Pochi ritocchi in casa Benetton per quanto riguarda il reparto della mediana, che ha visto un solo sostanziale avvicendamento con l’ingaggio del giovane australiano James Ambrosini (foto sotto) quale vice-Burton nel ruolo di numero 10, al posto di Willem De Waal. Il sudafricano aveva fatto intravedere notevoli qualità nella sua prima stagione in biancoverde, soprattutto per potenza e precisione al piede, ma l’anno scorso si è del tutto smarrito, soffrendo lo scarso minutaggio in parte obbligato dalle regole Fir su uso e ruoli degli stranieri.

Ambrosini è un’atleta tutto da scoprire. Lo staff trevigiano chiede di dare al ventunenne James il tempo per crescere e maturare, libero da pressioni; da vedere se la Nazionale rispetterà questa esigenza o se, come successo con altri giocatori, l’australiano sarà subito provato sugli scenari internazionali (con il rischio di “bruciare” il ragazzo). La filosofia munariana è sempre stata invece molto prudente sui giovani: Mauro Bergamasco fu fatto debuttare da titolare da Georges Coste in Nazionale prima di ancora di trova un posto stabile nella prima squadra nel Petrarca. In altre realtà l’apertura anche inesperta viene buttata in campo come i lapponi buttavano i bambini neonati nella neve: se sopravvive è adatto, sennò amen. Così abbiamo visto all’opera quest’anno aperture di 19 anni come Matthew Morgan degli Ospreys (un suo calcio a tempo scaduto è valso il pari ai gallesi a Monigo) e Harry Leonard dell’Edinburgh, o di 22 anni come Ian Madigan del Leinster.

Il numero 10 titolare del Benetton resta Kris Burton. Ha ancora qualche limite, soprattutto in difesa, ma di è molto cresciuto da quando è arrivato a Treviso. In attesa della maturazione di Ambrosini l’alternativa principale all’apertura è Toby Botes, appoggiando così anche il progetto azzurro di Brunel. Botes e Burton peraltro si dividono la responsabilità nei piazzati (a meno che non cominci a calciare Tommy Benvenuti, al quale il piede buono non manca). Ma Franco Smith ha inoltre l’opzione McLean, mentre non è escluso – ma poco probabile – che anche a Iannone e Morisi prima o poi venga offerta l’occasione per dimostrarsi all’altezza in posizione di regia. E’ un dato di fatto che i giocatori che in Italia emergono come apertura nelle categorie giovanili non si rivelano poi in grado di sostenere ritmi e pressione del rugby internazionale “adulto”. Si pensi a Marcato e Bocchino.

Quanto ai mediani di mischia, il Benetton può contare su Botes come primissima scelta (il sudafricano è però oggi alle prese con la doppia operazione). Sarà la stagione della verità per “Ugo” Gori, che la fiducia dello staff biancoverde l’ha sempre avuta ma che nel suo primo anno trevigiano era stato limitato da un infortunio e nello scorso aveva cominciato la preparazione con il club in ritardo, essendo impegnato nei Mondiali.

Il toscano è sbocciato a primavera con una serie di ottime prestazioni, dimostrando di avere talento e personalità da vendere (anche giocando all’ala, come può fare lo stesso Botes). Di certo Gori avrà ampio minutaggio nella prossima stagione. Le combinazioni di mediana più gettonate dovrebbero dunque essere Burton-Botes, Burton-Gori, Botes-Gori. Presumibilmente ci sarà meno spazio per Fabio Semenzato, mentre hanno un passato come mediani di mischia sia Toniolatti che La Grange e quindi dovrebbe essere finito il tempo delle “invenzioni” durante i periodi di emergenza per gli impegni della Nazionale. Treviso infine non ha ancora deciso sul rinnovo di Di Bernardo. Vero che ha giocato poco, ma la sua esperienza potrebbe pur sempre tornare utile.

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Mauro Bergamasco sposa il progetto delle Fiamme Oro. Sarà nella squadra della Polizia di Stato il futuro del flanker padovano, che ha deciso di iniziare una nuova vita sportiva nelle fila amaranto. I dettagli non sono ancora noti, ma se i “poliziotti” dovessero conquistare la promozione in Eccellenza Bergamasco potrebbe passare fin dalla prossima stagione a giocare nelle Fiamme Oro, iniziando anche un’esperienza da allenatore.

Nella rivista Polizia Moderna dello scorso febbraio, era comparsa un’intervista in cui Mauro Bergamasco lodava l’attività delle Fiamme Oro. «Credo sia veramente importante un team che rappresenti l’istituzione», aveva dichiarato, «perché un po’ come l’arbitro nel rugby così la polizia nella vita di tutti i giorni vigila sul rispetto delle regole. Che la polizia abbia un gruppo sportivo è importante, non solo per quanto riguarda, nello specifico, il rugby, ma per tutto il movimento sportivo italiano. Può contribuire, sicuramente, ad avvicinare di più il cittadino all’istituzione e far passare attraverso lo sport i messaggi che vuole lanciare».

Con il primo comunicato ufficiale da parte della nuova associazione dei rugbisti italiani, denominata G.I.R.A., viene annunciata la composizione della vertenza Viadana con l’accettazione di un taglio (-20%) nei contratti dei principali giocatori ingaggiati con gli Aironi l’anno scorso.

La nuova franchigia risparmierà dunque sugli onerosi contratti siglati con gli azzurri “di rientro”, promettendo al contempo di rispettare tutti gli accordi in essere. Una soluzione che dunque accontenterebbe tutti, giunta a conclusione di un incontro domenica scorsa fra la dirigenza degli Aironi (Melegari-Tonni) e una rappresentanza degli atleti, assieme all’avvocato Federico D’Amelio.

Qui i dettagli salienti dell’accordo “sindacale” raggiunto, tratti dal comunicato dei Giocatori Italiani Rugby Associati.

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Quello della terza stagione di Pro12 sarà un Benetton tecnicamente più attrezzato, con una rosa più ampia e con più opzioni a disposizione di Franco Smith (anche nei periodi, sempre difficili, dei test-match di novembre).

Un Benetton probabilmente più giovane se arriveranno, oltre a James Ambrosini, anche i vari giocatori che piacciono a Treviso e ai quali piace Treviso, come Morisi, Campagnaro, Fuser ed Esposito. Anche un po’ più veneto, grazie all’ingaggio di questi ultimi tre e del pilone sandonatese Alberto De Marchi: è vero che il Benetton non ha mai contrattualizzato sinergie con i club vicini, ma di fatto gode di buone relazioni almeno con Petrarca e Mogliano ed il suo pubblico attrae spettatori da tutta la regione.

Cosa riserverà la prossima stagione ai tifosi di Monigo? Difficile che il Benetton possa fare un salto simile al Glasgow, passato nel giro di una stagione dal penultimo posto ai playoff. I biancoverdi oggi non sembrano ancora pronti a reggere tutte le pressioni di una stagione fra Pro12, Heineken Cup e Nazionale, obiettivo per il quale è fondamentale la gestione della rosa. Possibile che il Benetton possa collocarsi in una posizione di classifica più gratificante, levandosi magari qualche soddisfazione importante. E soprattutto cominciando a costruire l’ossatura della squadra del futuro.

Proviamo ad analizzare nei prossimi giorni la squadra del 2012-2013 reparto per reparto. Cominciamo dal settore dei trequarti. E’ quello che più è stato ritoccato. Due nuovi arrivi stranieri di qualità, Christian Loamanu e Doppies La Grange (foto). Il primo è un rifinitore, non nel senso che giochi “di fino” ma nel senso che possiede le doti fisiche per rompere il placcaggio e per trovare facilmente la meta. Da tempo si bisbiglia a Treviso che Brendan Williams potrebbe smettere, ma è una voce che circola puntualmente alla fine di ogni campionato.

Con l’arrivo di Loamanu Treviso si è comunque cautelata per quanto riguarda il capitolo “estremo che contrattacca”. Per le situazioni più prudenti c’è sempre McLean (e il suo buon piede). Un buon attaccante è anche Giulio Toniolatti (foto in alto): un salto di qualità rispetto a Benjamin De Jager e Michele Sepe, la cui avventura in biancoverde sembra ormai conclusa. Se Ludovico Nitoglia si è affermato come un interprete affidabile nel triangolo arretrato, c’è l’alternativa di Tommaso Iannone e resta il fatto che possono sempre giocare ala Benvenuti, Botes e pure Gori.

La Grange è un centro solidissimo soprattutto in copertura e per di più parla la stessa lingua dello staff tecnico. Può giocare primo e secondo centro (e anche mediano di mischia). Diventerà un punto di riferimento nei meccanismi difensivi della squadra. «Ci saranno situazioni in cui avremo bisogno dell’esplosività di Loamanu, altre in cui sarà utile un “fratello maggiore” come La Grange per guidare con sicurezza il reparto», commenta il dg Vittorio Munari. Nel midfield c’è ampia scelta di combinazioni fra Sgarbi, Benvenuti, La Grange, Iannone. E’ poco probabile che Gonzalo Garcia (4 partite quest’anno, una sola da titolare) ed Ezio Galon (comunque 13 partite di Pro 12, 11 nel XV di partenza ) verranno rimpianti. Anche Andrea Pratichetti, classe 1988, ha fatto vedere buone doti nelle occasioni in cui è stato schierato (5 gare di Pro 12, 2 di Heineken Cup), mentre Luca Morisi già da permit player ha dimostrato fisico e maturità. Il milanese, con doti tecniche già ampie, ha comunque ancora grandissimi margini di miglioramento.

Si dice un gran bene del talento di Angelo Esposito e soprattutto di Michele Campagnaro. Se effettivamente arriveranno, dovranno lavorare duro per trovare spazio. Un reparto arretrato, dunque, che è stato di certo arricchito. Con tanta abbondanza di uomini, toccherà a Smith far quadrare il cerchio e rinnovare il repertorio degli schemi offensivi.

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Franco Paludetto ci ha lasciato pochi giorni fa. Classe 1940, mediano di mischia, era stato un giocatore del Treviso, dell’Amatori Milano e del Rovigo, giungendo fino alle porte della Nazionale. Franco era una persona di modi squisiti e di grande sensibilità, che come molti della sua generazione faticava ad accettare il rugby nella sua versione “moderna” e professionistica. Aveva scritto un paio di libri di memorie sulla sua esperienza nel mondo della palla ovale (“I sogni e le mischie” e “Oltre la linea bianca”). Lo disturbavo spesso, facendomi regalare ricordi dei suoi anni rugbistici pieni di sapore. I miei preferiti erano quelli riguardanti Maci Battaglini e i derby veneti. Ogni tanto mi aveva spedito delle mail con i suoi racconti. Ne ripropongo uno qui, con la certezza che a Franco avrebbe fatto piacere condividere le sue emozioni con altri appassionati di questo sport.

(Nella foto il Treviso del 1964, primo anno della sponsorizzazione Metalcrom. L’allenatore era Lollo Levorato, il primo in piedi da sinistra. Franco Paludetto è il terzo degli accosciati da sinistra).

I DERBY VENETI – di Franco Paludetto

La settimana che precedeva la partita con il Rovigo, il Petrarca e le Fiamme Oro, noi trevisani ci allenavamo con più impegno del solito. Il derby creava una grande attesa anche in città, con la gente che parlava di rugby in piazza dei Signori, nelle osterie, tra le bancarelle del mercato. Gli appassionati che incontravamo il sabato sera al bar Biffi ci battevano una mano sulla spalla dicendo: “Domani dovete vincere anche per noi.” La domenica le tribune erano stracolme, con sventolare di bandiere biancocelesti, bianconere e rossoblù. Le partite erano sempre battaglie dure, senza esclusioni di colpi, specialmente con il Petrarca. “In amore e in guerra tutto è lecito”, dice un proverbio che non mi sembra il massimo della saggezza.

Con il Rovigo avevamo un rapporto diverso, sempre grintoso e combattivo, ma basato sul rispetto e la stima reciproca. Rovigo e Treviso erano province povere e ci sentivamo un poco cugini. Con le Fiamme Oro non c’era molto antagonismo. Era una squadra nata da poco, formata da giocatori-poliziotti provenienti da tutte le regioni. Dal 1958 cominciarono a vincere scudetti a ripetizione e a fornire undici giocatori alla Nazionale, ma non avevano una storia, una tradizione radicata nel Veneto, ed erano guardati come estranei, fortunati a prendere dei soldi per giocare a rugby.

I derby più caldi, alle volte bollenti, erano tra Padova e Rovigo, città diverse per condizioni sociali e idee politiche. Il Polesine era una zona depressa e aveva subìto la terribile alluvione del 1951 con conseguente disoccupazione ed emigrazione. Alcuni rugbisti rossoblù avevano perso il lavoro. Il pilone Gabanella fu costretto a trasferirsi a Milano, dove i dirigenti degli Amatori gli avevano trovato un’occupazione. I rodigini erano stati campioni d’Italia negli anni 1951, 52, 53 e 54. Nel 1955 vinse il Parma, nel 1956 noi di Treviso, e nel 1957 nuovamente il Parma.

I polesani avevano una grande voglia di ritornare ad essere i protagonisti del campionato e di ricucirsi sulle maglie lo scudetto tricolore. Giocavano con grinta specialmente con il Petrarca, una squadra molto forte con Ponchia, Comin, Luise I, Danieli e Silini, titolari in Nazionale. Il colore politico dei rodigini tendeva al rosso, come quello della vicina Emilia. Faceva grandi incassi il film “Don Camillo”, tratto da un romanzo di Guareschi, che racconta le rivalità tra un prete e un sindaco comunista.

Padova era una ricca città industriale, considerata la Milano del Veneto. I rugbisti padovani appartenevano a famiglie abbienti ed erano quasi tutti studenti universitari del Collegio Antonianum dei Padri Gesuiti. Giocavano in maglia nera ed erano circondati da numerosi preti in tonaca nera. Tutto quel nero faceva pensare che anche le idee politiche tendessero a quel colore. Questa contrapposizione sociale e politica esplodeva nei derby, sia al campo Tre Pini di Padova che al Tre Martiri di Rovigo. Bastava un piccola scintilla, un placcaggio in ritardo, una parola, per scatenare la rissa. Molto spesso le partite si vincevano o si perdevano con lo scarto minimo di tre punti, e gli arbitri e i segnalinee erano sempre in pericolo.

Una grande conquista del rugby moderno sono i pali alti delle porte. Una volta erano corti, della misura minima permessa dal regolamento, ed era difficile per i guardalinee e l’arbitro decidere se un calcio di punizione, un drop o una trasformazione sparati alti avevano centrato la porta. La loro decisione di convalidare o  annullare un calcio era spesso contestata dai giocatori e dagli spettatori sistemati in posizioni diverse, con altri orizzonti. Ognuno vedeva il pallone dentro o fuori secondo la propria convenienza. Allora si accendevano proteste e risse furibonde in campo, con l’arbitro costretto a sospendere la partita e a rifugiarsi in spogliatoio, quando ci riusciva. Era difficile schivare un pugno, una sberla o una pedata dei giocatori più feroci. In questi casi il risultato era deciso a tavolino assegnando la vittoria per 6 a 0 alla squadra senza colpe.

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