Dal vivaio del Petrarca alla gloria in azzurro. Silvano Babetto, passione e lavoro nel minirugby

By elvis. Filed in Storie di rugby  |  
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ghiraldini

PADOVA - Quando l’Italia batteva l’Argentina a Cordoba, conquistando un successo pesante pur a conclusione di una prova non certo convincente, a firmare la meta decisiva era Leonardo Ghiraldini (foto in alto), mentre la trasformazione del sorpasso la metteva fra i pali Andrea Marcato (foto a fianco).

Padovano il tallonatore, oggi anche capitano azzurro in assenza di Parisse, e padovano il kicker, già match-winner nello scorso Sei Nazioni contro la Scozia; classe ‘84 l’uno e ‘83 l’altro. E dalla città del Santo e della palla ovale affermatasi con il marchio Petrarca e con la benedizione di Memo Geremia arrivano anche altri giocatori chiave dell’Italia, come i due Bergamasco (Mirco, altro ‘83, e il più vecchio Mauro, ‘79) e Marco Bortolami (’80), oltre a Michele Rizzo (’82), in tournée alla ricerca di spazio con la gestione Mallett.

Andrea MarcatoUna straordinaria leva di rugbisti formatasi negli anni Novanta sui campi della Guizza ad una scuola fatta di passione e competenza. Silvano Babetto, che allena dal ‘91 le squadre del Petrarca fra gli under 11 e under 13, questi ragazzi li conosce bene. “Sono tutti passati nelle nostre squadre, è un orgoglio oggi vederli affermarsi a livello internazionale”, racconta Babetto, 46 anni, cuoco in un asilo nido e padre a sua volta di due giovani petrarchini, “alle spalle c’è il grande lavoro della società con la linea tecnica creata da Giorgio Sbrocco e con un gruppo di allenatori molto preparati. Certo conta anche la tradizione e il nome del Petrarca, contano le famiglie che ci sono dietro come nel caso dei Bergamasco, ma ormai i tempi sono cambiati, il rugby non è più un piccola nicchia. Bisogna sapere lavorare con i ragazzi per convincerli a scegliere questo sport”.

Se li ricorda da piccoli Ghiraldini e Marcato, gli autori del successo azzurro in Argentina?
“Certamente. Leonardo l’ho avuto per tre anni in under 11 e 12, giocava centro ed era già un ottimo placcatore. Fisicamente era un cubetto, ma allo stesso tempo con ottime capacità di corsa. E poi voleva sempre vincere: un anno, dopo avere trionfato al Topolino e al Bottacin, perdemmo in finale ad un torneo a San Donà e lui non parlò per tre giorni. Marcato è cresciuto a Selvazzano e l’ho avuto poco. Però le sue qualità balistiche era già chiare, vincemmo ai supplementari un torneo a Piacenza contro la Capitolina grazie ad un suo perfetto calcio trasversale sull’estremo”.

Petrarca juniorEra una generazione di grandi talenti.
“Nel giro di tre o quattro anni, dopo Bortolami e Mauro Bergamasco, sono venuti fuori anche Mirco Bergamasco, Marcato, Ghiraldini, Rizzo, Barbini, ed altri che ora giocano comunque nei campionati maggiori. Vincemmo tutto quello che c’era da vincere. La stella già allora era Mirco Bergamasco, un predestinato. Quando andavamo in trasferta, gli avversari si informavano all’arrivo del pullman se c’era lui e poi li sentivo dire: “Se c’è Mirco allora abbiamo già perso”".

Cosa ci vuole per essere un buon allenatore di minirugby?
“In primo luogo deve piacerti, deve essere un divertimento per te: solo così puoi trasmettere il piacere del rugby agli altri. Io ho dovuto smettere di giocare a vent’anni per un problema al cuore e ho riversato tutta la mia passione nel fare l’allenatore. Adesso che la stagione è finita non vedo l’ora che sia settembre per ritornare in campo con un nuovo gruppo di ragazzi. Parti all’inizio dell’anno con giocatori che magari non hanno grandi abilità, che non conosci e di cui ti devi conquistare la fiducia, poi arrivi a maggio che vedi un gruppo unito, li vedi cresciuti tecnicamente e mentalmente: queste sono le grandi soddisfazioni di un tecnico di queste categorie”.

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