Ino Pizzolato, il cuore della Tarvisium. 35 anni di panchina a caccia di talenti
Wednesday, June 27th, 2007
“Ho cominciato ad allenare nel ‘72. A quei tempi i ragazzi che uscivano dal vivaio della Tarvisium passavano automaticamente alla Metalcrom, ma io sapevo di non essere particolarmente dotato e non avevo voglia di lasciare l’ambiente. Così scelsi la panchina, e al secondo anno da vice di Cadamuro ci fu subito il primo scudetto giovanile”. Trentacinque anni dopo, Luigino Pizzolato - per tutti “Ino”, foto a fianco - è sempre là, ad insegnare rugby ai ragazzi, sul campo del secondo club di Treviso. In mezzo, con le magliette rosse non per caso della Tarvisium (nella foto sotto la club-house), stanno cinque scudetti giovanili (’73, ‘76, ‘80, ‘82, ‘84), un epico filotto di promozioni (dal C2 alla A1 fra l’83 e il ‘90) e la straordinaria avventura di una piccola società di quartiere capace di regalare alla palla ovale azzurra una lunga serie di talenti: i fratelli Francescato, Marchetto, Robazza, Zorzi, Trevisiol, tanto per citarne qualcuno.
Più che allenare la Tarvisium, “Ino” è la Tarvisium. Tornato al settore giovanile, dopo aver dato molto anche come tecnico federale, Pizzolato quest’anno guida un’under 19 che da matricola nell’eccellenza nazionale ha già dato filo da torcere a tutti, assestandosi al terzo posto nel girone dietro Benetton e Petrarca. “Per me in 35 anni non è cambiato nulla. Mi diverto ancora, sono sempre innamorato della squadra che alleno, che considero la migliore al mondo. Mi emoziono e soffro prima e durante le partite, come ho sempre fatto. Piuttosto è il rugby ad essere cambiato, perché è cambiata la società tutto intorno. Certi valori come lo spirito di sacrificio, il rigore della vita dell’atleta, sono ora molto più difficili da trasmettere”.
E’ però molto cambiato anche il gioco.
“Di sicuro, comunque i principi fondamentali restano gli stessi: la difesa, il possesso e la conservazione della palla, l’avanzamento, il sostegno. Anzi la maggiore organizzazione attuale impone che questi principi vadano rispettati con ancora maggiore severità, in quanto ogni errore, specialmente in difesa, ha oggi conseguenze più gravi che in passato. Ma in un gioco così strutturato torna ad acquistare valore la fantasia, la capacità di certi giocatori di scombinare gli schemi. Penso ad esempio ad uno come Dominici”.
C’è l’impressione che la tecnica individuale sia stata soppiantata dalla fisicità.
“Una volta c’era più cura nell’allenare ogni singolo gesto individuale. Ora ci si allena di più sulle situazioni di gioco. C’è molta più pressione, l’esecuzione deve essere veloce, per cui, per esempio, è importante l’efficacia del passaggio nel contesto piuttosto che lo stile. Certo ad alto livello si vedono talora grossi errori di tecnica ed in questo caso i giocatori dovrebbero trovare il tempo per allenarsi individualmente e limare i difetti che si portano dietro. Nel rugby di oggi le doti fisiche contano, però alla fin fine possono ancora fare la differenza Wilkinson, Robinson o ancora Dominici, gente di qualità. Certo, il tuo corpo deve essere comunque allenato a sopportare gli impatti, i cento chili in panca li devi alzare”.
Molti giocatori la adorano, però maledicono i suoi allenamenti durissimi. Vero o falso?
“So di avere questa fama, ma da parte mia penso solo a fare allenare la mia squadra nel giusto modo. E comunque la fatica è solo una questione mentale. Se c’è la voglia di emergere la fatica, fin tanto che sei in campo, non esiste”.
Lei ha formato molti giocatori approdati poi all’alto livello. Come si riconosce il talento?
“E’ qualcosa che c’è nel Dna, e lo vedi dai mezzi atletici, dalla facilità dei gesti, dal gusto nel gioco. Poi c’è qualcosa che viene fuori sul campo: la combattività, la voglia di misurarsi con l’avversario, il senso del collettivo”.
L’intervista completa ad Ino Pizzolato è sul numero di maggio della rivista Allrugby.