Fraser Waters, dalla Premiership un grande placcatore per il Benetton

July 17th, 2008

fraser waters

E’ un dato di fatto che il Super Ten nostrano, pur sempre bistrattato, si stia arricchendo negli ultimi anni di giocatori stranieri di un livello tecnico sempre crescente. Basti pensare, ad esempio, a nomi come Ludovic Mercier, improponibili fino a qualche stagione fa. Senza considerare che i primi anni del decennio hanno visto approdare in Italia un incredibile numero di autentici bidoni, spesso pagati pure a caro prezzo.

Vorrei sottolineare l’importanza - per il Benetton Treviso e per il campionato - dell’arrivo di Fraser Waters, centro dei Wasps. L’inglese, sudafricano di nascita (ma traslocò a soli 11 anni), ha alle spalle una lunga carriera nella Premiership inglese fra Bristol e Wasps e tre caps con la Nazionale della Rosa.

waters benettonE’ stato a lungo ritenuto uno dei migliori centri del campionato e la pedina-chiave nella blitz defense delle Vespe giallonere, con cui ha vinto due Heineken Cup. L’anno scorso Waters è stato anzi scelto come man of the match della finale contro il Leicester, grazie alla sua capacità di annullare Seru Rabeni e Alesana Tuilagi a suon di placcaggi.

Proprio il placcaggio è ritenuta la dote migliore di Waters. Quando lo scorso maggio la rivista inglese Rugby World si è occupata nella sezione tecnica dell’offensive tackling ha inserito Waters fra i migliori specialisti assieme a Trevor Leota, Thierry Dusatoir e Sébastien Chabal, ed ha chiesto a lui di indicare i segreti di questo gesto. In questa stagione ha anche ricevuto una nomination per i Premiership Awards.

Dal vivaio del Petrarca alla gloria in azzurro. Silvano Babetto, passione e lavoro nel minirugby

July 15th, 2008

ghiraldini

PADOVA - Quando l’Italia batteva l’Argentina a Cordoba, conquistando un successo pesante pur a conclusione di una prova non certo convincente, a firmare la meta decisiva era Leonardo Ghiraldini (foto in alto), mentre la trasformazione del sorpasso la metteva fra i pali Andrea Marcato (foto a fianco).

Padovano il tallonatore, oggi anche capitano azzurro in assenza di Parisse, e padovano il kicker, già match-winner nello scorso Sei Nazioni contro la Scozia; classe ‘84 l’uno e ‘83 l’altro. E dalla città del Santo e della palla ovale affermatasi con il marchio Petrarca e con la benedizione di Memo Geremia arrivano anche altri giocatori chiave dell’Italia, come i due Bergamasco (Mirco, altro ‘83, e il più vecchio Mauro, ‘79) e Marco Bortolami (’80), oltre a Michele Rizzo (’82), in tournée alla ricerca di spazio con la gestione Mallett.

Andrea MarcatoUna straordinaria leva di rugbisti formatasi negli anni Novanta sui campi della Guizza ad una scuola fatta di passione e competenza. Silvano Babetto, che allena dal ‘91 le squadre del Petrarca fra gli under 11 e under 13, questi ragazzi li conosce bene. “Sono tutti passati nelle nostre squadre, è un orgoglio oggi vederli affermarsi a livello internazionale”, racconta Babetto, 46 anni, cuoco in un asilo nido e padre a sua volta di due giovani petrarchini, “alle spalle c’è il grande lavoro della società con la linea tecnica creata da Giorgio Sbrocco e con un gruppo di allenatori molto preparati. Certo conta anche la tradizione e il nome del Petrarca, contano le famiglie che ci sono dietro come nel caso dei Bergamasco, ma ormai i tempi sono cambiati, il rugby non è più un piccola nicchia. Bisogna sapere lavorare con i ragazzi per convincerli a scegliere questo sport”.

Se li ricorda da piccoli Ghiraldini e Marcato, gli autori del successo azzurro in Argentina?
“Certamente. Leonardo l’ho avuto per tre anni in under 11 e 12, giocava centro ed era già un ottimo placcatore. Fisicamente era un cubetto, ma allo stesso tempo con ottime capacità di corsa. E poi voleva sempre vincere: un anno, dopo avere trionfato al Topolino e al Bottacin, perdemmo in finale ad un torneo a San Donà e lui non parlò per tre giorni. Marcato è cresciuto a Selvazzano e l’ho avuto poco. Però le sue qualità balistiche era già chiare, vincemmo ai supplementari un torneo a Piacenza contro la Capitolina grazie ad un suo perfetto calcio trasversale sull’estremo”.

Petrarca juniorEra una generazione di grandi talenti.
“Nel giro di tre o quattro anni, dopo Bortolami e Mauro Bergamasco, sono venuti fuori anche Mirco Bergamasco, Marcato, Ghiraldini, Rizzo, Barbini, ed altri che ora giocano comunque nei campionati maggiori. Vincemmo tutto quello che c’era da vincere. La stella già allora era Mirco Bergamasco, un predestinato. Quando andavamo in trasferta, gli avversari si informavano all’arrivo del pullman se c’era lui e poi li sentivo dire: “Se c’è Mirco allora abbiamo già perso”".

Cosa ci vuole per essere un buon allenatore di minirugby?
“In primo luogo deve piacerti, deve essere un divertimento per te: solo così puoi trasmettere il piacere del rugby agli altri. Io ho dovuto smettere di giocare a vent’anni per un problema al cuore e ho riversato tutta la mia passione nel fare l’allenatore. Adesso che la stagione è finita non vedo l’ora che sia settembre per ritornare in campo con un nuovo gruppo di ragazzi. Parti all’inizio dell’anno con giocatori che magari non hanno grandi abilità, che non conosci e di cui ti devi conquistare la fiducia, poi arrivi a maggio che vedi un gruppo unito, li vedi cresciuti tecnicamente e mentalmente: queste sono le grandi soddisfazioni di un tecnico di queste categorie”.

L’addio di Scanavacca, cuore rossoblù. “Il rugby mi ha dato tutto, gli unici rimpianti sono per la Nazionale”

June 28th, 2008

scanavaccaMiglior marcatore di sempre del campionato italiano, bandiera e faro del Rovigo per quindici stagioni (due soli intervalli a Roma nel 2000-2001 e a Calvisano nel 2006-2007), Andrea “Pepe” Scanavacca è stato uno dei protagonisti del rugby italiano dagli anni Novanta fino allo scorso giugno, quando ha annunciato il suo definitivo ritiro.

“Non avevo più gli stimoli giusti”, racconta Scanavacca, che compie 35 anni il prossimo 23 luglio, “per una vita ho sempre pensato che dovevo essere il primo ad arrivare all’allenamento e l’ultimo ad andarmene. Invece ultimamente lo spirito non era più questo, meglio allora cercare nuove strade. Mi ritengo fortunato: giocando a rugby ho fatto quello che volevo fare fin da bambino. I miei gestivano un ristorante che era sempre frequentato dai giocatori del Rovigo, fra i quali mio zio Nino Rossi. A cinque anni già sognavo di poter diventare come loro e calciavo palle ovali, prendendo le botte da mamma per i vetri che rompevo. Spesso mi portavano al campo, mentre i miei campioni si allenavano io, ancora bambino, giochicchiavo a bordo campo”.

A soli diciannove anni l’esordio in serie A con il Rovigo, che è rimasto per sempre il tuo club.
“Dopo le prime esperienze con il Frassinelle, ero passato in giovanile al Rovigo e da lì rapidamente aggregato alla prima squadra. Mi fece subito esordire, in una partita contro la Tarvisium. Da quel momento tutti i miei sogni con i “bersaglieri” hanno cominciato a realizzarsi. Forse sarò un rugbista con la mentalità degli anni Cinquanta, ma per me la maglia rossoblù è sempre stata il massimo. Giocare per la mia città è stato qualcosa di speciale, che sentivo fin da piccolo: a Rovigo il rugby è qualcosa di più di un semplice sport. Ho avuto molte possibilità di andare via, probabilmente avrei ottenuto altre soddisfazioni dalla mia carriera, ma non ho nessun rimpianto”.

scanavaccaCon la Nazionale, invece, una storia piuttosto controversa.
“Il mio rammarico, oltre a non aver vinto uno scudetto, è di non essere mai riuscito a dimostrare il mio valore con la maglia azzurra. Nessuno ha mai veramente creduto in me, chissà forse anche per demerito mio. E poi ci sono messi anche gli infortuni”.

All’inizio, forse, ti sei ritrovato chiuso da Dominguez.
“D’accordo, un grande campione. Ma per sostituirlo sono stati scelti dei giocatori stranieri, ignorando gli italiani. Anche a Rovigo c’era Naas Botha, eppure quando lui ritornò in Sud Africa il club non ebbe nessun dubbio ad affidarmi la guida della squadra…”

Poi arrivò Johnstone e ti accusò di avere paura degli scarafaggi.
“Una favola per i giornali, mentre la mia esclusione era semplicemente una scelta tecnica. In ogni caso non ho paura degli scarafaggi”.

Con il Sei Nazioni 2007 sembravi finalmente aver ottenuto un posto in Nazionale. Cosa è successo poi?
“Avevo disputato un buon torneo e lavorato duro nella prospettiva dei Mondiali. Poi invece Berbizier non mi ha chiamato ed è stata una delusione terribile. Il suo pupillo era Bortolussi, la mia presenza evidentamente avrebbe creato qualche problema con il rientro dell’estremo”.

scanavacca azzurroIl ricordo più bello della tua carriera, e quello più brutto.
“L’esordio in A con il Rovigo e la vittoria azzurra ad Edimburgo, con una mia meta, nel Sei Nazioni dell’anno scorso. Il ricordo più brutto l’infortunio al collo a Favaro contro il VeneziaMestre: oltre alla paura, per l’ennesima volta dovetti rinunciare all’Italia. Ma al di là dei ricordi, il rugby mi ha educato, mi ha insegnato il rispetto e il sacrificio, mi ha dato valori e amicizie”.

Come passerai il tempo adesso?
“Do sempre una mano al ristorante di famiglia, servendo gli spaghetti in tavola. Un po’ di golf. E soprattutto faccio il team manager del Rovigo, spero che la mia esperienza adesso possa essere utile a livello dirigenziale con l’obiettivo di riportare il rugby rossoblù ai vertici del panorama italiano, come da tradizione. Allo stesso tempo vorrei dare l’opportunità di esprimersi a giovani italiani, sia del nostro vivaio che da fuori. In quest’ottica arriveranno a Rovigo ragazzi come Favaro, Pavin e Canale. Anche quest’anno siamo partiti in ritardo con il mercato, ma spero che sapremo di nuovo allestire una squadra competitiva”.

Dal Corriere del Veneto del 28 giugno 2008.

Complimenti Calvisano. I cattivi pensieri e la finale di Super 10

June 10th, 2008

kingi-mafi.jpgVoto 8 al Calvisano. Al di là di qualche stonatura arbitrale, nessuno può dire che la squadra di Delpoux non abbia meritato questo scudetto. Complimenti ai gialloneri, che erano senza Fraser e hanno avuto il coraggio di schierare all’apertura un giocatore italiano di 21 anni come Paolo Buso.

Voto 7 a Ghiraldini e Mckenzie. Forse il miglior giocatore italiano (italiano vero) della stagione il padovano, protagonista anche di una strepitosa finale oltre che di un campionato e di un Sei Nazioni di altissimo livello. Grande impact player il secondo, non un caso che con lui in campo l’inerzia si sia spostata dalla parte dei lombardi.

Voto 6 alla compattezza del Benetton. Ha perso la finale, certo. E ha sbagliato qualche mossa di mercato (azzeccandone al contempo almeno due o tre di notevoli: Van Zyl, Robert Barbieri e Borges). Intanto però è giunto fino in fondo pur tra mille problemi, con un allenatore nuovo ed un organico molto rinnovato. Merito della compattezza dell’ambiente, dell’esperienza e dell’abitudine all’alto livello.

purll garciaVoto 5 alla rissa e alla retorica. La rissa non è mai un bel vedere, e soprattutto non è certo uno spettacolo che inviti le mamme a mandare i bambini al campo da rugby. Però tutti coloro che seguono questo sport non da ieri sanno bene che tutto ciò è sempre accaduto, a qualsiasi livello. Non sembra proprio il caso di indignarsi. Tutta questa retorica sul rispetto dell’avversario è un armamentario degli appassionati più recenti e dei media improvvisamente innamoratisi della palla ovale; e proprio questa retorica - stiamoci attenti - è uno dei peggiori nemici del nostro sport oggi. Poi è anche vero che le telecamere e i microfoni amplificano tutto: ma chi non ha mai visto qualche pugno, o sentito qualche vaffanculo all’arbitro, in un campo da rugby? E’ come il bullismo delle scuole. C’è sempre stato, solo che ai nostri tempi non si metteva il video su YouTube.

Voto 4 a Gigi, il barbiere di Calvisano. Le acconciature di Purll e Mckenzie e le basette di Griffen sono offese al buon costume. Già sono inguardabili queste magliette rattoppate di sponsor come quelle dei ciclisti, vi ci mettete anche col capello impazzito… Pietà, ragazzi. Signor Gigi, la prossima volta che si presentano da lei si dichiari obiettore di coscienza.

Finale, ancora Benetton contro Calvisano. Ma il Super Ten nostrano non è poi così male…

June 7th, 2008

Messo in ombra dall’irresistibile appeal della Nazionale azzurra, snobbato dal grande pubblico e dai media, il Super Ten nostrano riscopre nei mesi della bella stagione di avere ancora un suo personalissimo fascino e tante storie da raccontare. Si risveglia la passione nelle piazze storiche e nei piccoli campanili che più di recente hanno scelto il rugby come sport di elezione, con uno strascico di polemiche (vedi Petrarca e la moviola) che aggiunge sale a due semifinali combattutissime, di fronte a tribune finalmente piene.

nitoglia“Think globally, play locally”: forse dovrebbe essere questo, in fin dei conti, lo slogan per lo sviluppo futuro della palla ovale nel paese. Sì azzurri e Sei Nazioni, ma anche e sempre radici ben salde sul territorio. E per la terza volta il Super Ten nostrano targato Groupama consuma il suo atto decisivo al Brianteo di Monza, questo pomeriggio alle 17,15 (diretta Sky Sport 3, arbitro Damasco).

Al di là dell’equilibrio che mai come quest’anno ha dominato il torneo, le protagoniste della finale saranno più o meno le stesse di sempre, cioè Benetton e Calvisano. La Lega Rugby punta al tutto esaurito, sulla scia del boom per la palla ovale, ma 18.000 spettatori per il campionato italiano restano un traguardo ambizioso, tanto più se il set si trova lontano dal Veneto. Certo comunque che lo sforzo promozionale da parte dell’organizzazione è stato notevole. Pronostico? A partire favorita questa volta è Calvisano, non ci piove. I lombardi sono approdati in finale navigando di bolina, protagonisti di uno strepitoso finale di stagione regolare anche se poi costretti dal Petrarca a qualche imprevisto affanno in semifinale.

brendan williamsL’andatura del Benetton è stata invece senza spunti ma autoritaria e consapevole, come quella di un’affidabile berlina. Più volte è sembrata sfuggire di mano ai biancoverdi la finale, e con essa la qualificazione all’Heineken Cup ed i money e il prestigio che ne conseguono. Prima nel delicato periodo post-Sei Nazioni, quando Franco Smith si è ritrovato sguarnito nel midfield a causa degli infortuni ad Heidtmann e Goosen e delle bizze di Mauger. Se l’ex All Black, ceduto al Toulon, ha fatto in tempo a giocare proprio la partita della matematica promozione dei rossoneri nel Top14, Treviso ha intanto già ingaggiato due centri per l’anno a venire, l’inglese degli Wasps Fraser Waters e il promettente Marco Neethling, entrambi sudafricani di nascita (tanto per cambiare…). Poi nella semifinale di ritorno a Monigo, a tempo già scaduto, una prodezza dalla piazzola dell’ex Pilat regalava la finale al Viadana: era una magia di Brendan Williams, all’ultimissimo pallone giocabile, a riportare invece il Benetton sulla via di Monza (nella foto, “Dingo” festeggiato dai compagni).

Treviso quindi dalle mille risorse, capace di superare anche i momenti più difficili (le complesse strutture di gioco volute da Smith non sono mai sembrate completamente metabolizzate), aggrappandosi al talento delle individualità e al sacrificio a capo chino della “working class” del pacchetto. Treviso che ha carattere ed esperienza di vittoria. Ne ha fatto le spese Viadana l’anno scorso.

E Calvisano sa bene che non ci potrebbe essere avversario peggiore in una partita secca come la finale. Perdipiù i lombardi devono rinunciare per infortunio al loro faro Fraser e ad uno dei migliori emergenti del torneo, Cittadini. Al trevigiano Paolo Buso (cresciuto nel Paese, ma mai passato per il Benetton) la responsabilità di guidare Calvisano con la maglia numero 10.