Raccontiamo che cosa è il terzo tempo, quello vero (e pure con Martin Johnson)

martin-johnson-casetta.jpgDopo tanto parlare per le decisioni del calcio, sabato scorso il giornale per il quale scrivo mi ha chiesto di raccontare il “terzo tempo” della partita di Heineken Cup fra Benetton e Dragons. Nello sport più popolare in Italia se la sono cavata con un saluto (obbligatorio) alla fine della partita, io nel mio piccolo ho cercato di spiegare che quello del rugby è proprio un approccio diverso nei confronti dello sport. Mi domando poi se è giusto tutto questo interesse attorno all’etica della palla ovale: non è la cosa più normale e scontata del mondo che lo sport sia un modo per stare insieme? Ecco comunque il pezzo uscito sul Corriere del Veneto di domenica 9 dicembre. 

La partita è finita da un’oretta. Un match teso fino all’ultimo, che i gallesi del Newport hanno portato a casa per soli due punti e dopo anche qualche vigorosa scazzottata con i trevigiani. La club-house dello stadio di Monigo, una struttura un po’ rustica che tutti chiamano semplicemente “casetta”, è affollata. Ci sono i giocatori del Benetton, le morose e le mogli, parecchi bambini che scorrazzano e pure qualche bebè, come il figlio dell’ex All Black Nathan Mauger che è nato proprio a Treviso appena tre mesi fa. Mike Horak spinge una carozzina, Brendan Williams si coccola la piccola Chanel. Gli ospiti, i “Dragons”, vestono casual con camicia rosa e maglioncino blu con il logo dello sponsor. Hanno apprezzato le lasagne e si complimentano con il signor Vinicio, che ha in carico l’organizzazione del dopo-partita.

Un tipo sui quaranta ordina una birra - “the big one, please” - e un panino: è l’arbitro inglese della partita. Dirigenti, allenatori, amici, sono tutti qui. E anche un paio di tifosi del Benetton davvero speciali. Uno è un armadio a tre ante ed è incollato al televisore, si chiama Martin Johnson ed è stato il capitano dell’Inghilterra quando il XV della Rosa vinse i Mondiali quattro anni fa (nella foto in alto). Per stazza e prestigio, un monumento del rugby mondiale. Danno la partita del Leicester, la sua squadra per una vita. Il signor Johnson, il babbo di Martin e di Will, che gioca nel Benetton, veste una maglietta biancoverde del Treviso e ha l’allegria affabile degli inglesi con un paio di pinte in corpo. Ecco il terzo tempo. Qualcosa di banale e allo stesso tempo straordinario: stare insieme, mangiare e bere allo stesso tavolo, recuperare la dimensione della socialità dopo che per 80’ ci si è sfidati contendendosi ogni metro di terreno, senza risparmio. Gli isterismi del calcio sono lontani anni luce dalla “casetta” di Monigo.

benetton-dragons.jpgEppure Treviso avrebbe pure di che recriminare. La vittoria in Heineken Cup sembrava ormai realtà quando i biancoverdi erano riusciti a sorpassare i gallesi sul 33-32 a soli 5’ dal termine. Marius Goosen aveva messo dentro un piazzato non facile. E al momento dell’esecuzione tutto il pubblico, sia quello che tifava Benetton che quello per Newport, aveva fatto silenzio per favorire la concentrazione del calciatore. Gli ospiti pensavano di avere già chiuso la pratica dopo la quarta meta realizzata ad inizio ripresa per un rassicurante 32-13. Ma con un parziale di 20-0, complice il cartellino giallo a Rhys Thomas, Brendan Williams e soci avevano rovesciato lo score e strappato applausi con due brillanti azioni collettive concluse con le zampate di Borges e Sgarbi.

In extremis, però, Ceri Sweeney risistemava tutto per i Dragons, a loro volta affamati del primo successo in Heineken. Il suo drop valeva il 35-33 definitivo. Un finale da far saltare i nervi. Qualche decisione dell’arbitro inglese non è stata proprio limpidissima. Franco Smith a fine match: “Abbiamo regalato ai gallesi almeno un paio di mete, non è mancata l’organizzazione difensiva ma proprio il placcaggio nell’uno-contro-uno. Dell’arbitro non voglio parlare, certo il rugby italiano deve ancora guadagnarsi considerazione in Europa”.

Nel rugby (quasi sempre, esistono naturalmente le eccezioni) tutto finisce lì, con l’uscita delle squadre dal campo. Del terzo tempo si è parlato per tutta la settimana dopo la decisione del calcio di adottare un cerimoniale post-partita all’insegna del fair play, ma in realtà per il rugby la regola non è mai stata codificata. Il terzo tempo non è il saluto obbligatorio fra i giocatori alla fine del match. Il terzo tempo è un approccio allo sport. Sono le birrette, le lasagne, il tempo della riflessione e dello scherzo. Ma è anche il silenzio del pubblico al momento del calcio piazzato. Il rispetto dei giocatori nei confronti delle decisioni dell’arbitro. E’ andare allo stadio come si va ad una sagra paesana. Tutto qui, “solo” e semplicemente questo.

Ps. Devo dire che Martin Johnson visto da vicino è una montagna ed è brutto da far paura. Gli mancano solo gli elettrodi attaccati sul collo e sarebbe Frankenstein. Ma non ditegli che ho detto questo di lui.

2 Responses to “Raccontiamo che cosa è il terzo tempo, quello vero (e pure con Martin Johnson)”

  1. Giovanni Pelosio Says:

    ciao Elvis, c’ero anch’io sabato a Monigo, bella partita, peccato per il risultato.
    Bella anche l’atmosfera che si respirava più tardi nei pressi della casetta.
    In effetti Johnson è una montagna, visto da vicino fa proprio impressione. Mi chiedeva Redfern, l’allenatore del Feltre, come mai suo fratello Will gioca poco… è fuori condizione? stammi bene

  2. Elvis Says:

    Ciao Giovanni, è vero che Will Johnson gioca pochino ma va anche detto che fra seconda e terza linea c’è una concorrenza spietata per il posto da titolare, tanto più ora che sono arrivati anche i due animali sudafricani Louw e Van Zyl. Lo stesso Orlando, che è pure il capitano del Benetton, fa fatica a trovare spazio (sabato è subentrato ed ha placcato tutto). In ogni caso Johnson secondo me è un giocatore prezioso, anche se non appariscente, e alla lunga tornerà utile a Smith. Oltretutto è una squisita persona e sembra avere tutta l’intenzione di rimanere a vivere a Treviso con la famiglia (ha già comprato casa…)

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