Nick Mallett: “Crescita dei giovani e quarti di finale nel 2011, i miei progetti per il rugby azzurro”

By elvis. Filed in Storie di rugby, Uncategorized  |  
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mallettEra il 1982 quando Nick Mallett approdò alla Sanson Rovigo, nel pieno boom del rugby veneto e degli infuocati derby fra i “bersaglieri” rossoblù e il Petrarca della Padova borghese e universitaria. Quell’anno lo scudetto lo vinse però l’allora emergente Treviso dei tre Francescato, mentre Mallett, rocciosa terza linea, conquistava i tifosi rodigini soprattutto per lo straordinario orgoglio sfoderato in campo.

Venticinque anni dopo, a conclusione di una complessa trattativa gestita dal procuratore sandonatese Alessandro Corbetta (“il Galles avrebbe fatto ponti d’oro per averlo”, sottolinea l’agente), torna ad incrociarsi con l’Italia il cammino di questo sudafricano con due lauree di Oxford nel cassetto e un curriculum prestigiosissimo da allenatore: fra gli highlights, una semifinale mondiale e un record di 17 vittorie consecutive alla guida degli Springboks, oltre ai successi con lo Stade Français. Toccherà a Mallett il non facile compito di ricostruire una Nazionale azzurra reduce dalla delusione dei Mondiali, con lampanti lacune di organico nei ruoli-chiave e con un movimento debole alle spalle.

“E’ una grande sfida per me, ne sono consapevole. Ma le sfide mi affascinano, più che farmi paura: le ho affrontate e vinte con il Saint-Claude in Francia e in Sud Africa con il False Bay, che ho portato dal dodicesimo al terzo posto in campionato, e con il Boland, che passò in due anni dalla diciannovesima posizione alle nona e quindi alla quinta. L’Italia affronterà sempre squadre che la precedono nel ranking, la prima scommessa sarà far giocare la squadra sempre al massimo delle sue potenzialità per poter essere competitiva. Da parte mia il primo passo importante sarà conquistare la fiducia della squadra: quando sei un giocatore puoi affermarti con l’esempio in campo, da allenatore servono le parole giuste e la sensibilità per instaurare con i giocatori un rapporto di amicizia e di rispetto, non è un impegno facile”.

Quali traguardi si propone? “A breve termine vorrei che l’Italia fosse competitiva contro ogni avversario del Sei Nazioni, sconfitte di 30 punti non sono più accettabili. Nell’arco di due stagioni dobbiamo sviluppare nuovi giocatori soprattutto per la mediana e i trequarti, visto che nella conquista possiamo già lottare alla pari con tutti. Vorrei utilizzare stranieri solo se sono dei fuoriclasse e se non ci sono alternative nella posizione. Goosen è eleggibile? L’ho avuto come giocatore al Boland, è un buon trequarti ma non è più giovanissimo: meglio costruire giovani italiani per il futuro. E con questi giocatori tentare di giungere ai quarti nei Mondiali del 2011. Ce l’hanno fatta Fiji, Scozia, l’Argentina che è poi giunta anche in semifinale, non vedo perchè non dovrebbe farcela anche l’Italia, che forse meriterebbe un posto più in alto nel ranking internazionale”.

mallett italiaC’è il problema di un campionato italiano che non è di alto livello, rispetto agli tornei europei. “A questo deve pensare la Fir, cercando di reperire sponsor per rinforzare il campionato ed evitare che tutti i migliori vadano all’estero. Comunque il caso dell’Argentina dimostra che non un campionato nazionale competitivo non è indispensabile per avere una squadra di alto livello. Bisogna però lavorare per fare in modo che chi gioca in Italia sia fisicamente allo stesso livello di chi gioca in Francia e in Inghilterra. Per confrontarsi a livello internazionale ci sono dei parametri di forza, velocità e dimensioni (“strenght, speed, size” in inglese, ndr) dai quali ormai non si può prescindere”.

Chi sarà il capitano della sua Italia? “E’ una questione che affronterò assieme allo staff e alla squadra, ma anche parlando con lo stesso Berbizier e con gli allenatori del campionato: ho un buon rapporto sia con Franco Smith che con Jim Love, appena arriverò in Italia voglio conoscere anche i tecnici delle altre squadre. Quella del capitano è una scelta importantissima, molti dei meriti di White alla guida degli Springboks sono da dividere con Juan Smith, un leader straordinario. In passato ho avuto la fortuna di avere nelle mie squadre grandi capitani, come Galthiè e Auradou. Un capitano deve essere un buon comunicatore e un uomo sincero e integro, e deve avere la piena fiducia dei compagni. E’ decisivo nello sviluppo del piano del gioco, interpretando le esigenze del tecnico e allo stesso tempo dei compagni. Ma prima di pensare ad una scelta così importante, voglio conoscere la squadra, capire le dinamiche fra i ragazzi”.

A quale ruolo nello staff azzurro pensa per Troncon? “Non lo conosco ancora ma credo che un giocatore, seppur ottimo, debba fare dell’esperienze da allenatore in un club o in una Nazionale giovanile prima di affrontare delle responsabilità ad alto livello. Potrebbe avere un ruolo di raccordo fra squadra e staff, oppure formarsi a fianco dei tecnici”.

sanson rovigoQuali ricordi conserva della sua stagione da giocatore a Rovigo? “Fu una esperienza straordinaria, soprattutto fuori dal campo. Avevo ventisei anni e terminata l’università seguii il consiglio di venire in Italia da parte di un caro amico che giocava a Parma, Dugald McDonald. Fabrizio Sintich mi diede una mano con la lingua e l’inserimento nella squadra allenata dallo scozzese McEwan fu molto rapido. Con me e la mia ragazza, oggi mia moglie, la gente di Rovigo fu splendida. Fu anche l’occasione per trascorrere dei giorni a Venezia e per visitare l’Italia, ogni trasferta significava vedere un’interessante città o anche solo nuovi paesaggi che scorrevano dal finestrino del pullman; le amicizie con altri sudafricani, cioè Paul Lombard a Treviso e Rod Louw all’Aquila, ci permisero viaggare molto. Per la prima volta ebbi l’occasione di imparare una lingua straniera e di confrontarmi con lo stile di vita dell’Europa continentale, si trattò di un esperienza di vita molto importante per la mia successiva carriera. Non posso dimenticare la febbre dei rodigini per il rugby, a cominciare naturalmente dal derby con il Petrarca. Appena arrivato a Rovigo ebbi modo di incontrare alcuni tifosi in piazza che mi spiegarono chiaramente i loro obiettivi: “quest’anno non siamo da scudetto, quindi ci interessa solo battere il Petrarca e che lo scudetto non lo vincano i padovani”. Al Battaglini perdemmo il derby di misura e dall’amarezza della gente capii quanto era importante quella partita per tutta Rovigo. In campionato dopo il successo si sentiva l’euforia dei tifosi, con la sconfitta la delusione era palpabile in tutta la città. In Sud Africa non avevo mai conosciuto un ambiente così appassionato”.

Dal Corriere del Veneto del 26 ottobre scorso

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