1984, il Grande Slam dell’Australia. Così i Wallabies diventarono una grande potenza del rugby internazionale
Nello spazio di due mesi e di 17 partite di una tournée all’antica, una squadra ha rivoluzionato il rugby mondiale. Quattro vittorie in quattro test match contro le Home Unions, 100 punti e 11 mete segnate contro una sola subita e soprattutto uno stile di gioco espressione di modernità, efficacia e bellezza.
Nell’ultimo match, contro la Scozia, allora la migliore delle formazioni britanniche, i Wallabies realizzano quattro mete strepitose. L’ultima è frutto di un lungo contrattacco articolato da un intercetto di Grigg, un passaggio perfetto di Tuynman e una fuga di Campese. Michael Lynagh firma 21 punti, eguagliando il record per un giocatore australiano. Quanto all’apertura, Mark Ella (nella foto in alto) firma un Grande Slam personale con una meta segnata in ogni test. “La sua velocità di passaggio era meravigliosa, così come la sua capacità di raddoppiare. Tutti i trequarti australiani eccellevano in questa arte, del resto. Le loro azioni d’attacco al limite del passaggio a vuoto erano irresistibili”, ricorda Henry Broncan, oggi manager dell’Agen.
I media sono sotto shock. “Questi australiani ci hanno offerto ‘Un sole in ogni immagine’, come il film di Abel Gance”, scriveva Olivier Venries su Midi Olympique di allora. Nel grigio dell’autunno britannico, lo splendore dell’arancio vivo delle loro maglie simboleggiava l’energia, la gioia, oltre che l’emergere di una nuova potenza che, più di vent’anni dopo, non è ancora in declino.
Quando sbarcano in Inghilterra in quella fine di ottobre del 1984, gli australiani non fanno ancora paura, ma sono solo degli amabili cugini di provincia: dotati sì, qualche volta rissosi, ma un po’ dei dilettanti. In sei match, per esempio, non hanno mai battuto i Lions ed hanno vinto solamente una volta su sei a Murrayfield. Tre anni prima, si erano presentati con una formazione che doveva essere la migliore della loro storia e il bilancio era stato crudele: tre sconfitte in quattro partite. Il rugby australiano soffre di una inconsistenza che è ancora più evidente a paragone con il rigore dei vicini neozelandesi. La spiegazione è limpida: un’atmosfera di puro dilettantismo che non porta i giocatori al massimo livello e la concorrenza dei professionisti del XIII che si assicurano i migliori elementi.
Tuttavia qualcuno ricorda che nel 1981-82 i Wallabies del coach Bob Templeton avevano segnato più mete dei loro avversari in ogni test e che avevano fallito la tournèe vittime soprattutto dell’assenza di un calciatore affidabile e di un inverno siberiano. Nel 1984 i loro successori viaggiano tesi come mai. Hanno appena cambiato allenatore. Bob Dwyer, il raffinato tecnico del Randwick, è stato silurato dopo una deludente tournée in Francia. Ha dovuto cedere il posto a Alan Jones (nella foto), un singolare personaggio che sfoggia una colorata serie di cappellini.
Amante dell’opera, conduttore radiofonico, non ha mai praticato seriamente il rugby. Ma si è fatto le ossa con i giovani del prestigioso King’s College prima di occuparsi del club del Manly di cui è proprietario lo staff del primo ministro liberale Malcom Fraser, del quale scrive i discorsi. Jones si è imposto alla guida dei Wallabies grazie ad una sottile manovra politica. Prima ha giocato sulla rivalità tra New South Wales e Queensland, poi all’interno dello stesso New South Wales ha sfruttato la gelosia suscitata del Randwick, tradizionale laboratorio del rugby australiano.
Sempre pronto alla provocazione, si autodefinisce “Gengis Khan”. Assunto l’incarico, afferma il suo potere ritirando la fascia di capitano a Mark Ella (anche lui del Randwick) per darla ad Andrew Slack, un giocatore di Brisbane. La stampa lo divora, mentre si diffonde la voce di una rivolta dei giocatori. Ma Jones tira dritto e senza perdere tempo mette in pratica i suoi metodi. Che rivoluzioneranno il rugby australiano. Come Dwyer si manteneva calmo in qualsiasi circostanza, così Jones cambia rapidamente umore. I suoi numerosi nemici insistono sui limiti di Alan Jones, che non avrebbe fatto altro che ereditare il gioco impostato dal suo predecessore e proseguito da Mark Ella.
Ma questo personaggio controverso non è un impostore e si rivela al contrario come uno straordinario motivatore. Per la pressione terribile esercitata su ogni giocatore, darà una consistenza inattesa alle idee di Dwyer e Templeton. E’ estremamente esigente in termini di preparazione fisica e tecnica. “So ciò di cui sei capace, e so che non l’hai ancora mai realizzato”, ha l’abitudine di dire ai suoi giocatori. Alla vigilia del match di Murrayfield, i suoi uomini hanno paura e lui ammonisce: “Ci sono quattro cose da non ritorneranno più: la freccia scoccata, il tempo passato, le parole dette e le occasioni perdute”.
I suoi sfoghi sono memorabili. Si dice che ancora oggi diversi giocatori non gli rivolgano la parola. Ma la sua intransigenza fa progredire i Wallabies nei loro punti deboli tradizionali, la conquista e l’intensità degli scontri degli avanti. Fa un saltatore intrepido di un Steve Cutler ritenuto molliccio e pauroso. Dall’arrivo dei Wallabies in Gran Bretagna, Jones usa la frusta. Sul campo di Exeter il suo pack è massacrato dalla fatica. Quando sente i suoi uomini sfiniti, improvvisa una dichiarazione degna di Napoleone: “E’ dura ma vedrete che buon sapore ha la vittoria”. A Cardiff, Tuynman segnerà su una maul penetrante. Il pack gallese, ritenuto feroce, viene messo a tacere.
E Jones non ha paura di lanciare i giovani. Lascia da parte veterani come Cox, Hawker e Roche per far prendere fiducia ai debuttanti Nick Farr-Jones, mediano di mischia, Michael Lynagh (foto a fianco), centro, e David Codey, terza linea.
A Twickenham, nel primo test match, la collaborazione a distanza Dwyer-Jones porta i suoi frutti. I saltatori Tuynman e Cutler arpionano 21 palloni contro gli 8 degli inglesi. Assicuratisi i palloni a disposizione, i Wallabies iniziano a dispiegare il loro gioco innovatore. In che cosa? Il loro rugby si avvicina alle teorie del moto perpetuo. “Sono stati i pionieri della continuità di gioco. I loro trequarti avevano linee di corsa dritte per assicurarsi rapidi sostegni. Sono stati i primi a legare il gioco degli avanti a quello dei trequarti”, spiega Pierre Villepreux.
Con questi Wallabies, i raggruppamenti diventano delle accelerazioni del gioco, tutto è studiato perché non si impieghino molti avanti nei raggruppamenti, in modo da lasciare uomini disponibili nel sostegno. Appaiono nuove nozioni come le traiettorie di corsa, i punti di incontro o la programmazione di una catena di due o tre sequenze offensive. “Penso che siano stati i primi anche nell’impiegare tutta la squadra sulla linea ed in particolare l’ala sul lato chiuso”, ricorda Patrice Lagisquet. L’allenatore del Biarritz ricorda anche gli interventi decisivi dell’estremo Roger Gould, attorno al quale il gioco si sviluppava con una regolarità quasi sconcertante. Come se ogni azione offensiva fosse inventata al momento, una illusione secondo Pierre Villepreux: “Si basano sulla programmazione e non sull’adattamento, questo significa che il gioco australiano può diventare fragile contro una squadra in grado di resistere fisicamente”. Per Lagisquet, tutto questo non era una sorpresa: “Con la Francia li avevamo affrontati nel 1983 quando erano allenati da Dwyer. Eravamo riusciti a batterli, eppure le loro combinazioni in prima fase e le loro variazioni ci avevano già molto impressionato”.
L’impatto di questo primo Grande Slam è enorme, sia sul piano del gioco che in quello geopolitico. Accelera la creazione della Coppa del Mondo. Il dossier era depositato dall’inizio dell’anno negli uffici dell’International Board e la crescita di una nuova nazione forte nell’emisfero sud finisce per convincere i capoccia del Nord che il rugby merita il suo torneo mondiale. Non lo vincerà l’Australia, vittima di una euforica Francia in semifinale. A lungo tempo, la pressione di Alan Jones si era rivelata deleteria per dei giocatori diventati nel frattempo delle primedonne. David Campese (foto a fianco) e gli altri domandano la sua testa e la ottengono. E’ l’anno in cui il rugby viene ammesso all’Istituto dello Sport di Canberra, la Silicon Valley dello sport australiano. I Wallabies perciò non hanno più bisogno di un uomo della Provvidenza per continuare la loro evoluzione. Al suo posto, l’ARU richiama Dwyer e Templeton. Sono loro che abbracceranno la Coppa del Mondo nel 1991.
Le sfide della tournée
3 novembre a Twickenham, Inghilterra-Australia 3-19 (mete di Ella, Poidevin, Lynagh, 2 trasformazioni e un piazzato di Lynagh)
10 novembre a Dublino, Irlanda-Australia 9-16 (m. Ella, 2 drop Ella, 1 tr. e 1 cp. Lynagh)
24 novembre a Cardiff, Galles-Australia 9-28 (m. Lawton, Lynagh, Tuynman, Ella, 3 tr. e 2 cp. Gould)
8 dicembre a Murrayfield, Scozia-Australia 12-37 (2 m. Campese, m. Ella, Farr-Jones, 3 tr. e 5 cp. Campese)
La formazione australiana
Questa la formazione-base dei Wallabies nei test contro le squadre britanniche: Gould - Campese (Grigg), Slack, Lynagh, Moon (Burke) - Ella, Farr-Jones - Codey (Roche), Tunyman, Poidevin - Williams, Cutler - McIntyre, Lawton, Rodriguez. Della spedizione australiana faceva parte anche Tim Lane, che più avanti sarebbe stato anche nello staff tecnico dell’Italia.
(fonte: Jérôme Prevot, Midi Olympique)