Una breve guida alla Parigi del rugby si trova nel numero in edicola del magazine Rugby Club. Penso comunque che saranno parecchi i tifosi azzurri che hanno scelto la capitale francese per una trasferta in occasione del Sei Nazioni 2010 e così aggiungo qui qualche altro consiglio sui locali da visitare. Grazie all’ascesa del Racing, la palla ovale a Parigi sta peraltro vivendo una radiosa stagione di popolarità, con una sana rivalità fra il club dell’franco-ticinese Jacky Lorenzetti e lo Stade Français di Max Guazzini (di origini toscane).

La storica casa di giocatori e tifosi del Racing è la brasserie “Royal Villiers” nel XVII° arrondissment (foto al centro), presso Port Champerret, ma l’attuale generazione frequenta più spesso “La Régalade” (XIV°) oppure “Berny” nell’elegante sobborgo di Antony dove ha sede il club ed i suoi campi di allenamento. Jerome Fillol, mediano di mischia del Racing ma in precedenza per quattro stagioni allo Stade Français, è il proprietario del centralissimo “Mil’a” (rue Rousseau 11 – foto in alto), frequentato da giocatori di entrambe le squadre.

“Racingmen” e “Stadistes” si possono incrociare anche nel famoso “Pousse au Crime” e al “Birdland” (entrambi nel VI°, a Saint Germain de Prés), alla discoteca “VIP” (rue de Rivoli, vicino al Louvre) e al “Bound” (VIII°). Il luoghi di ritrovo preferiti dai compagni di squadra di Mauro Bergamasco e Sergio Parisse si trovano invece nei dintorni dello stadio Jean Bouin, in un quartiere a dire il vero piuttosto anonimo anche se fra i più cari di Parigi per la tranquillità e l’accessibilità. Visitate la brasserie “Au Metro” e soprattutto la bellissima “Le Trinquet”, una vera club-house in riva alla Senna destinata agli appassionati di pelota oltre che di rugby; la gestisce Mathieu Blin (foto), tallonatore dello Stade Français noto anche per il suo impegno politico con i socialisti.

Altri indirizzi con vocazione rugbistica in zona: “Le 70″, ristorante del Parco dei Principi, “Les Princes”, “La Cantine du Faubourg” e “Café Oz”. Quanto allo shopping, se siete dei fanatici di magliette e souvenir vale la pena visitare allora la ben fornita Boutique Rugby che si trova a Pigalle ad un centinaio di metri dal Moulin Rouge (boulevard de Clichy 75). L’indirizzo giusto è però quello di Espace Rugby, che tuttavia si trova piuttosto fuori mano (avenue Paul Adam 14, métro Porte de Champerret). Si tratta di una ditta che si occupa soprattutto di tenute da gioco mentre il negozio non è che un bugigattolo nel quale però si respira la grande passione del titolare, l’ex Racing Hugues Henry. Vi troverete un po’ di tutto e da tutto il mondo ovale, inclusi libri, maglie e cravatte che sono autentiche rarità. Ed il calendario “Les odieux du Stade”…

Quanto alle due squadre parigine, considerate che il Racing vende merchandising solo attraverso il suo sito; se amate lo stile “Pink is beautiful” la Boutique du Stade Français è un piccolo spazio all’interno delle strutture piuttosto fatiscenti del club nell’area del Parco dei Principi (rue du commandant Guilbaud 2, métro Porte de Saint-Cloud). Il bel negozio della Federazione Francese si chiama Espace XV de France; l’indirizzo è rue de Clichy 14, non lontato dalla Boutique Rugby. Bon voyage!

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Vista la mia passione per il rugby e quella ancor più viscerale per il cinema di Clint Eastwood aspettavo da mesi, con autentica ansia, il film “Invictus”, in cui il regista di San Francisco affronta la storia dei Mondiali 1995 dal punto di vista del Sud Africa post-apartheid. Si è trattato, purtroppo, di una grossa delusione.

Ciò per cui la pellicola è da ricordare è l’eccezionale interpretazione di Morgan Freeman nei panni di Nelson Mandela, del quale riesce a rendere anche l’accento ed il personalissimo portamento. La storia ruota tutto intorno al personaggio del leader nero e alle sue scelte politiche, volte alla riconciliazione del paese anche attraverso la strada meno istintiva, quella del perdono. Ispirato da queste idee Mandela decide di sostenere gli Springboks, odiatissimi dalla popolazione nera (il rugby era lo sport delle classi più ricche, bianche e razziste), chiamati così a rappresentare la nuova “rainbow nation” nella World Cup del 1995.

I fatti sono ovviamente noti a tutti gli appassionati di rugby, tanto più a coloro che hanno letto il libro da cui è tratta la sceneggiatura, “Ama il tuo nemico” di John Carlin. Il guaio di “Invictus” è che d’accordo il positivo messaggio di Mandela sulla riconciliazione e sul perdono, ma al di là di questo il film è scontatissimo e soporifero. La straordinarietà del migliore cinema di Eastwood è rappresentata dal suo essere disturbante, dai dilemmi morali che impone: si pensi, su tutti, al dramma dell’eutanasia in “Million dollar baby”, ma anche a “Mystic river”, ai tormenti del generale giapponese di “Letters from Iwo Jima”, alle riflessioni sull’uso della violenza nell’ultimo “Gran Torino”.

Niente di tutto questo in “Invictus”. Sono tutti più o meno buoni, anche i più razzisti. Sanno tutti bene cosa fare. Ed è tutto ovvio fin da subito: che Matt Damon-François Pienaar farà sue le idee di Mandela e che gli Springboks conquisteranno i Mondiali, come nella peggiore tradizione del cinema sportivo trionfalista dove i buoni rischiano di perdere ma poi alla fine con un ultimo scatto di orgoglio vincono (vd. “Momenti di gloria”, “Fuga per la vittoria”). Non che ci sia del sentimentalismo o del buonismo (non troppo, almeno), è che il film è semplicemente noioso.

Le scene di rugby non sono affatto convincenti. Già fisicamente fra Matt Damon e Pienaar ne passa. Nei panni di Kobus Wiese è stato scelto un tipo (moro) con il fisico gonfiato da culturista. Chester Williams è dipinto come un sempliciotto. Tutto davvero molto stereotipato, sul modello “rugby sport di uomini duri”.

La cosa peggiore di tutte, comunque, è il ritornello della colonna sonora scritto dal figlio del regista, Kyle Eastwood, e che in modo molto ruffiano ricalca l’orecchiabile motivo di “O sole mio”.

Un paio di curiosità per gli appassionati di rugby. A guidare l’haka è sempre un maori, e non un neozelandese britannico. La regola dell’ingaggio in mischia secondo “touch-pause-engage” è stata inserita dopo i Mondiali 1995. Ed ancora a quel tempo non era ancora legittimo l’ascensore in touche, così come gli Springboks invece insegnano ai bambini neri.

Nelle due foto nel post Mandela-Pienaar al centro e Freeman-Damon in basso.

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Più più più Flaminio. Sembra passata una vita da quando lo stadio romano si presentava con ampie porzioni vuote e sulle tribune si sentivano solo i cori dei tifosi delle squadre anglosassoni. Nel Flaminio (ora ampliato, ed in attesa di un ulteriore allargamento) c’erano ieri 32mila spettatori che non hanno fatto mancare il loro sostegno agli azzurri, sovrastando nettamente la voce dei 6mila inglesi presenti. Complimenti agli autori del geniale striscione “W la FI… R”.

Mettici anche le dolcezze climatiche, artistiche e gastronomiche della capitale e la trasferta a Roma è ormai diventata un must per il popolo del Sei Nazioni. Possibile, però, che al Flaminio non ci sia un tabellone con punti e cronometro?

Meno meno Martin Johnson. L’Inghilterra gioca con il fantasma del suo allenatore in campo. A metà gara contro il Galles Johnson (nella foto sotto, in conferenza-stampa a Roma) aveva detto ai suoi di smetterla di osare. Contro l’Italia ancora una strategia iperprudente, anche quando l’Inghilterra era in superiorità numerica. Eppure era evidente che al largo la velocità di Ugo Monye, Mark Cueto ed Delon Armitage avrebbe potuto mettere in grossa difficoltà gli azzurri. Invece Johnson ha tenuto in campo Wilkinson, pur malconcio, e chiesto a lui di risolvere il match nello stesso modo in cui il XV della Rosa vinse la finale dei Mondiali 2003… Difficile oggi pensare ad un’Inghilterra competitiva nella World Cup neozelandese.

Più più gli azzurri. Bravi un po’ tutti, ma una spanna più in alto Alessandro Zanni e Salvatore Perugini (foto). Il rientro di Marco Bortolami, che è comunque apparso ancora in ritardo quanto a tenuta atletica, ha rimesso a posto la touche. Leonardo Ghiraldini è stato vivace anche nel gioco aperto, il “sergente Garcia” ha chiuso i varchi nel midfield. Mirco Bergamasco ha messo dentro 4 calci su 5, cosa si può chiedergli di più?

Meno la mediana Tebaldi-Gower. Resta il maggiore punto interrogativo della nostra Nazionale. Craig Gower – che non dimentichiamo arriva dal League – sarebbe più un centro ed il suo gioco al piede non convince mai. Tito Tebaldi è giovane e fa bene Mallett a dargli fiducia.

Più Jonny Wilkinson. In una giornata-no risolve comunque la partita con un drop. E lancia il gioco, placca, si getta nelle ruck. Un campione punto e basta.

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Di recente il sito Planet Rugby ha dedicato una delle sue gallerie fotografiche agli allenatori del Sei Nazioni, ricordando in una serie di scatti quando questi erano giocatori.

La carrellata includeva diverse immagini di Martin Johnson (a fianco), il tecnico con il palmares più prestigioso fra tutti e sei essendo stato capitano dell’Inghilterra campione del mondo, e di Marc Lièvremont, attuale coach della Francia (foto in basso, con la maglia dello Stade Français). In più l’ex All Black Warren Gatland, ora guida del Galles, impegnato nel lancio in touche (al centro).

Per ovviare alla mancanza del sito inglese proponiamo qui una fotografia che ritrae l’attuale allenatore dell’Italia, il sudafricano Nick Mallett, ai tempi della sua esperienza da giocatore nella Sanson Rovigo.

In Polesine Mallett è ricordato come una combattiva e concreta terza linea. Era la stagione 1982-83. Il sudafricano da parte sua ha sempre ricordato con affetto il tempo trascorso a Rovigo e gli infuocati derby con il Petrarca (vedi qui un altro post su RP). “Non posso dimenticare la febbre dei rodigini per il rugby, a cominciare dal derby contro Padova”, ha dichiarato in passato il tecnico azzurro.

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Qualche riflessione all’indomani di Irlanda-Italia, con il criterio del “me piase de più” e “me piase de manco”.

Più più più Brian O’Driscoll. Il rugby sta diventando un gioco sempre più noioso, soprattutto quando in campo ci sono due squadre che cercano una di risparmiarsi per le prossime partite e l’altra di limitare il punteggio su dimensioni accettabili. Non concedere più di 30 punti agli avversari è fra gli obiettivi dell’Italia, secondo Nick Mallett: quindi meglio non scoprirsi, non osare. La ripresa di Irlanda-Italia è stata di una noia mortale. Per di più i giocatori sono sempre più schiavi del coaching e del game plan, ormai purtroppo i veri protagonisti del gioco. Per fortuna esiste ancora gente come Brian O’Driscoll (foto) o il gallese James Hook, capaci di inventare, prendersi la responsabilità di un’iniziativa fuori dagli schemi. Quelle due o tre magie di O’Driscoll rimangono l’unica cosa da ricordare del pomeriggio di Dublino.

Meno meno monsieur Romain Poite. L’arbitro francese era stato nell’occhio del ciclone in Irlanda dopo avere “osato” espellere Paul O’Connell nel match di Heineken Cup fra Munster e Northampton. Poite, nella sua prima direzione nel Sei Nazioni, si è evidentemente fatto perdonare. Gli irlandesi sapevano che lasciava correre nei breakdown ed infatti hanno regolarmente rallentato l’uscita del pallone. Impossibile giudicare cosa succede in mischia chiusa. Ma se Poite ha dato il giallo per il placcaggio pericoloso di Garcia su O’Driscoll, allora doveva darlo anche a Tomàs O’Leary per il placcaggio al collo su Luke McLean (la spinta in touche di Leo Cullen mi è sembrata involontaria). E poi va bene che ormai gli in-avanti sono come i “passi”  nella NBA, va bene che l’azione era veloce e spettacolare, ma nella prima meta irlandese di in-avanti ce ne erano almeno due, il primo del break e quello finale.

Più più Croke Park. Stadio bellissimo, con splendida atmosfera. Le tribune sono molto ripide – come al Pacifici di San Donà… – ma questo permette agli spettatori di essere molto vicini al campo. Erba perfetta (si confronti con quella di Twickenham in Inghilterra-Galles). Viene voglia di tornarci quando c’è una finale di calcio gaelico, per fare una vera esperienza irlandese.

Meno Leonardo Ghiraldini. Giornata da dimenticare per il neo-capitano azzurro. La touche è andata in tilt, e qualche colpa ce l’ha anche il lanciatore. Ma è forte di carattere e si riscatterà.

Più Alessandro Zanni. Parisse è Parisse, ma il colosso friulano (nella foto a fianco) si è dimostrato sicuro nelle palle alte e ha come al solito difeso con coraggio. Uno dei giocatori che sono più cresciuti negli ultimi anni.

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