità di gioco internazionale dopo una lunga astinenza e due match non pienamente convincenti nel Super Ten, contro Venezia e L’Aquila. Ma dopo l’exploit di Heineken Cup contro il Perpignan – e con la Celtic League all’orizzonte – Treviso è oggi chiamata a dimostrare la sua competitività su qualsiasi terreno straniero. L’allenatore Franco Smith (foto) da parte sua si ritrova finalmente con una squadra al completo, o quasi: in un organico di 40 atleti mancano all’appello solo Williams, Orlando, Costanzo e Neethling, mentre sono ormai vicini al rientro importanti pedine a lungo out come Marcato, Sbaraglini e De Jager.

Lo schieramento per la partita del Franklin’s Garden prevede Marius Goosen in cabina di regia e Tobie Botes all’ala (quasi un secondo estremo, per fronteggiare al meglio il gioco al piede degli inglesi), con il rientro a tutti gli effetti di sette nazionali nel XV titolare. Il Northampton è una squadra priva di grandi finisseur ma dal gioco terribilmente efficace, soprattutto sul campo di casa, dove nei 7 match di questa stagione non ha mai perso.

Ad attrarre l’attenzione dei tifosi delle Midlands è stato di recente il seconda linea Courtney Lawes (201 cm per 115 chili – foto in alto, sotto il video di un suo placcaggio su Thomas del Montpellier), cresciuto a 100 metri dallo stadio, titolare ad appena vent’anni e già celebre per i suoi placcaggi devastanti. “Ma il loro giocatore migliore è probabilmente l’altra seconda linea, Jaundre Kruger, molto fisico e allo stesso tempo tecnico”, sottolinea Smith, dando inevitabilmente credito al conterraneo  sudafricano che tuttavia oggi parte in panchina.

“Nel complesso Northampton e Benetton si assomigliano, io e il loro allenatore (Jim Mallinder, ndr) abbiamo la stessa visione del rugby”, commenta Smith, “a differenza di Perpignan e Munster sono una squadra senza grandi stelle ma molto bene organizzata, nella quale ogni giocatore sa bene cosa fare in campo. Sono molto aggressivi nei punti di incontro, dovremo essere disciplinati e pazienti per rispettare il nostro piano di gioco”. Motivazioni supplementari per Andy Vilk, con la maglia dei Saints dal 2003 al 2006.

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I personaggi del Sei Nazioni 2009: Brian O’Driscoll

Wednesday, March 11th, 2009

Brian O’Driscoll è un capitano vero, un vero leader. Quello che manca ad una squadra pur piena di talento come l’Inghilterra, sconfitta a Dublino 14-13 nell’ultima partita degli irlandesi al Croke Park prima del ritorno al Lansdowne Road, ricostruito a tempo di record. E non può essere una vittoria qualsiasi, quella dei verdi del Trifoglio: a Croke Park si consumò uno dei più drammatici episodi del “Bloody Sunday” del 1920, con 14 morti sotto i colpi dei soldati inglesi durante un match di football gaelico.

E con la vittoria di sabato l’Irlanda può continuare a sognare quel Grande Slam ormai sfuggito a tutti gli altri e vinto una sola volta nella sua storia, nel lontano 1948. Nonostante una superiorità piuttosto netta, la sfida con l’Inghilterra era inchiodata sul 3-3 ancora ad inizio ripresa, complice la giornata-no di O’Gara, solitamente puntuale come un Intercity svizzero negli appuntamenti dalla piazzola.

A quel punto il biondo O’Driscoll ha preso in mano l’inerzia della giornata: prima un drop (6-3), poco dopo una meta per finalizzare un assedio degli avanti sull’area ospite (11-3). Partita risolta, per “BOD” 35esima segnatura in 91 partite, delle quali 54 da capitano.

Da un paio di stagioni lui e la sua generazione vengono ritenuti ormai in parabola discendente. O’Driscoll, a 30 anni, continua ad incazzarsi con i media per difendere la sua privacy (ma la sua relazione con l’attrice Amy Huberman è ormai ufficiale, nella foto) e continua ad essere decisivo in campo. “Quando ero giovane consideravo l’esperienza qualcosa di sopravvalutato”, ha detto O’Driscoll, “oggi penso che l’esperienza sia un valore molto sottovalutato, invece”. Hanno ragione gli irlandesi a venerare il loro capitano, esponendo cartelli con scritto “In BOD we trust”…

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I personaggi del Sei Nazioni 2009: Euan Murray

Sunday, March 8th, 2009

Euan Murray è tornato ed ha risolto i problemi in mischia chiusa della Scozia. Nella principale fonte di gioco la Nazionale del Cardo era stata dominata dalla Francia nella scorsa partita, mentre sabato ha retto contro una prima linea azzurra che è il nostro reparto maggiormente accreditato a livello internazionale.

Murray gioca con il Northampton (l’anno scorso una stagione di purgatorio in Division One con i Saints gialloverdi) ed è attualmente uno dei migliori piloni della Premiership. Si candida ad un posto nei Lions che quest’estate gireranno il Sud Africa.

Diplomato in Veterinaria, dichiara di avere due punti di riferimento nella sua vita. Uno è il padre Alistair, a sua volta ex pilone, con il quale da piccolo – oggi pesa 120 chili, distribuiti su 185 centimetri di altezza – praticava sessioni di mischia in cucina.

L’altro è la fede cristiana. Murray nel 2005 subì un gravissimo infortunio alla testa, scontrandosi contro l’irlandese Horgan in Glasgow-Munster. “Mi resi conto di essere stato vicino alla morte”, ha dichiarato il ventottenne scozzese, “dopo l’incidente ho cominciato a ripensare la vita e il rugby. La fede in Cristo mi ha aiutato nei momenti più difficili e da allora la ritengo la cosa più importante nella mia vita”.

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Ivan Francescato e la fine del rugby dei campanili, dieci anni dopo

Tuesday, January 20th, 2009

Dal Corriere del Veneto del 21 gennaio 2009.

Il 30 gennaio 1999 l’Italia del rugby affrontava la Francia a Genova. Furono molti gli appassionati della palla ovale che quel giorno programmarono di arrivare presto nel capoluogo ligure, così da poter visitare in mattinata il cimitero di Staglieno e lasciare un fiore a Fabrizio, che con la sua musica aveva regalato loro tante emozioni.

Nel pomeriggio, a Marassi, gli azzurri si presentarono svuotati ed irriconoscibili. La Francia ci travolse 49-24, nonostante il carattere di Troncon, due volte a segno. Era l’Italia che aveva guadagnato l’ingresso al Sei Nazioni e che allora faceva paura a tutti. Ma quel giorno a Genova fra i ragazzi di Georges Coste c’erano un dolore in fondo al petto e un’immagine negli occhi che non se ne andavano via.

Nella notte fra il 18 e il 19 gennaio Ivan Francescato, a soli trentun anni, aveva lasciato il rugby e la vita, che per lui erano la stessa cosa. Una partita durissima da giocare per gli azzurri, orfani di quell’amico fragile, alcuni di loro – come Tronky, Cristofoletto, Checchinato, Mazzariol – inseparabili compagni anche fuori dal campo, nelle notti di Treviso, in terzi e quarti tempi infiniti. “Quella Italia aveva due capi branco eccezionali, Giovanelli in partita e Ivan nel dopo partita”, ricorda Georges Coste.

Se ne andava un giocatore che con il suo talento aveva regalato tante emozioni al pubblico di Treviso. La finta secca ed imprevedibile, il placcaggio puntuale, la fantasia della scelta di gioco che non ti aspetti: sempre, però, al servizio della squadra. Arrivava da una famiglia di semplici origini, che alla Nazionale azzurra aveva già dato Nello, Rino e Bruno. Era cresciuto nella Tarvisium, magliette rosse non per caso, fucina di giocatori e uomini straordinari. Incompreso nel suo ruolo naturale di mediano di mischia, aveva percorso in direzione ostinata e contraria tutta la salita fino ai successi dell’Italia e al riconoscimento internazionale.

Con Ivan Francescato se ne andava un intero mondo: il rugby dei campanili nel quale il Veneto si era specchiato dal dopoguerra, trovandovi un’identificazione sociale senza eguali nel paese. Uno sport di poche cose e tanta fatica, di fango e botte in nome di una maglia, di un gruppo, di un insieme di valori. In questi dieci anni il professionismo avrebbe sbiadito i colori di questa passione, indebolito le idee, annacquato anche le accese rivalità che dividevano Rovigo, Padova e Treviso, pur con toni sempre goliardici.

Uno con il talento cristallino di Ivan oggi sarebbe rincorso già a a sedici anni dai procuratori, con un contratto da firmare, o finirebbe a fare rugby dalla mattina alla sera all’accademia federale di Tirrenia (che si chiama “Ivan Francescato”). Lui, appena maggiorenne, aveva smesso col rugby per gestire un distributore di benzina.

Il cuore di Ivan, vittima di una aterioslerosi coronarica impossibile da diagnosticare, è stato studiato dal professor Gaetano Thiene, direttore dell’unità di patologia cardiovascolare dell’Università di Padova, all’avanguardia nello studio delle “morti improvvise”. I ricercatori padovani nel 2004 hanno anche individuato un nuovo gene responsabile della patologia, che in Italia provoca ogni anno 500 decessi fra i giovani, soprattutto sportivi.

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